Crisi nel Golfo: ultimo appello per il negoziato?

 

 

Nel generale stallo della situazione nel Golfo Persico si confrontano gli appelli alla stabilità e alla mediazione da parte della Cina, principale danneggiata dal blocco del transito di petroliere dallo stretto di Hormuz, spalleggiata dalla Russia, complice il recentissimo vertice di Pechino fra Xi Jinping e Vladimir Putin, e le ripetute minacce di ripresa dei bombardamenti da parte di un Donald Trump che dilaziona i termini di eventuali nuovi raid per la plausibile impossibilità di una nuova campagna prolungata e intensa quanto quella condotta nei primi 40 giorni di conflitto.

Il quadro è poi complicato dalla posizione di Israele, il cui premier Benjamin Netanyahu è interessato, anche per questioni di politica interna, a proseguire la guerra a oltranza, e al riemergere di tensioni fra Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, che spezzano il fronte anti-iraniano.

 

Il contagocce dello Stretto

Non sembra essere un caso che proprio il 20 maggio 2026, in concomitanza col vertice a Pechino fra il presidente cinese Xi Jinping e quello russo Vladimir Putin, il governo iraniano abbia consentito l’uscita dallo stretto di Hormuz di due enormi superpetroliere cinesi recanti complessivamente nelle stive 4 milioni di barili di greggio, peraltro estratto non in Iran, bensì in Iraq e Qatar. L

o ha riportato quello stesso giorno l’agenzia di stampa Reuters, avendo come fonti gli enti di monitoraggio del traffico navale LSEG e Kpler. Erano bloccate da oltre due mesi, dato che la Yuan Gui Yang aveva caricato i suoi 2 milioni di barili nel porto iracheno di Bassora il 27 febbraio, vigilia dell’inizio della guerra.

Nello stesso periodo, tra fine febbraio e inizio marzo, la Ocean Lily aveva caricato 1 milione di barili di petrolio qatariano ad Al-Shaheen e altrettanti barili a Bassora. Sono solo le ultime di varie navi cinesi, e di altre nazioni percepite da Teheran come amichevoli, che nelle ultime settimane sono state fatte passare, pur col contagocce, dallo stretto di Hormuz previo accordo con le autorità iraniane.

La sera stessa del 20 maggio, come ulteriore segno di distensione, l’Autorità iraniana per la gestione dello Stretto di Hormuz ha pubblicato una mappa utile per traversare l’angusto braccio di mare sfruttando un corridoio evidentemente libero da mine subacquee. Precisando che per transitarvi occorre un previo coordinamento con la Marina e il corpo navale dei pasdaran, l’ente iraniano ha spiegato che la zona in questione è compresa fra la linea immaginaria che unisce Jabal Mubarak in Iran e Fujairah negli Emirati Arabi Uniti, nonché la zona tra l’estremità dell’isola iraniana di Qeshm e Umm Al Quwain, parte degli EAU.

Nel pomeriggio del 21 maggio il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie iraniane, ovvero il Sepah-e-Pasdaran, dei cui 200.000 effettivi oltre 20.000 (il 10% e passa) sono inquadrati in una vera “Marina” parallela a quella regolare, ha diramato un dispaccio che valutava in 31 le navi civili, fra petroliere, gasifere, cargo portacontainer o porta rinfuse, eccetera, che avevano attraversato lo stretto nelle precedenti 24 ore. Il giorno prima, 20 maggio, sempre la Marina dei Pasdaran aveva indicato in 26 le navi passate da Hormuz nelle precedenti 24 ore. La tendenza all’aumento è stata confermata il 22 maggio quando sono state quantificate in 35 quotidiane le navi passate “in coordinamento con la Guardia Rivoluzionaria iraniana”.

L’Iran va ripetendo l’intenzione di instaurare un regime ufficiale di pedaggio, il che però potrebbe essere una mossa diplomatica per giocare al rialzo sull’asticella delle trattative.

Il 21 maggio è stato il turno dell’ambasciatore iraniano in Francia, Mohammad Amid-Nejad, di rilanciare, intervistato dall’agenzia Bloomberg: “L’Iran e l’Oman devono mobilitare tutte le proprie risorse, sia per garantire i servizi di sicurezza sia per gestire la navigazione nel modo più appropriato”.

Il provocatorio progetto di un pedaggio congiunto Iran-Oman lungo lo stretto sembra irrealistico in quanto, a differenza, per esempio, dei canali di Suez e di Panama, il varco di Hormuz non è certo una costruzione artificiale di cui si possano rivendicare proprietà, gestione e manutenzione, bensì una via di mare naturale, ancorché larga solo una trentina di chilometri. Ecco perché il tam tam iraniano su un regime di pedaggi sembra più una boutade diplomatica, riflettendo specularmente, e ironicamente, lo stile del presidente americano Donald Trump, per poi arrivare a un accordo su una soglia intermedia di pretese dopo apparenti “concessioni”.

Comunque il segretario di Stato USA Marco Rubio ha messo le mani avanti, rigettando l’idea di un pedaggio per Hormuz: “E’ inaccettabile, renderebbe impossibile un accordo diplomatico. Abbiamo sempre detto che un sistema di pedaggi nello Stretto sarebbe inaccettabile. Ma non lo diciamo solo noi, lo dice il mondo intero. Anche la Cina è contraria al sistema”.

Dagli Emirati Arabi Uniti, poi, il consigliere presidenziale emiratino Anwar Gargash definisce “pura illusione il piano iraniano per il controllo dello stretto”. E aggiunge: “Il regime sta cercando di instaurare una nuova realtà nata da una chiara sconfitta militare, ma i tentativi di controllare lo Stretto di Hormuz o di violare la sovranità marittima degli EAU non sono altro che illusioni”.

In verità gli emiratini sembrano calcare un po’ la mano parlando di “sconfitta” che può essere intesa nel senso dei gravi danni causati finora dai bombardamenti americani e israeliani, ma non sotto l’aspetto della posizione di forza strategica, che con la prolungata sospensione dei raid resta tale imponendo difficoltà notevoli alla leadership USA in termini di linea strategica da perseguire.

