Il neo-prussianismo e la miopia resiliente

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Si afferma sempre più la convinzione, in determinati ambienti politici e istituzionali, che l’immagine del soldato italiano sia troppo ancorata a vecchi paradigmi sociali, mentre la Difesa sarebbe cambiata e servirebbero tante professionalità diverse, con ulteriori, diversificate competenze.

Indubbiamente questa affermazione corrisponde al vero! Oggi i militari devono saper assolvere compiti ben più variegati e complessi rispetto al passato.

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Ciò, tuttavia, risiede non nel fatto che a loro siano chiesti (imposti) compiti che sempre meno hanno natura militare e sempre più civile, come s’intende oggi far credere, bensì perché le scienze e le tecnologie hanno creato armamenti sempre più sofisticati rendendo i conflitti più possibili e più letali e tale circostanza richiede una versatilità e una capacità di stare al passo coi tempi e con le tecnologie sempre più spiccate.

L’Università svedese di Uppsala, che da oltre 40 anni registra i conflitti in atto nel mondo, ha riportato nel 2018 ben 52 conflitti attivi, per non tacere delle crisi regionali che da un momento all’altro potrebbero sfociare in un confronto militare aperto (esempio, la recente crisi tra USA/Regno Unito e Iran).

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Il generale Philip M. Breedlove (nella foto a sinistra), già Comandante Supremo delle Forze Alleate in Europa (SACEUR) nel periodo 2014-2016, ha recentemente asserito che “Bisogna essere consapevoli che, dopo 20 anni, le Forze Armate sono tornate ad essere uno strumento per cambiare i confini internazionalmente riconosciuti, soprattutto in Europa, come accaduto in Crimea e nel Donbass”.

I fatti recenti dimostrano, infatti, che anche la massima pressione economica e serrata azione diplomatica possono non bastare ad evitare un conflitto le cui sorti possono, appunto, modificare confini e alterare irreversibilmente gli equilibri geo-politici, oltre che quelli economici.

Malgrado ciò, l’impostazione della Difesa italiana è sempre più orientata nella – indotta – dimensione dual use (definizione attribuita a funzioni e tecnologie utilizzabili anche in ambito civile) che sembra voler sviare l’attenzione sul principale compito delle Forze Armate: la difesa della Patria contro ogni possibile aggressione e tutela degli interessi nazionali, anche oltre confine!

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Giova ricordare che, dall’Unità d’Italia (1861), le Forze Armate si sono sempre distinte per slancio e impegno negli interventi a favore della popolazione sin dall’epidemia di colera del 1867, dove l’Esercito era l’unica istituzione rimasta in grado di affrontare la crisi (basta leggere La Vita Militare (1868) di Edmondo De Amicis per rendersene conto), ai terremoti di Messina (1908) e della Marsica (1915), per arrivare ai più noti e numerosi interventi dopo la 2a Guerra Mondiale.

Il Documento Programmatico Pluriennale per la Difesa per il Triennio 2019-2021 istituzionalizza questo impiego con l’introduzione del concetto di “Duplice Uso Sistemico” delle capacità militari quale “naturale processo adattivo delle Forze Armate alla complessità del cambiamento”.

Un indirizzo concettuale su “duplice uso e resilienza” non nuovo, a dire il vero, nel panorama politico nazionale, che risale già al periodo post-risorgimentale.

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Fu Nino Bixio (1821 –  1873), generale, patriota e politico italiano, negli ultimi anni della sua vita, ad intuire tutto questo e volle lasciarci delle considerazioni – ancora pienamente attuali – che danno un quadro abbastanza esatto della situazione che già allora andava maturandosi.

“I più benevoli”, dice, “vedevano in esso [esercito] un tutore della sicurezza e dell’ordine interno, una comoda compagnia di assicurazione per tutte le calamità pubbliche, pesti, incendi, inondazioni, carestie e via dicendo. Insomma il gran carabiniere, il grande infermiere, il grande maggiordomo, il grande fattore; ma nessuno pensava o mostrava pensare che dovesse essere l’espressione armata del rinascimento italiano, e il vendicatore vicino o lontano dei diritti e dell’onor nazionale. E così pensando, gli Italiani non erano sapienti, ma erano coerenti. Grande politica non ne volevano, non ne sapevano, non ne potevano fare. Il loro ideale era la mediocrità casalinga e tranquilla … a che pro il dispendio, la cura e la pompa di un grosso esercito?” (C. De Biase, L’Aquila d’Oro – Storia dello Stato Maggiore Italiano (1861-1945), Edizioni del Borghese, Milano, 1969, p. 128).

