La batosta

La recente batosta subita da Trump da parte del suo ex elettorato con la bocciatura alle elezioni di mid term, interviene in un momento particolarmente delicato per gli equilibri internazionali.
Equilibri precari, in un clima di guerra, definita “ibrida” come un SUV di ultima generazione, quasi a rassicurarci sul fatto che non è una guerra vera quella per la quale molti tifano, ma solo una “cognitive warfare”, qualunque cosa significhi, con un po’ di propaganda, molta “disinformation”, un po’ di attacchi cyber e qualche drone che svolazza sulle nostre teste per combattere altri droni. Insomma niente a che fare con l’orrore che i nostri padri e nonni hanno già sperimentato.
Al contrario, quello che ci minaccia più da vicino è un conflitto “vero” in Ucraina, che si è esteso in un incendio che consuma vite e risorse anche in Medio Oriente e moltiplica minacce di escalation nel Baltico, mentre il blocco dello Stretto di Hormuz e quello in forse di Bab el Mandeb, nonché l’incombente minaccia di altre aggressioni all’Iran aggravano una crisi economica di portata epocale, dalla quale non si vede via d’uscita.
Nel mentre, i corifei dell’Unione Europea denunciano ossessivamente una minaccia russa che non parrebbe tale viste le difficoltà che Mosca incontra anche nella guerra ucraina, nonché per le rassicurazioni in merito di Putin stesso che forse andrebbe ascoltato anziché accuratamente silenziato. Una minaccia che, però, pare non incrinare la certezza del predominio occidentale purché si proceda speditamente sulla strada della militarizzazione generale del continente e su un piano di riarmo che sarebbe stato considerato assurdo solo fino a pochi anni fa, in epoca pre-trumpiana.

Su questo aspetto, si moltiplicano anche i consigli alle popolazioni europee di prepararsi a sopravvivere in autonomia per periodi più o meno lunghi, al lume di candela, con radio a manovella e frigo vuoto, non si sa se per il crollo incombente del sistema finanziario internazionale preconizzato da molti o per il passaggio da tante guerre convenzionali ad un generalizzato conflitto nucleare che evidentemente non incute più il timore del passato.
Come in ogni classica finestra di Overton, infatti, quello che pareva inconcepibile quando ci baloccavamo con le ingenue rassicurazioni dell’art.11 della “più bella Costituzione del mondo”, è lentamente diventato possibile, fino ad essere considerato necessario se non auspicabile da alcuni sciagurati, transitati spudoratamente dalle piazze delle sardine al ghetto dei menagramo.
Quelli che in passato avevano salutato come ovvia, per la nostra natura di “nuovi” Italiani che coi vecchi non vogliono più avere nulla a che spartire, la sostanziale smilitarizzazione nazionale, per affannarsi ora a trovare argomenti per giustificare una virata di 180° che riesumi lo “spirto guerrier ch’entro ci rugg(iva)”.
Per fortuna c’è l’Unione Europea, pronta allo scopo, per conferire a questa nuova animosità finto-bellica una cornice istituzionale, proponendo lo spettro di un “Esercito Europeo”, ovviamente impossibile, che emancipi quelli nazionali dalle pulsioni indipendentiste dalle quali non possono prescindere.

C’è poco da fare, infatti: per mandare un giovane a morire non ci si può limitare all’evocazione di valori nobili che galleggiano nel mondo impalpabile dell’eidos, disancorati dalla realtà; non si possono invece evitare i richiami al “sacro dovere della difesa della Patria”, quella concreta e fatta di terra sotto i “nostri” piedi e richiamata anche dall’art.52 della costituzione, al sangue dei martiri che riposano nelle tombe delle “nostre” famiglie, alla sicurezza delle “nostre case e dei nostri altari”.
E questo, con buona pace di chi pensa che bastino un po’ di professionisti, quelli che si definiscono professionals per fare impressione, magari mercenari, e di armi al passo coi tempi per sbolognare il triste compito ad altri.
Quando poi questi altri fossero i paracadutisti mandati per ora a presidiare le strade di Milano, non ci sarebbe neppure il fastidio di doversene dolere troppo.