Intanto il Centcom, il Comando Centrale USA responsabile per la regione del Medio Oriente, ha fatto sapere che fino al 21 maggio il blocco navale imposto dalla US Navy al traffico da e per l’Iran ha portato a deviare 94 navi e a “disabilitarne”, ovvero abbordarne e fermarne, 4. Così il comunicato del Centcom: “Le nostre forze hanno deviato 94 navi commerciali e ne hanno disabilitate quattro mentre applicavano il blocco per impedire il flusso di traffico commerciale da e verso i porti iraniani”. La quinta nave iraniana abbordata dagli americani, poche ore dopo, è stata la petroliera M/T Celestial Sea, abbordata, perquisita e deviata nel Golfo dell’Oman.

Ciò ha portato Trump, nella serata del giorno 21 maggio, ad affermare dallo Studio Ovale della Casa Bianca che: “Abbiamo il totale controllo dello Stretto di Hormuz. Il blocco navale è stato efficace al 100%, nessuno è riuscito a passarlo”.

 

Mine nello Stretto

Il giorno precedente la rete CBS aveva rivelato da sue fonti vicine all’intelligence USA, che la Marina americana era riuscita fino a quel momento a localizzare un numero di mine iraniane nello stretto compreso fra 10 e 12, a seconda delle fonti, probabilmente dei tipi Maham 3, mina ormeggiata con un cavo al fondo ma sospesa a mezz’acqua, e Maham 7, che è invece fissata al fondo, entrambe azionate da sensori sia acustici, sia magnetici.

Se davvero gli americani, la cui flotta difetta di unità dragamine, hanno scoperto in varie settimane solo una dozzina di mine marittime iraniane, ciò può significare tre cose. La prima ipotesi è che gli iraniani abbiano posato pochi ordigni, solo a livello dimostrativo, consci che l’ipotetica minaccia basti da sola come deterrenza e riservandosi in tal modo di utilizzare effettivamente il grosso delle loro migliaia di ordigni subacquei soltanto in caso di ulteriore escalation.

La seconda ipotesi è che le mine iraniane siano poche per un altro motivo, ovvero il fatto che la Marina di Teheran e i pasdaran abbiano talmente risentito della distruzione di imbarcazioni posamine da essere rimasti con scarsi mezzi dedicati, ma tale ipotesi sembra meno probabile della prima poiché ordigni di dimensioni e pesi relativamente limitati come le mine, se opportunamente distribuiti, possono essere rilasciati in mare anche da una miriade di natanti di fortuna, dal motoscafo civile al peschereccio.

La terza ipotesi, infine, è che non sia così facile per gli americani rilevare gli ordigni posati dagli iraniani nello stretto, anche se a favorire questo compito giocherebbe in realtà il fatto che si tratti di acque relativamente basse.

Sul problema delle mine, a commento delle indiscrezioni della CBS, e a corollario delle ripetute asserzioni degli alleati europei circa la prontezza a partecipare a operazioni di sminamento di Hormuz, la ministra della Difesa francese Catherine Vautrin ha detto: “Al momento non ho certezze in merito, ma in ogni caso ci stiamo preparando alla potenziale necessità di rimuovere le mine”.

 

La pazienza cinese

Mentre gli americani sovraccaricano il processo diplomatico con ripetuti proclami che rivelano un interesse eccessivo a costruire una “facciata” di forza, i cinesi sono meno plateali e lavorano più in sordina a una tela intessuta con la loro proverbiale pazienza orientale, più attenti alla sostanza e consci del fatto che occorre coltivare una “rete” di mediatori, specialmente il Pakistan, che da settimane è in prima fila, come testimonia anche il vertice tenutosi a Pechino il 23 maggio 2026 fra il presidente cinese Xi Jinping e il premier di Islamabad, Shehbaz Sharif. Ma già il summit Putin-Xi di pochi giorni prima aveva indicato le linee base.

Nel corso del loro vertice a Pechino del 20 maggio, i presidenti di Russia e Cina non si sono risparmiati nel far sentire la loro voce sulla crisi iraniana, esortando alla cessazione del conflitto e facendo intendere un loro lavorio diplomatico dietro le quinte che all’assistenza a Teheran affianca il tentativo di indurre Trump a più miti consigli.

In primis Xi Jinping, ben conscio di quanto sia pericolosa per la crescita economica cinese una prolungata crisi nell’area di Hormuz, ha rimarcato: “E’ urgente una cessazione completa delle ostilità in Medio Oriente ed è inaccettabile una ripresa del conflitto. E’ particolarmente importante impegnarsi nei negoziati. Una rapida conclusione del conflitto ridurrà gli ostacoli alla stabilità dell’approvvigionamento energetico, al funzionamento delle catene di produzione e di approvvigionamento e all’ordine commerciale internazionale”.

Più tardi, in occasione del comunicato congiunto, Xi e Putin hanno direttamente accusato USA e Israele per aver scatenato a fine febbraio 2026 la nuova guerra contro l’Iran, non paghi degli attacchi aerei già condotti nel giugno 2025: “Gli attacchi di Stati Uniti e Israele contro l’Iran violano il diritto internazionale e mettono in discussione la stabilità in Medio Oriente”.

Ciò nel quadro della complessiva condanna dell’unilateralismo americano espressa dai leader cinese e russo, anche alla luce dell’azione militare contro il Venezuela in gennaio, con annesso rapimento del presidente Nicolas Maduro e di sua moglie Cilia Flores da parte delle truppe speciali americane della Delta Force.

“Denunciamo attacchi militari traditori contro altri Paesi, l’uso ipocrita dei negoziati come copertura per preparare tali attacchi, l’assassinio di leader di Stati sovrani, la destabilizzazione della situazione politica interna di questi Stati e la provocazione di un cambio di regime, nonché il rapimento sfacciato di leader nazionali per processarli. Tutto questo provoca danni irreparabili alle fondamenta dell’ordine mondiale” si legge nel comunicato.

La Russia, dal canto suo, si dice pronta insieme alla Cina a contribuire a una soluzione duratura della crisi del Golfo Persico, anche sfruttando abilmente l’ascendente di Putin su Trump e facendo leva sulla comprovata voglia di disgelo che quest’ultimo ha sempre dimostrato, specie dopo il vertice di Anchorage, in Alaska, del 15 agosto 2025 fra l’uomo della Casa Bianca e l’uomo del Cremlino, nei confronti di Mosca.