Un approccio, questo, che rischia sempre più di confondere i nostri soldati, portandoli a perdere di vista il motivo per cui si sono arruolati e hanno giurato fedeltà alla Patria, e che non trova riscontro nelle altre Forze Armate occidentali con le quali operiamo in ambito NATO e europeo.

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A riprova di ciò, basti confrontare la parata “militare” del 2 giugno scorso con quella recente francese del 14 luglio o – meglio ancora – leggere quando detto dal Vice Presidente statunitense Mike Pence (nella foto a lato) in occasione della cerimonia di chiusura dell’anno accademico a West Point, il 25 maggio 2019, che ha affermato:

“esiste una certezza virtuale che ad un certo punto della vostra vita voi combatterete sul campo di battaglia per l’America. Guiderete soldati in combattimento. Questo succederà. Alcuni di voi combatteranno contro i terroristi islamici in Afghanistan e Iraq. Alcuni di voi saranno impegnati nella gestione della crisi nella Penisola coreana e nell’area dell’Indo-Pacifico, dove la Corea del Nord continua a minacciare la pace, e con la presenza di una Cina sempre più militarizzata che sfida la nostra presenza nella Regione. Alcuni di voi saranno impegnati nella lotta in Europa, dove una Russia aggressiva cerca di ridisegnare i confini internazionali con la forza. E alcuni di voi potrebbero persino essere chiamati a servire in questo emisfero. E quando quel giorno arriverà, sono certo che sarete in grado di far sentire il suono delle armi, che farete il vostro dovere in combattimento e che vincerete. Il popolo americano non si aspetta da voi niente di meno.”

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Ci si dimentica troppo spesso, infatti, che l’Italia, per la sua posizione geografica, è situata al centro di due grandi archi di crisi che trovano la loro sovrapposizione nella regione del Medio Oriente. L’arco di crisi orientale, caratterizzato dalle rivendicazioni territoriali nel Mar Artico, dalla conflittualità dovuta alla presenza delle minoranze russe nei Paesi Baltici e in Ucraina, dal rinnovato confronto NATO (USA) – Russia.

L’arco di crisi meridionale, contraddistinto dalle conseguenze delle primavere arabe, quali il terrorismo islamico, i flussi migratori incontrollati, i traffici illeciti, l’accesso alle risorse energetiche, i conflitti in Siria-Iraq, Yemen e Afghanistan, tutti tra loro collegati, con conseguenti tensioni tra le potenze regionali.

Uno scenario, quest’ultimo, di oltre 6.000 km che si estende dal Pakistan al Marocco, investendo l’intera porzione settentrionale del continente africano sino al Golfo di Guinea, e che ha come epicentro il (non più) Mare Nostrum, ponte tra Asia, Europa e Africa.

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L’arco di crisi meridionale risulta, senza ombra di dubbio, quello prioritario per l’Italia – prolungamento (e frontiera avanzata) dell’Europa verso i continenti africano e asiatico – per la presenza di variegati interessi nazionali da difendere (anche da alcuni Alleati) che, incrociandosi con i fattori d’instabilità, generano avvenimenti esterni che finiscono per ripercuotersi anche all’interno dei nostri confini, con situazioni sempre più complesse e non più chiaramente delineabili.

Si tratta di una vasta area dove l’Italia è presente con numerose iniziative, quali un consistente dispiegamento militare terrestre (Libano, Libia, Turchia e Iraq) e navale, piattaforme petrolifere (Mediterraneo Orientale), missioni archeologiche, oltre ad avere una forte presenza turistica.

Il perno è rappresentato dall’interesse nazionale che spinge a garantire la stabilità e la sicurezza del nostro Paese, punto di arrivo (e d’ingresso nel Vecchio Continente) del flusso energetico e commerciale tra Europa e Asia, di pipeline provenienti dal Nord Africa e dall’Asia e delle linee di comunicazione marittime, porti e altre infrastrutture critiche di valenza regionale, come dimostra anche l’ambizioso progetto cinese della “Via della Seta”.

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Una dimensione regionale che dovrebbe indurre il nostro Paese ad affrontare la situazione con consapevole visione dei propri interessi, che coinvolga in modo sinergico il tanto decantato (a parole) “Sistema Paese”, costituito da Politica, Diplomazia, Forze Amate, indirizzi e scelte economiche, e che persegua obiettivi di lungo periodo, frutto di precise strategie condivise, con una coerente e incisiva politica estera.

Non acquisire (e mantenere) una posizione di interlocutore privilegiato della comunità internazionale significa rinunciare a governare i flussi migratori e le attività sempre più aggressive di “attori” illegali quali terroristi, pirati e organizzazioni criminali dedite a qualsiasi traffico illecito, dalla droga, agli esseri umani, agli organi.