Tornando agli USA, è stata una bocciatura, quella del biondo POTUS, ampiamente prevista dopo la disavventura iraniana nella quale si è cacciato anche per una eccessiva dipendenza dai desiderata israeliani che già gli avevano causato più di qualche caduta di appeal per il supporto dato al macello di Gaza e a quelli susseguenti della Cisgiordania e del Libano.
C’è da dire che sul piano interno americano la bocciatura avrà bisogno di aspettare l’insediamento ufficiale dei nuovi Congresso e Senato a gennaio e in questo periodo di due mesi non sono da escludersi – anzi – azioni che consentano a Trump di togliersi qualche sassolino dalle scarpe, prima che per lui sia troppo tardi.
E questo è un rischio concreto, dato il carattere del personaggio, al centro di incoraggiamenti pelosi a “finire il lavoro” (lo chiamano così) con l’Iran, magari sganciando qualche pillola nucleare come teme Tucker Carlson e accontentando Netanyahu, a sua volta alle prese con un esito elettorale che ne ridimensiona il potere.
Ma potrebbe anche essere un’opportunità che acceleri la ricerca di una via d’uscita in Ucraina, consentendo almeno il conseguimento di uno dei principali obiettivi dichiarati in campagna elettorale.
Quello che è certo è che sarà forte la pulsione a cercare di ripristinare l’onore di una superpotenza in palese crisi economica, finanziaria e di identità ed alle prese con concorrenti esterni che spingono verso un multipolarismo che vorrebbe trasformare gli Usa, nella migliore delle ipotesi, in un primus inter pares con Russia, Cina e forse India.
Quanto all’Europa, con l’avvento di Trump aveva già dimostrato che privata del ruolo di portavoce degli Usa è completamente afona e inconcludente anche nelle sue finalità fondamentali, tra cui quella di mantenere la pace nel continente.

L’assenza per ora di una leadership chiara in campo democratico lascia ancora spazio ai repubblicani per affrontare le elezioni del 2028, quando Trump dovrà passare la mano, con un candidato che non sia troppo coinvolto con gli insuccessi attuali; magari il Vice di Trump, Vance, prudentemente silenzioso da tempo, o il Segretario di Stato Marco Rubio.
Sul primo, che pare aver rotto il regime di silenzio che si era imposto negli ultimi mesi solo ora, riconoscendo con un post “a futura memoria” la portata della guerra persa nel Golfo e la continuazione di quella in Ucraina tra le cause della sconfitta, sembrano appuntarsi le speranze di un ritorno repubblicano nel 2028.
E a questo punto l’accorato appello dello stesso Vice President ai repubblicani delusi di tornare alla casa madre, scegliendo in futuro candidati contrari alla guerra; lontani, insomma, dalle idee di quel Lindsey Graham che col suo estremismo sionista era stato tra i maggiori ispiratori di una guerra disastrosa.

Probabilmente, molte leadership europee, spiazzate dal cambio di politica nei confronti della guerra russo-ucraina dalla fine del mandato di Biden e umiliate dal cambio di passo trumpiano, era su questa crisi di Trump che avevano scommesso.
Se l’amministrazione democratica aveva fatto come minimo da levatrice e propulsore alla guerra, infatti, con Trump la situazione era sembrata da subito diversa.
Le aperture a Putin, in Alaska, con i frequenti viaggi dei suoi inviati Witkoff e Kushner a Mosca, nonché del Capo della CIA e dell’FBI stesse, hanno segnato la fine di un isolamento russo sul quale sembrava paradossalmente obbligatorio contare anche a costo di alimentare una guerra civile intereuropea dai prezzi elevatissimi.
Eppure, si trattava di una guerra che aveva trovato stranamente tutti i leader del vecchio continente compatti, disciplinatamente in fila e al passo dietro alla Gran Bretagna, sdegnosa protagonista della BREXIT, nel rifiutare ogni ipotesi di trattativa, anche a costo di innescare una crisi energetica che ora è sotto gli occhi di tutti.

