Se il realismo italiano convince Merkel e ammorbidisce Macron

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da Il Mattino del 29 agosto

Pragmatismo: sembra essere diventata finalmente questa la parola d’ordine del governo italiano trainato nel tentativo di chiudere la rotta libica dell’immigrazione illegale dalle iniziative di Marco Minniti. Un ministro che sarebbe riduttivo definire degli Interni soprattutto dopo il vertice di ieri con Libia, Ciad. Niger e Mali e gli accordi con Tripoli e i sindaci libici.

Mentre il presidente del Parlamento europeo, Antonio Tajani, auspicava ieri un piano d’azione da 6 miliardi di euro per pacificare la Libia e interrompere definitivamente i flussi migratori dalla nostra ex colonia (la stessa cifra promessa ai turchi per interrompere i flussi migratori dalla rotta balcanica), immaginando investimento di lungo periodo da 50-60 miliardi per tutta l’Africa, Minniti varava una task force italo-africana ad alto livello delle forze di sicurezza.

Una sorta di cabina di regia per coordinare gli sforzi contro i trafficanti tra Sahel e Libia che potrebbe anche tramutarsi un vero e proprio centro di comando e controllo se l’Italia sarà pronta a investirvi un po’ di militari e tecnologie.

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Il primo obiettivo è indurre le agenzie dell’Onu a fare di più per accogliere e rimpatriare i migranti illegali oggi presenti in Libia, per questo Roma ha recentemente finanziato le attività dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni e dell’Unhcr Alto commissariato Onu per i rifugiati in Tripolitania rispettivamente con 18 milioni e 10 milioni di euro.

Il secondo obiettivo è rafforzare la capacità di controllo dei confini in Libia e nei paesi della regione. Un piano che, pragmaticamente, punta a rispondere alle emergenze di sicurezza stanziando fondi nazionali (10 milioni al Ciad, 50 al Niger) per sostenere i paesi in pima linea nei flussi migratori diretti verso l’Italia ma che punta ai fondi del Trust Fund dell’UE per l’Africa in modo da aumentare le risorse disponibili anche per i rimpatri volontari assistiti e retribuiti (la Germania nel 2016 ha rimpatriato 55 mila migranti illegali con questa formula).

Un piano che allarga ai paesi circostanti l’intesa già in atto col governo di Fayez al-Sarraj e con i sindaci di 14 città libiche attraversate dal traffico di migranti illegali e che non poteva incontrare resistenze ufficiali da parte dei partner europei riuniti ieri all’Eliseo anche se si può stare certi che Parigi non vede di buon occhio la penetrazione di Roma nel suo “impero” africano.

I paesi del Sahel coinvolti dal programma di Minniti sono le stesse ex colonie francesi con cui Parigi collabora nel contrasto alle forze jihadiste nel Sahel nell’ambito dell’Operazione Barkhane che vede schierati nella regione 4mila soldati francesi con 400 mezzi e 40 velivoli.

Anche Berlino sta aumentando la sua presenza economica e militare nell’area: schiera mille soldati con una decina di aerei, droni ed elicotteri in Mali nell’ambiti delle forze Onu che combattono le milizie islamiste e ha appena donato all’esercito del Niger 250 camion e motociclette per pattugliare il deserto.

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Una recente intesa tra Germania e Francia prevede di rafforzare le dotazioni militari di Niger, Mali, Mauritania, Burkina Faso e Ciad che hanno costituito una forza regionale il cui quartier generale è in costruzione a Niamey. Il ruolo dell’Italia nel Sahel è quindi utile a bilanciare la tradizionale influenza francese e quella crescente tedesca in una regione dove alle rivalità tra le “potenze” europee si affiancano le minacce alla sicurezza.

Inclusa quella dello Stato Islamico che, in rotta sui fronti bellici in Iraq e Siria, sta consolidandosi proprio nelle aree desertiche della Libia, come dimostra anche il video diffuso ieri dall’ agenzia di stampa Amaq in cui si vedono miliziani jihadisti allestire un check-point lungo la strada che collega Abu Grein al distretto di al-Jufra.

Quanto alle migrazioni illegali la proposta francese di esaminare le domande d’asilo dei migranti in centri di raccolta da istituire in Niger e Ciad potrebbe scoraggiare molte partenze mentre l’apprezzamento generale espresso dai partner europei per il codice di condotta imposto da Roma alle Ong dedite al soccorso in mare era scontato.

L’Italia se l’era fatto approvare da Bruxelles prima di sottoporlo alle organizzazioni non governative il cui ruolo oggi è ormai in declino di fronte allo stop quasi totale delle partenze dalle coste libiche.

“Fare sistema” per bloccare i flussi tra il Sahara e il Mediterraneo è del resto ormai imperativo per un’Europa sotto pressione sui fronti del terrorismo e dell’immigrazione illegale e, per una volta, oggi è l’Italia a trainare coi fatti gli altri partner.

Foto: Frontex, Ansa e Guaardia Costiera Libica

Gianandrea GaianiVedi tutti gli articoli

Giornalista bolognese, laureato in Storia Contemporanea, dal 1988 si occupa di analisi storico-strategiche, studio dei conflitti e reportage dai teatri di guerra. Dal febbraio 2000 dirige Analisi Difesa. Ha collaborato o collabora con quotidiani e settimanali, università e istituti di formazione militari ed è opinionista per reti TV e radiofoniche. Ha scritto diversi libri tra cui "Iraq Afghanistan, guerre di pace italiane" e “Immigrazione, la grande farsa umanitaria”. Dall’agosto 2018 al settembre 2019 ha ricoperto l’incarico di Consigliere per le politiche di sicurezza del ministro dell’Interno.

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