Mentre Xi e Putin concordavano la linea comune, del resto, il viceministro degli Esteri Sergei Ryabkov affermava ai microfoni dell’agenzia TASS: “La Russia è pronta a fornire tutta l’assistenza possibile per risolvere questo conflitto, come ben sanno le parti. Non abbiamo mai imposto i nostri servizi, né intendiamo farlo, ma se richiesto, offriremo il nostro aiuto. Mosca è sempre stata e rimane impegnata a cercare soluzioni esclusivamente sul piano politico e diplomatico, accoglie con favore i tentativi di Washington e Teheran di riprendere il processo negoziale e rileva il ruolo attivo della parte pakistana nella stabilizzazione della situazione e nella creazione delle condizioni per un progresso verso una pace duratura”.

Già, il Pakistan che, nella sua incessante opera di mediazione, di fatto agisce anche in vece dell’alleato cinese, essendo Pechino uno dei maggiori partner strategici di Islamabad. Lo ha riconosciuto nientemeno che l’ambasciatore iraniano in Cina, Abdolreza Rahmani Fazli: “Pechino preferisce entrare in un processo di mediazione quando le condizioni consentono di raggiungere un risultato concreto. Nonostante la complessità delle relazioni tra Iran e Stati Uniti, la Cina ha svolto un ruolo chiave nel processo di mediazione a Islamabad, e il processo in corso è il risultato della cooperazione tra Iran, Pakistan e Cina”.

Ecco perché si intravede lo zampino di Xi e del suo ministro degli Esteri, Wang Yi, anche nelle ultime iniziative diplomatiche pachistane. Fra il 20 e il 21 maggio sono arrivati in visita a Teheran, in rapida successione, il ministro dell’Interno pachistano Syed Mohsin Naqvi, che sarebbe stato latore delle ultime richieste americane agli iraniani, e poi il capo di Stato Maggiore dell’esercito pachistano, generale Asim Munir, come ulteriore pressione di Islamabad sul regime degli ayatollah e dei pasdaran e per discutere con loro questioni più prettamente militari.

Naqvi ha parlato col ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, e col presidente Masoud Pezeshkian. Secondo il portavoce iraniano Esmail Baqaei (nella foto sotto) la trasferta del ministro pachistano doveva appunto “facilitare lo scambio di messaggi tra USA e Iran”. Ha spiegato: “Spesso le parti mediatrici preferiscono essere presenti di persona, oltre a firmare i testi scambiati. Considerate questa visita come una continuazione degli sforzi del Pakistan in qualità di mediatore nei colloqui”.

Non è un caso che anche il ministro degli Esteri saudita Faisal Bin Farhan il 21 maggio si sia unito al coro chiedendo all’Iran di “rispondere con urgenza per evitare un’escalation”, essendo Riad e Islamabad in stretto coordinamento, tramite i reciproci, fitti, rapporti militari, che includono anche la compartecipazione saudita al programma nucleare pachistano finanziato proprio dal regno petrolifero.

Forte della posizione baricentrica dell’Arabia Saudita, che trattiene solide relazioni col Pakistan, con la Cina e ovviamente con l’alleato di lunga data, gli Stati Uniti, Bin Farhan ha indirizzato un preciso auspicio a Teheran: “Ci aspettiamo che l’Iran risponda con urgenza agli sforzi compiuti per raggiungere progressi nei negoziati. Ci aspettiamo che l’Iran non perda l’occasione di evitare le pericolose conseguenze di un’escalation. Riad apprezza profondamente la decisione del presidente degli Stati Uniti Donald Trump di dare una possibilità alla diplomazia per raggiungere un accordo accettabile per porre fine alla guerra”.

La Cina, nell’implementare un piano di pace, può contare su una sorta di influenza “super partes” in Medio Oriente, costruita con pazienza lungo l’arco di molti decenni e consacrata, per così dire, dallo storico risultato conseguito il 10 marzo 2023 quando proprio Pechino ospitò la firma del patto di normalizzazione delle relazioni fra Iran e Arabia Saudita, tendenzialmente competitori per l’egemonia sul Golfo Persico.

Un frutto della mediazione cinese, il cui Ministero degli Esteri era allora retto da Qin Gang, in un periodo di staffetta con Wang Yi, col contributo delle diplomazie di Iraq e Oman, che ha certo smontato in gran parte la tensione crescente registrata negli anni precedenti fra Riad e Teheran.

E che ha portato nei tre anni seguenti a incontri trilaterali fra i paesi in questione, l’ultimo organizzato a Teheran il 9 dicembre 2025. La Cina, del resto, ha anche interesse non solo in campo petrolifero a una stabilizzazione della situazione, ma anche in campo finanziario, sperando che gli Stati Uniti, se messi di fronte a crescenti attriti, si convincano che non possono opporsi del tutto, perlomeno non in modo brutale, a un almeno parziale processo di de-dollarizzazione del mercato mondiale, in particolare nell’energia, con l’avanzamento del renminbi cinese come valuta di riferimento al fianco del dollaro USA.

Questione che, come sottolineano molti commentatori, è una delle motivazioni basilari della svolta in senso assertivo, anche violenta, di questo secondo mandato di Donald Trump. La Cina non ha fretta, abituata a pensare in termini di lungo periodo, complice l’eredità di una civiltà praticamente quadrimillenaria, e forse la sua pazienza potrebbe aiutare a risolvere problemi complessi e intricati come quelli del Medio Oriente, avendo Pechino il vantaggio storico-culturale di potersi presentare sulla scena della frattura fra Israele e gran parte del mondo islamico, nonché delle fratture stesse interne all’Islam, da una posizione di relativa neutralità.

Ecco perché, a ulteriore riprova dell’impegno cinese, appare importante il comunicato del 22 maggio diffuso dall’agenzia iraniana Tasnim con cui il Ministero degli Esteri pachistano ha dato ulteriori dettagli sulla collaborazione con Pechino nella mediazione: “La Cina sostiene i nostri sforzi di mediazione e ha presentato insieme a noi un’iniziativa in cinque punti”.