Il venir meno della protezione statunitense (ribadito chiaramente più volte dal Presidente Trump ai nostri rappresentanti governativi) richiede (all’Italia) di assumere un ruolo di protagonista “sul fronte Sud-Est” e non da comprimaria sempre in ricerca dell’ombrello protettivo degli USA o, più recentemente dell’Europa, cui rivolgersi e delegare la gestione di eventi o situazioni critiche di priorità nazionale, che oramai non trova più validità e credibilità in ambito internazionale dopo la fine della Guerra Fredda.

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Assumere un ruolo regionale comporterebbe peraltro un impegno militare, in termini sia di mezzi sia soprattutto di volontà/credibilità, con un approccio anche combat (pronti ad accettare tutti i rischi correlati, compresa la perdita di vite umane), come effettuato dalla Francia e dal Regno Unito, che si sono guadagnati agli occhi della NATO (e degli USA) la reputazione, costruita e consolidata nel tempo, di Paesi pronti a osare per tutelare i propri interessi!

La limitata rilevanza internazionale dell’Italia, dovuta all’incapacità politica di definire linee strategiche che si proiettino oltre i cinque anni, unita alla cronica rissosità interna, è senz’altro uno dei fattori di debolezza che rende difficile sviluppare iniziative autonome, in scenari di profonde crisi e situazioni complesse come sono quelli dell’Africa Settentrionale e del Medio Oriente.

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Sono recente dimostrazione del nostro scarso “peso” internazionale l’infinita saga dei due Fucilieri di Marina Latorre e Girone, la mancata assegnazione di un seggio temporaneo al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite (condiviso con l’Olanda), malgrado l’Italia sia il principale fornitore occidentale di Caschi Blu nelle operazioni di peacekeeping e la vicenda della nave ENI-Saipem 12000 bloccata (e forse speronata) al largo di Cipro nel febbraio 2018 da unità della marina militare turca, senza che vi siano stati segnali di reazione da parte del Governo Italiano.

Se non quello di “interessare l’Unione Europea”, salvo poi non solo non dare adeguata informazione a tale increscioso episodio, ma – peggio – di lasciare “cadere” la cosa in modo beffardamente codardo.

Siamo di fronte ad una forma aggiornata del “prussianismo” della seconda metà del XIX secolo che, come affermava il patriota e politico italiano Francesco Crispi (1818-1901- nella foto sopra), “era certo alla base di ogni nostro ragionamento e l’idea che un’eventuale alleanza sempre più stretta con la Germania e l’Austria-Ungheria fosse il toccasana d’ogni dolenza, il preservativo d’ogni infezione, era così radicato nella coscienza dei dirigenti, che non pochi s’indussero a considerare l’esercito come una istituzione di semplice polizia” (C. De Biase, L’Aquila d’Oro – Storia dello Stato Maggiore Italiano (1861-1945), Edizioni del Borghese, Milano, 1969, p. 128)

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Il Primo Ministro britannico Margaret Thatcher nel discorso al Collegio d’Europa il 19 settembre 1988 (The Bruges Speech) affermò, tra l’altro, “… non dimentichiamo mai che il nostro stile di vita, la nostra visione e tutto quello che speriamo di conseguire, è assicurato non dalla giustezza della nostra causa, ma dalla forza della nostra difesa.

Sta alle nostre coscienze, o almeno di quelle più nobili che hanno una memoria storica e strumenti intellettivi in grado di saper leggere la storia, evitare che questo riverbero di prussianismo ci conduca lentamente verso l’oblio, o ci faccia cullare sogni di protezione terza (NATO o USA) nell’erroneo convincimento che avere soldati che fanno i Soldati e non gli spazzini o i crocerossini sia diventato anacronistico, guerrafondaio e pericoloso, in una sorta di globale miopia…quella sì…resiliente.

 

Giorgio BattistiVedi tutti gli articoli

Generale di Corpo d'Armata (Aus.), Ufficiale di Artiglieria da Montagna, ha espletato incarichi di comando nelle Brigate Alpine Taurinense, Tridentina e Julia ed ha ricoperto diversi incarichi allo Stato Maggiore dell'Esercito. Ha comandato il Corpo d'Armata Italiano di Reazione Rapida della NATO (NRDC-ITA), l'Ispettorato delle Infrastrutture e il Comando per la Formazione, Specializzazione e Dottrina dell'Esercito. Ha partecipato alle operazioni in Somalia (1993), in Bosnia (1997) e in Afghanistan per quattro turni. Ha terminato il servizio attivo nell'ottobre 2016.

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