Ma un semplice “ritorno all’antico” pre-trumpiano sembra ancora improbabile. L’Unione Europea non sembra infatti nelle condizioni di trarre vantaggio da questa nuova fase e la rinuncia ai rifornimenti russi pare ormai consolidata e difficilmente ovviabile come forse alcuni speravano con l’imposizione di condizioni ad una Russia soccombente in Ucraina. Ora i prezzi li faranno loro, insomma, anche grazie al successo che stanno ottenendo sul campo e che provoca sommovimenti nel corpo dell’Unione che sarebbero sembrati impensabili, ai più ingenui, fino a pochi mesi fa.
Né si può sperare che gli USA rinunceranno ai grandi dividendi assicurati dalla politica trumpiana dei dazi e dalle imposizioni in termini di acquisizione di petrolio, gas e armi da oltreoceano a paesi europei che sembravano e sembrano pronti a tutto pur di non essere “lasciati soli”.
Quanto ai sommovimenti, si segnala per effervescenza soprattutto quella che ai tempi della Guerra Fredda si definiva Europa Orientale.
I “mal di pancia” da sempre denunciati da Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia non sono cambiati e anche la sostituzione di Orban ad opera di Magyar, vede il nuovo primo Ministro ungherese confermare di non voler rinunciare al gas russo. In Romania è stato necessario l’intervento della magistratura locale per impedire a Georgescu, politico antieuropeista, di essere eletto Presidente della Repubblica nonostante la vittoria al primo turno, mentre in Moldavia la eletta Presidente europeista Sandu prevale in un clima di sospette interferenze esterne anche grazie all’esclusone dal voto di larga parte della comunità Moldava espatriata in Russia.

Il fatto che la stessa abbia dichiarato che in caso di referendum avrebbe votato per l’unificazione della Moldavia alla Romania la dice lunga su un personaggio che dovrebbe incarnare e difendere l’indipendenza nazionale.
In Bulgaria, l’ultimo paese entrato di malavoglia nell’area euro dal primo gennaio di quest’anno, si è appena affermata una Presidente sovranista, Iliana Yotova, contraria al mantenimento delle sanzioni contro la Russia, mentre in Polonia un tentativo di colpo di Stato giudiziario contro la politica sovranista nazionale ad opera della fazione che fa capo al Premier Tusk – non a caso già Presidente del Consiglio Europeo – è stato per ora stroncato dal Presidente della Repubblica Nawrocky.
Il silenzio imbarazzato dei politici europei e dei relativi media su questo evento traumatico la dice lunga sulla portata di una crisi che investe tutto il continente. Ma anche il nord scandinavo si segnala per attivismo, nonostante l’innalzamento dei toni antirussi di questi ultimi anni, con una lunga telefonata fatta dai primi ministri norvegese e finlandese a Putin, che ha attirato sugli interessati la sdegnata sorpresa dei “colleghi” europei.
Certamente, il cambiamento occorso negli Usa complicherà ulteriormente questa situazione, anche se Trump stesso ha tenuto a precisare, pur riconoscendo e “concedendo” la vittoria ai democratici, che il Presidente continua ad essere lui.
Calma e gesso, insomma!
Foto Casa Bianca
Vignetta di Alberto Scafella
Marco BertoliniVedi tutti gli articoli
Generale di corpo d'armata, attualmente Presidente dell'Associazione Nazionale Paracadutisti d'Italia, è stato alla testa del Comando Operativo di Vertice Interforze e in precedenza del Comando Interforze per le Operazioni delle Forze Speciali, della Brigata Paracadutisti Folgore e del 9° reggimento incursori Col Moschin. Ha ricoperto numerosi incarichi in molti teatri operativi tra i quali Libano, Somalia, Balcani e Afghanistan.