La nota ha inoltre preannunciato la citata visita che l’indomani, 23 maggio, il primo ministro pakistano Shehbaz Sharif ha compiuto in Cina parlando con Xi “dell’iniziativa congiunta”. In quelle ore è anche ripartito per l’Iran il generale pachistano Munir, per discutere dettagli più tecnici, in un clima che sembrava favorevole.

 

Fumata nera

Nel pomeriggio del 22 maggio la rete Al Arabiya dava per imminente il raggiungimento di un accordo di massima, oltre a indicare nel portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Esmail Baqaei, il portavoce ufficiale della delegazione negoziale di Teheran, al cui vertice veniva confermato il presidente del Parlamento iraniano Mohammad Baqer Ghalibaf.

Nei giorni scorsi si erano diffuse voci sulla destituzione di Ghalibaf dall’incarico, ma già il 20 maggio l’ufficio stampa del Parlamento di Teheran le aveva definite “menzogne belle e buone”.

La stessa Al Arabiya aveva accreditato il 21 maggio le voci secondo cui la vera “mente” dei colloqui con gli americani, fautore di intransigenza, sarebbe il comandante supremo dei Pasdaran, il generale Ahmad Vahidi, che secondo le ricostruzioni della televisione araba, oltre a essere interprete della volontà della Guida suprema Mojtaba Khamenei, sarebbe in contrasto col presidente della repubblica Pezeshkian, tanto da difendere il ministro degli Esteri Araghchi, vicino ai pasdaran, da un tentativo di licenziamento.

Sapendo di essere nel mirino dell’asse Israele-USA, Vahidi non si fa vedere in pubblico dall’8 febbraio scorso, tre settimane prima dello scoppio della guerra, ma in via riservata ha già incontrato gli emissari pachistani influenzando attivamente i negoziati.

Il generale dei pasdaran ha alle spalle un curriculum rocambolesco essendo stato da giovane implicato nello scandalo “Iran-Contras”, quando nel 1986 gli Stati Uniti di Ronald Reagan armavano segretamente l’Iran per aiutarlo a tenere a bada l’Iraq di Saddam Hussein, utilizzando i proventi delle vendite d’armi per finanziare poi i guerriglieri anticomunisti Contras in Nicaragua.

Poi nel 1994 sarebbe stato implicato nell’attentato compiuto a Buenos Aires alla sede di una associazione israelo-argentina, infine distinguendosi dal 2022 nella repressione del dissenso interno.

In giornata, Rubio si era detto moderatamente ottimista parlando di “lievi progressi nelle trattative con l’Iran”, ribadendo che “questo regime non potrà mai disporre di armi nucleari”. Col proseguire delle ore, le anticipazioni di Al Arabiya, che parlavano di un accordo imminente “nel giro di poche ore” e che poteva “entrare in vigore da subito”, sono apparse avventate entro la tarda serata del giorno 22. Il regime degli ayatollah aveva già dichiarato il 21 che “ricevute le osservazioni degli Stati Uniti le stiamo valutando”.

Poi la doccia fredda. Secondo l’agenzia Tasnim, vicina ai Pasdaran, “sono stati fatti alcuni progressi su alcune questioni rispetto a prima, ma non si raggiungerà alcun accordo finché tutte le questioni controverse non saranno risolte e l’attenzione è sulla fine della guerra, finché questo punto non sarà definito, nessun altro tema sarà negoziato”.

L’ambasciatore iraniano all’ONU, Saeed Iravani, ha aggiunto che solo la fine del blocco navale porterà a seri negoziati nella sede di Islamabad: “Appena interromperanno il blocco, il prossimo round di negoziati potrà aver luogo”.

E il portavoce Baghaei ha detto chiaro ad Al Jazeera che “la pretesa americana della consegna dell’uranio arricchito è inaccettabile”. In particolare: “In questa fase non si discuteranno i dettagli relativi al dossier nucleare. Non giungeremo a una conclusione se cercheremo di approfondire i dettagli riguardanti l’uranio altamente arricchito in Iran”.

Trump ha ripetuto più volte che l’Iran avrebbe subito “conseguenze drastiche” in caso di mancato accordo, ribadendo in particolare che per gli USA sarebbe essenziale la consegna dell’uranio iraniano arricchito al 60%, la cui quantità è stimata sui 440 kg, addirittura dicendo, a proposito del metallo fissile: “Ce lo prenderemo da soli e probabilmente lo distruggeremo dopo averlo preso, perché a noi non serve. Ma non permetteremo che loro ce l’abbiano”.

Ma indiscrezioni hanno indicato un espresso divieto di Mojtaba Khamenei di cedere su questo punto. Nei giorni precedenti si era ipotizzato un compromesso consistente nell’affidamento alla Russia dell’uranio iraniano, soluzione che potrebbe essere più accettabile per Teheran, ma al proposito da Mosca la portavoce del ministero degli Esteri Maria Zakharova ha precisato che solo gli iraniani possono decidere del proprio programma nucleare, accreditando che esso sarebbe solo civile: “Ribadisco la nostra posizione fondamentale sull’inviolabilità del diritto dell’Iran a sviluppare un programma nucleare pacifico in conformità con il Trattato di non proliferazione nucleare. Solo il popolo iraniano può decidere come esercitare questo diritto, anche nel contesto dell’arricchimento dell’uranio e del materiale nucleare in suo possesso”.

L’intransigenza di Teheran, che si sente in posizione di forza perché non ritiene credibile la minaccia di nuovi raid estesi quanto quelli di marzo-aprile, rischia di porre il presidente americano di fronte a un serio dilemma ovvero decidere di impegolarsi di nuovo in una situazione che non può avere una soluzione militare definitiva con la sola azione dal cielo. Il 21 maggio un’analisi del Wall Street Journal anticipava che Trump è “al bivio” poiché tutte le sue opzioni comportano una serie di “rischi economici e militari”.

In particolare, l’idea di prolungare di “altri 30 giorni” il cessate il fuoco allo scopo di trattare, “servirebbe solo ad aumentare i costi e consentire all’Iran di tenere Trump sulla corda fino alle elezioni”. E ne risentirebbe “la capacità di deterrenza degli Stati Uniti contro lo Cina”.

