Anchorage: cosa resta un anno dopo?

 

 

 

Articolo pubblicato da Il Fatto Quotidiano (Anchorage e chi scambia tempo con vite di ucraini”) del 13 agosto

 

Un anno fa, il 15 agosto 2025, Trump e Putin si incontravano ad Anchorage per il primo vertice bilaterale sulla guerra ucraina. Nessun trattato fu firmato, ma da quell’intesa nacque in ottobre un piano in ventotto punti che prevedeva cessioni territoriali ucraine in cambio della fine dei combattimenti.

Bastarono pochi giorni perché l’Europa dei volenterosi, riunita in fretta e affiancata a Ginevra da Zelensky, riducesse il testo prima a diciannove punti poi a una versione riveduta di venti, svuotando ogni concessione messa sul tavolo da Washington e Mosca.

Non è stato un episodio isolato, ma un metodo. Le capofila dei volenterosi, Francia, Germania e Gran Bretagna, hanno sempre preferito prolungare il conflitto piuttosto che accettare un compromesso territoriale, lasciando Kiev a scegliere tra la sconfitta e l’annientamento. La pax russo-americana è stata trattata da Bruxelles non come un’occasione da cogliere, ma come una minaccia da disinnescare.

L’Europa si è ritrovata esclusa dalla trattativa, costretta a subire le decisioni prese da Washington e Mosca invece di concorrere a definirle. Peskov ha liquidato le posizioni europee come contraddittorie e conflittuali, proprio mentre Bruxelles sosteneva un cessate il fuoco americano di trenta giorni e minacciava, allo stesso tempo, nuove sanzioni.

Il prezzo di questa ostinazione lo pagano i soldati ucraini, non i governi che li armano da lontano. Trump ha ammesso a febbraio che Kiev è a corto di uomini, e Vance ha denunciato che le autorità ucraine trascinano coscritti al fronte perché non hanno alternative.

In tale contesto, le parole del cancelliere Merz, secondo cui la Russia va condotta al tavolo solo dopo averle fatto raggiungere” i propri limiti” (conferenza sulla sicurezza di Monaco – febbraio 2026), non sono un dettaglio retorico ma la sintesi di una strategia che scambia il tempo guadagnato con vite ucraine per una vittoria che il campo di battaglia non promette.

A maggio dello scorso anno, a premessa del vertice, si era ipotizzato uno scambio implicito tra Washington e Mosca: ritiro ucraino dal Donbass contro tregua russa e allentamento delle sanzioni, una via d’uscita che l’intervento europeo a Ginevra ha reso impraticabile prima ancora che venisse messa alla prova.

Tuttavia, neppure la retorica russa è priva di calcolo. Lavrov a fine luglio e il viceministro Galuzin agli inizi di agosto hanno riaffermato l’impegno verso lo spirito di Anchorage, dichiarando alla Tass che la Russia è pronta ad attuare gli obiettivi dell’operazione speciale proprio sulla base di quelle intese, un richiamo più strumentale che fiducioso.

Mosca sa perfettamente che dopo la diluizione di Ginevra non esiste più alcuna possibilità che quegli accordi vengano ripresi in mano così come erano stati concepiti, eppure continua a evocarli, perché ogni riferimento allo spirito tradito sposta sull’Europa la responsabilità di un fallimento che a Mosca fa comodo quanto a Bruxelles.

Non sorprende dunque che lo scorso 28 giugno, dopo un’ennesima escalation di attacchi reciproci alle infrastrutture energetiche, il ministro degli esteri ucraino Sybiha abbia dichiarato morto lo spirito di Anchorage.

Lo stesso giorno, in un’intervista a Pavel Zarubin, anche Putin lo ha ridimensionato a poche possibilità mai firmate, proposte arrivate dagli americani e mai tradotte in un accordo vero. Kiev lo ha seppellito a parole, Mosca lo ha lasciato morire per omissione, nello stesso momento.

Più che due diagnosi oneste, la coincidenza suona come l’ultimo atto di un copione già scritto da entrambe le parti, nessuna delle quali aveva più interesse a lasciarlo vivere abbastanza a lungo, intestandone la fine all’altro per non chiedersi quanti ucraini si voglia ancora far combattere per rinviare un negoziato ormai solo evocato.

Foto: TASS e Presidenza Russa

 

 

Nato a Vicenza nel 1960, è stato il vice comandante dell'Allied Rapid Reaction Corps (ARRC) di Innsworth (Regno Unito), capo di stato maggiore del NATO Rapid Reaction Corps Italy (NRDC-ITA) di Solbiate Olona (Varese), nonché capo reparto pianificazione e politica militare dell'Allied Joint Force Command Lisbon (JFCLB) a Oeiras (Portogallo). Ha comandato la brigata Pozzuolo del Friuli, l'Italian Joint Force Headquarters in Roma, il Centro Simulazione e Validazione dell'Esercito a Civitavecchia e il Regg. Artiglieria a cavallo a Milano ed è stato capo ufficio addestramento dello Stato Maggiore dell'Esercito e vice capo reparto operazioni del Comando Operativo di Vertice Interforze a Roma. Giornalista pubblicista, è divulgatore di temi concernenti la politica di sicurezza e di difesa.

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