Il WSJ ha rilevato poi: “Come detto da Trump criticando i suoi predecessori, gli Stati Uniti non dovrebbero intraprendere una guerra se non sono pronti a fare il necessario per vincerla”. Ma ciò comporta altri rischi di diverso ordine come l’impennata delle spese militari e il depauperamento di arsenali di armi sofisticate già molto provati, dato il basso ritmo produttivo di missili costosi come i Tomahawk per l’attacco o i Patriot per la difesa antimissile.

Lo stesso giorno, il New York Post ha pubblicato un articolo d’analisi in cui Richard Goldberg ha passato in rassegna le “tre linee d’azione per sconfiggere l’Iran”. Ovvero: “In parallelo: mantenere il blocco e la guerra economica associata per destabilizzare il controllo del regime iraniano sullo Stato; riorganizzare il mondo secondo il modello della supremazia energetica americana per attenuare gli impatti sui prezzi nel lungo periodo e minare allo stesso tempo l’ambizione globale della Cina di battere gli Stati Uniti; ordinare all’esercito americano di aprire un passaggio nello Stretto di Hormuz per ripristinare la libertà di navigazione alle nostre condizioni, non quelle di Teheran”.

Tra il dire e il fare, tuttavia, occorre anche organizzare azioni con decisione e non dare all’avversario un’impressione di debolezza procrastinando le possibili incursioni aero-missilistiche in caso di fallimento di negoziati che si trascinano senza posa.

Secondo Axios, nel tardo 22 maggio Trump ha incontrato i consiglieri alla sicurezza nazionale, nonché numerosi esponenti dell’amministrazione per studiare la possibilità di nuovi attacchi in caso di fallimento dei negoziati. Al briefing alla Casa Bianca avrebbero partecipato il vicepresidente JD Vance, il segretario alla Guerra Pete Hegseth, il direttore della CIA John Ratcliffe, la capo dello staff della Casa Bianca Susie Wiles e altri funzionari. Alla notizia hanno fatto da corollario le indiscrezioni di un “funzionario statunitense informato, che ha reputato “estenuanti” le trattative, le cui bozze “vanno avanti e indietro ogni giorno”.

Per il Wall Street Journal, i negoziati restano a un punto morto dato che le rispettive richieste non collimano assolutamente: “L’Iran vuole la fine delle ostilità, aiuti finanziari, riparazioni di guerra e un ruolo nella supervisione dello Stretto di Hormuz. Al contempo Teheran rimane in disaccordo con le richieste statunitensi sul programma nucleare”.

 

Minaccia poco credibile?

Non v’è dubbio che ad alimentare la convinzione dell’Iran di trovarsi in una posizione di forza contribuiscono i prevedibili limiti delle azioni militari americane, che per riprendere in modo massiccio o perfino di violenza crescente rispetto ai 40 giorni di conflitto effettivo costringerebbero il Pentagono a sguarnire gran parte delle sue forze in patria e nelle basi oltremare, dando fondo ai magazzini, senza contare i costi esorbitanti di un conflitto condotto in pratica solo dall’aria con sofisticate “macchine volanti” di ogni tipo, dagli aerei pilotati ai droni, dai missili da crociera a quelli antibalistici.

Sotto tale aspetto, le minacce di Washington vengono probabilmente percepite come non credibili dal governo iraniano, se intese come foriere di una devastazione biblica del paese e con la pretesa di far crollare un regime collegiale che invece si sta dimostrando molto resiliente, almeno finora.

Lo stesso ministro Araghchi il 20 maggio ha accolto con ironia la diffusione di un rapporto del Congresso statunitense sulle gravi e costose perdite di aerei e droni sofferte dalle forze armate USA nella prolungata campagna sull’Iran: “A mesi dall’inizio della guerra contro l’Iran, il Congresso degli Stati Uniti riconosce la perdita di decine di velivoli per un valore di miliardi. Le nostre potenti Forze armate sono confermate come le prime ad aver abbattuto un caccia F-35 tanto celebrato. Con le lezioni apprese e le conoscenze acquisite, un ritorno alla guerra riserverà molte altre sorprese”.

Il rapporto in questione ha evidenziato come gli Stati Uniti abbiano sofferto la perdita o il danneggiamento grave di “42 velivoli (fra aerei e droni) per un danno totale di 2,6 miliardi di dollari” nei 40 giorni di campagna offensiva contro Teheran. Il rapporto, supportato da dati del Pentagono e del Centcom elenca fra le perdite un caccia F-35, 4 cacciabombardieri F-15E Strike Eagle, un aereo d’assalto A-10 “Warthog”, 7 aerocisterne KC-135 Stratotanker, un velivolo da sorveglianza radar E-3 Sentry, due trasporti speciali MC-130J Commando II, un elicottero HH-60W Jolly Green II, ben 24 droni MQ-9 Reaper e un drone MQ-4C Triton.

In particolare spicca la perdita dei costosi Reaper, droni a lungo raggio da ricognizione e attacco, in grado di portare bombe a guida laser e missili Hellfire, di cui alcuni sono in dotazione anche all’Aeronautica Italiana. L’agenzia Bloomberg ha specificato il 21 maggio che la distruzione di ben 24 MQ-9 equivale all’erosione di ben il 20% della flotta esistente di tali velivoli senza pilota nell’arsenale statunitense e che, trattandosi di sistemi dal costo di ben 30 milioni di dollari l’uno, il salasso per le casse dell’erario USA è da calcolarsi in “quasi 1 miliardo di dollari” solo per questo singolo tipo di armamento.

Gli Stati Uniti e Israele si dicono pronti, fin dalle prime ore del 23 maggio, a riprendere l’offensiva contro l’Iran, tanto che molti funzionari della Casa Bianca e del Pentagono hanno cancellato gli impegni per il fine settimana sul 23-24 maggio, ma si constatava anche che “non c’è ancora un via libera”. Il 22 maggio il comando Centcom ha ricordato che il gruppo d’attacco della portaerei Abraham Lincoln “mantiene la massima prontezza operativa nel Mare Arabico, tanto che sono state ampiamente diffuse immagini aggiornate di caccia imbarcati F-35 catapultati dal ponte della nave per i pattugliamenti volti a far rispettare il blocco navale contro l’Iran.

Intanto il Financial Times ha rilevato che, sulla base di immagini satellitari, il numero di aerocisterne dell’US Air Force dislocate in attesa di ordini sull’aeroporto Ben Gurion in Israele ha raggiunto il numero di 52 velivoli, in netto aumento rispetto ai 36 di marzo e ai 47 di aprile, senza contare altri 10 aerei da rifornimento sulla base israeliana

di Ramon. E per la rete israeliana Channel 12 News USA e Israele starebbero trattando per lasciare questi aerei americani di base all’aeroporto Ben Gurion “fino almeno a fine 2027”, il che sarebbe segno di una volontà di impegno prolungato, sempre che non sia fumo negli occhi allo scopo di disorientare la dirigenza iraniana.

Certo, l’importanza delle aerocisterne risalta se si pensa che tuttora restano pronti all’azione in Gran Bretagna, di stanza alla base di Fairford, un totale di 15 bombardieri pesanti dell’US Air Force fra Rockwell B-1B e Boeing B-52H, che raggiungerebbero l’Iran con rifornimento in volo e che anche nelle ultime settimane di cessate-il-fuoco si sono spesso esercitati in missioni a lungo raggio spingendosi fin sul Mediterraneo.

I bombardieri a lungo raggio costituirebbero un nerbo di prossime azioni contro Teheran e la loro presenza a Fairford ha fra l’altro causato, il 21 maggio, l’annullamento ufficiale dell’edizione 2026 della manifestazione aeronautica Royal International Air Tattoo, prevista teoricamente il prossimo luglio, data “l’incertezza dell’accesso alla base per via della situazione in Medio Oriente”.

Dal canto suo, anche Israele si dice in grado di riprendere in qualsiasi momento i raid. Il capo di Stato maggiore di Tsahal, le forze armate ebraiche, generale Eyal Zamir, ha dichiarato, incontrando i suoi comandanti di divisione, che le truppe e mezzi con la Stella di Davide “sono al massimo livello di allerta e sono pronti a qualsiasi sviluppo”. Zamir ha spiegato: “Accanto al combattimento intenso e continuo, dobbiamo mantenere un alto standard di valori, professionalità e disciplina operativa.

Queste sono le condizioni per la prontezza al combattimento e la coesione forze di difesa israeliane. In ogni arena, stiamo rimuovendo le minacce e agendo prima di tutto per approfondire il danno al nemico e salvaguardare la sicurezza dei nostri civili e soldati. Abbiamo sistematicamente, potentemente e metodicamente colpito e indebolito l’Iran e l’intero asse. Continueremo a operare per tutto il tempo necessario in entrambe le arene vicine e lontane”.

Ma Israele stessa dipende in larga parte dagli Stati Uniti, in armi e finanziamenti, per sostenere la propria potenza militare, che mai come negli ultimi tre anni, dagli efferati attacchi di Hamas del 7 ottobre 2023, è stata così sotto pressione e così sovraccaricata di attività bellica per un periodo di tempo così prolungato e a così alta intensità.

Una novità, per la storia militare israeliana, che altrimenti aveva sempre posto la priorità su campagne fulminee e risolutive, che potrebbe rappresentare col tempo un notevole rischio, o quantomeno far accrescere l’incertezza.

D’altronde, il 21 maggio il Washington Post ha pubblicato dati del Pentagono che danno l’idea della quantità di missili antimissile che le truppe statunitensi hanno consumato nelle scorse settimane per proteggere non le proprie basi e forze sul terreno, bensì quelle dell’alleato israeliano, che evidentemente da solo non riusciva a fronteggiare i massicci lanci di missili e droni da parte iraniana fra marzo e aprile. L’inchiesta evidenzia che “l’US Army ha utilizzato molti più intercettori avanzati rispetto alle forze israeliane per proteggere Israele dagli attacchi iraniani”.

Il che, secondo i funzionari militari citati dal Washington Post “evidenzia fino a che punto Washington si sia fatta carico della risposta ai missili balistici iraniani durante l’Operazione Epic Fury e solleva interrogativi sulla prontezza militare e sugli impegni di sicurezza degli Stati Uniti nel mondo”.

Dati alla mano, gli americani hanno lanciato un totale di 300 costosi missili per fare scudo allo Stato ebraico, contro i 190 scarsi sparati dagli stessi israeliani. Per la precisione si parla di “oltre 200 intercettori THAAD (Terminal High Altitude Area Defense)”, pari addirittura a circa metà del quantitativo totale posseduto dal Pentagono, e di oltre “100 intercettori Standard Missile-3 e Standard Missile-6” lanciati dalle navi USA stanziate nel Mediterraneo orientale. Israele ha invece sparato “meno di 100 intercettori Arrow e circa 90 intercettori David’s Sling”.

Secondo le fonti del WP, “nel complesso, gli Stati Uniti hanno lanciato circa 120 intercettori in più (di Israele, n.d.r.) e hanno ingaggiato il doppio dei missili iraniani”. Ma ciò al prezzo di far scarseggiare negli arsenali americani queste armi costose i cui ritmi produttivi sono molto lenti, costringendo a prelevarne molti dalle basi nei territori di alleati che fronteggiano Cina e Corea del Nord, come appunto Giappone, Corea del Sud e Taiwan.

Conclude il giornale americano: “Se le ostilità dovessero riprendere, l’esercito statunitense potrebbe essere costretto a impiegare ancor più missili intercettori, soprattutto perché Israele ha temporaneamente messo fuori servizio alcune batterie per manutenzione”.

A riprova, il 22 maggio il segretario ad interim della Marina degli Stati Uniti, Hung Cao, ha confermato che il governo americano ha sospeso la prevista vendita di armamenti a Taiwan del valore totale di 14 miliardi di dollari proprio per garantire alle forze americane una adeguata riserva di munizioni sofisticate in caso di ripresa della guerra contro l’Iran. Ma al rischio di dare un cattivo segnale agli alleati nel Pacifico che affrontano la crescente pressione della Cina. Cao lo ha spiegato in un’audizione alla Sottocommissione Difesa della Commissione Stanziamenti del Senato di Washington: “La decisione è legata alla necessità di assicurare adeguate riserve di missili e sistemi intercettori”.

Ha cercato comunque di rassicurare sul fatto che “gli Stati Uniti hanno ancora di scorte abbondanti” e che “le vendite militari all’estero riprenderanno quando l’amministrazione lo riterrà opportuno, la decisione finale sulla riattivazione dell’accordo con Taipei spetterà al segretario alla Guerra Pete Hegseth e al segretario di Stato Marco Rubio”.

 

Una sfida incerta

Dato che la prosecuzione di una campagna militare prolungata e intensa contro l’Iran rischia di creare grossi problemi, a lungo andare, alla macchina bellica statunitense, nonché politicamente allo stesso Trump, nella prospettiva delle elezioni di mid-term del novembre 2026, se l’Iran persiste nel suo arroccamento, pare plausibile che, a differenza di attacchi estesi come quelli di marzo e aprile, gli americani possano optare eventualmente per raid più limitati aventi lo scopo di forzare la mano a Teheran nei negoziati.

Raid seguiti poi da subitanee pause, anche ripetute, per saggiare di volta in volta la volontà dell’avversario. Sembrerebbe uno schema simile a quello che nel 1972 spinse il presidente Richard Nixon, ansioso di chiudere la partita col Vietnam del Nord cercando di salvare la faccia, a scatenare le due offensive aeree Linebacker I e II, con profluvio di B-52. Si è visto, poi, come è finita per l’America in Vietnam. E non è l’unico rischio.

Il 21 maggio la CNN ha riportato che l’Iran, stando a fonti dell’intelligence statunitense, a ricostituire più velocemente del previsto gran parte della sua produzione di armamenti, e soprattutto di droni, approfittando della tregua iniziata in aprile.

Scrive la CNN: “L’Iran ha già riavviato parte della sua produzione di droni durante il cessate il fuoco di 6 settimane iniziato all’inizio di aprile, un segnale della rapida ricostruzione di alcune capacità militari indebolite dagli attacchi israeliani e statunitensi, secondo due fonti a conoscenza delle valutazioni dell’intelligence americana. Quattro fonti hanno riferito alla CNN che l’intelligence statunitense indica che l’esercito iraniano si sta ricostituendo molto più velocemente di quanto inizialmente stimato.

La ricostruzione delle capacità militari, compresa la sostituzione di siti missilistici, lanciatori e capacità produttive per sistemi d’arma chiave distrutti durante l’attuale conflitto, significa che l’Iran rimane una minaccia significativa per gli alleati regionali qualora il presidente Donald Trump riprendesse la campagna di bombardamenti, secondo le quattro fonti a conoscenza dell’intelligence”.

E inoltre: “Ciò mette anche in discussione le affermazioni sulla misura in cui gli attacchi israeliani e statunitensi abbiano indebolito l’esercito iraniano a lungo termine. Sebbene i tempi per riavviare la produzione di diverse componenti delle armi varino, alcune stime dell’intelligence statunitense indicano che l’Iran potrebbe ricostituire completamente la sua capacità di attacco con droni in soli sei mesi”.

Il rapporto della CNN rileva che questi risultati sono stati possibili sia perché l’Iran ha continuato a ricevere assistenza e materiali da Russia e Cina, sia perché “gli attacchi americani e israeliani non hanno causato i danni sperati”.

Nell’ipotesi di una ripresa del conflitto, i pasdaran minacciano: “Se l’aggressione contro l’Iran si ripeterà, la guerra si estenderà oltre i confini della regione”. Teheran potrebbe inoltre sfoderare sistemi d’arma, probabilmente missili e droni, ancora segreti.

Secondo quanto asserito da una fonte militare iraniana citata dall’agenzia di stampa russa Ria Novosti, l’Iran disporrebbe di “armamenti avanzati sviluppati internamente e mai utilizzati sul campo di battaglia”. La fonte aggiunge: “Questa volta non intendiamo agire con moderazione”. Inoltre il parlamentare iraniano Mahmoud Nabavian ha proclamato che “qualsiasi atto ostile da parte del nemico sionista-americano contro la sovranità iraniana nello Stretto di Hormuz porterà a una crisi globale”, ventilando l’interruzione dei cavi sottomarini di telecomunicazioni: “Tagliando i cavi sottomarini, l’Iran potrebbe paralizzare internet, le economie digitali e il sistema bancario globale per anni. La sovranità dell’Iran non è negoziabile”.

Il quadro è complicato anche dal fatto che il campo anti-iraniano, nella regione del Golfo Persico, è tutt’altro che coeso, anzi è frammentato da rivalità tra alcuni dei maggiori attori. Non sono un mistero i contrasti fra Israele e gli Emirati Arabi Uniti originati soprattutto dalle critiche emiratine alla gestione della situazione a Gaza.

La monarchia araba non ha inoltre gradito la rivelazione da parte di Netanyahu di aver segretamente visitato Abu Dhabi durante il conflitto, circostanza sempre negata dagli emiratini. Anche se parte degli accordi di Abramo con lo Stato ebraico, il che ha permesso loro di beneficiare perfino dello schieramento sul loro territorio di alcune batterie del sistema antimissile israeliano Iron Dome per la difesa dai missili iraniani, gli EAU restano guardinghi verso Israele di cui vorrebbero mantenere in sordina i rinnovati, ma ancora difficili rapporti. E ciò nonostante anche gli Emirati siano preoccupati di una potenziale atomica iraniana non meno che Israele.

Il 22 maggio Anwar Gargash, consigliere del presidente degli Emirati Arabi Uniti Mohammed bin Zayed Al Nahyan, ha precisato: “Il programma nucleare iraniano è diventato la nostra principale preoccupazione. In passato il programma nucleare era la nostra seconda o terza preoccupazione, ora è la prima. Abbiamo imparato che l’Iran è capace di usare qualsiasi arma abbia a disposizione”.

Sempre Gargash ha giudicato che “sono 50% a 50% le possibilità che USA e Iran arrivino a un accordo. La Repubblica islamica ha perso molte occasioni negli ultimi anni a causa di una tendenza a sopravvalutare le sue carte. Spero non lo facciano anche questa volta”.

Ma proprio il nucleare contribuirebbe sottobanco a dividere EAU e Israele. C’e chi sospetta, e l’Iran in particolare sostiene questa tesi, che il misterioso attacco con droni di provenienza sconosciuta compiuto il 17 maggio scorso contro la centrale nucleare emiratina di Barakah possa essere farina del sacco di Israele.

I tre velivoli senza pilota sono entrati in territorio emiratino “dalla frontiera occidentale” provenendo apparentemente dal territorio dell’Iraq, notoriamente infestato dalle milizie sciite filoiraniane, ma non solo. Poiché Barakha, operativa dal 2020, è la prima centrale nucleare di un paese arabo, e l’unica attualmente operativa, essendo quella egiziana di Al Dabaa ancora in costruzione, Israele avrebbe tutto l’interesse a lanciare un messaggio sottobanco agli emiratini, affinché non siano tentati anch’essi da una strada di proliferazione atomica. Senza contare che il raid potrebbe avere avuto lo scopo di farne ricadere la responsabilità su Teheran.

Gli Emirati, del resto, devono anche guardarsi dalla rivalità mai sopita con l’Arabia Saudita, per l’influenza nei martoriati Yemen e Sudan ma anche per il diverso atteggiamento verso Teheran. Mentre gli EAU restano più ostili all’Iran, infatti, i sauditi, sull’onda delle citate mediazioni cinesi negli ultimi anni, cercano nonostante tutto di mantenere aperti canali di dialogo, come comprovato dai noti appelli del governo di Riad agli ayatollah affinché infine raggiungano un compromesso con gli Stati Uniti.

Il contesto regionale, quindi, non aiuta a risolvere un’impasse che potrebbe essere sempre più devastante per la stabilità internazionale e l’economia mondiale man mano che la crisi si fa cronica e si incancrenisce. Se non altro si segnala l’interessante proposta della Turchia per offrire agli alleati della NATO vie alternative di approvvigionamento energetico che evitino il collo di bottiglia di Hormuz.

Il 20 maggio il Ministero della Difesa di Ankara ha lanciato l’idea di un oleodotto, il NATO Fuel Pipeline, che collegherebbe la Turchia alla Romania via Bulgaria, per un costo di 1,2 miliardi di dollari e che dovrebbe essere discusso nel vertice NATO che si terrà il 7 e l’8 luglio ad Ankara.

 

Gli sviluppi delle ultime ore

I negoziatori degli Stati Uniti e dell’Iran si stanno avvicinando sempre di più alla finalizzazione di un accordo,  ha detto il 23 maggio Donald Trump alla CBS senza fornire dettagli specifici sull’accordo, ma ha affermato che “ogni giorno va sempre meglio”.  Il presidente ha comunque affermato di credere che l’accordo finale impedirà all’Iran di dotarsi di armi nucleari, aggiungendo che altrimenti “non ne starebbe nemmeno parlando“. Trump ha inoltre aggiunto che l’accordo garantirebbe una “gestione soddisfacente” dell’uranio arricchito iraniano. “Firmerò solo un accordo in cui otteniamo tutto ciò che vogliamo”, ha concluso ribadendo che se gli Stati Uniti e l’Iran non raggiungeranno un accordo, “ci troveremo in una situazione in cui nessun Paese sarà mai stato colpito così duramente come sta per essere colpito l’Iran”.

La risposta degli Stati Uniti alla proposta aggiornata dell’Iran dovrebbe pervenire entro il 24 maggio, secondo quanto riferito a Reuters da due fonti dei negoziatori pakistani, uno dei quali ha dichiarato a Reuters che il memorandum d’intesa sarà “piuttosto esaustivo per porre fine alla guerra”.

Trump, ha avuto una conversazione telefonica con i leader di Qatar, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Egitto, Turchia e Pakistan , che hanno esortato Trump ad accettare l’accordo secondo quanto riferito da Axios che cita un funzionario statunitense ben informato. Axios aggiunge che Trump, dovrebbe avere un colloquio telefonico con il premier israeliano, Benjamin Netanyahu, che ha convocato la sera del 23 maggio una riunione sulla sicurezza con i leader dei partiti della coalizione.

Sempre secondo quanto riportato da Axios, che ha sentito funzionari israeliani, Netanyahu sarebbe molto preoccupato per l’accordo in fase di negoziazione tra Teheran e Washington e avrebbe esortato Trump a lanciare un’altra serie di attacchi contro l’Iran. Il presidente statunitense avrebbe però negato al giornale americano che Netanyahu sia preoccupato per la possibile intesa.

L’agenzia di stampa iraniana Fars ha riferito che “durante lo scambio di messaggi tra Iran e Stati Uniti, diversi mediatori, così come funzionari americani coinvolti nei colloqui, hanno inviato un messaggio alla parte iraniana affinché non prestasse attenzione ai post pubblicati dal Presidente statunitense Donald Trump”.

Secondo quanto riportato, questi funzionari “hanno sottolineato che le dichiarazioni di Trump ai media sono destinate esclusivamente al consumo interno e mediatico, e che la sua posizione al tavolo delle trattative é completamente diversa”. Fars ha inoltre riferito che “una fonte vicina al team negoziale iraniano ha espresso sfiducia nella possibilità di successo dei negoziati”.

 

Foto: Casa Bianca, Presidenza Russa, Governo Israeliano, Tasnim, Lockheed Martin,  US Department of War e FARS

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Nato nel 1974 in Brianza, giornalista e saggista di storia aeronautica e militare, è laureato in Scienze Politiche all'Università Statale di Milano e collabora col quotidiano “Libero” e con varie riviste. Per le edizioni Odoya ha scritto nel 2012 “L'aviazione italiana 1940-1945”, primo di vari libri. Sempre per Odoya: “Un secolo di battaglie aeree”, “Storia dei grandi esploratori”, “Le ali di Icaro” e “Dossier Caporetto”. Per Greco e Greco: “Furia celtica”. Nel 2018, ecco per Newton Compton la sua enciclopedica “Storia dei servizi segreti”, su intelligence e spie dall’antichità fino a oggi.

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