Il flop del riarmo britannico e le dimissioni del ministro Healey

Dopo la batosta alle elezioni amministrative il governo laburista britannico guidato da Keir Starmer perde uno dei suoi ministri più importanti, specie in tempi “di guerra” come questi, affossando così la credibilità dell’esecutivo di Londra.
John Healey (nella foto sotto con un veterano dello sbarco in Normandia), esponente di spicco del Labour, grande alleato di Starmer e ministro della Difesa, si è dimesso con un annuncio che sembra aver sorpreso molti, a partire dagli alleati nella NATO.
Healey ha affermato in una lettera (che pubblichiamo più in basso) che il Primo Ministro è stato “incapace” e il ministero del Tesoro, guidato dal Cancelliere dello Scacchiere Rachel Reeves, si è dimostrato “indisponibile” nel mettere a disposizione le risorse fondamentali per le forze armate del Regno Unito alle prese con le “minacce crescenti” nel mondo, dalla guerra russo-ucraina al conflitto in Medio Oriente.
Un duro colpo che, secondo gli osservatori, potrebbe mettere KO il governo aprendo la sfida per la leadership del partito.

“Il tuo accordo finanziario sul Piano di investimento per la difesa, che mi è stato comunicato per intero solo lunedì pomeriggio, è ben al di sotto di quanto necessario per la difesa e per il Paese in questo momento pericoloso”, si legge nella lunga e dettagliata lettera di dimissioni.
Healey ha perfino rivelato numeri imbarazzanti per il premier, che aveva promesso il riarmo britannico e un ruolo guida all’interno dell’Alleanza Atlantica, con l’idea di renderla sempre più a trazione europea a fronte del disimpegno annunciato dal presidente americano Donald Trump.
L’aumento delle spese per la difesa programmato da qui al 2030 è dello 0,08% del Pil, quindi dal 2,6% al 2,68%, inclusi gli aiuti all’Ucraina. Ben lontano dal 3% necessario per far fronte alle sfide attuali e ancora di più dal target NATO del 3,5% entro il 2035.
Più soldi, meno capacità
“Non ne sapevo nulla delle dimissioni”, ha detto sorpreso, in una conferenza stampa, il segretario generale della NATO, Mark Rutte. Un contesto imbarazzante per le ambizioni britanniche.
A partire dalle iniziative del cosiddetto formato E3, con Francia e Germania, oltre al progetto dei “volenterosi” rimasto sulla carta, quando gli effettivi dell’esercito di Sua Maestà sono inferiori alle aspettative, come da tempo sottolineano alti ufficiali e analisti militari, e la Royal Navy non ha sottomarini d’attacco operativi e la flotta un tempo “gloriosa” è costantemente soggetta a guasti e problemi di manutenzione che ne limitano a mezza dozzina il numero di unità da combattimento disponibili e ritardano le capacità d’intervento.

Emblematico il caso della nave ammiraglia, la portaerei Prince of Wales, costantemente in porto per riparazioni. Senza contare le fregate e le navi da assalto anfibio della Royal Navy radiate anzi tempo per mancanza di equipaggi, la crisi della Royal Fleet Auxiliary, la radiazioni di elicotteri e droni per mancanza di fondi, mentre il British Army continua a perdere ogni anno più militari di quanti riesca ad arruolarne, ha organici inferiori a quelli disponibili dopo le guerre napoleoniche e sta perdendo o riducendo numerose capacità specialistiche.

Un disastro che cozza con i proclami a fronteggiare “l’invasore russo” in Europa ma soprattutto che indica una prolungata pessima pianificazione della spesa militare (la cui responsabilità non ricade certo solo sul governo attuale) più che la sua inadeguatezza in termini finanziari.
La Gran Bretagna è di gran lunga la nazione europea che spende di più per la Difesa con 74,5 miliardi di sterline quest’anno (fonte Military Balance 2026), cioè 86,3 miliardi di euro), inclusi i 3 miliardi annui di sterline per l’Ucraina.
Un flop che è stato al centro dei duri attacchi lanciati da Trump contro Starmer, tali da minare la storica “special relationship” fra Londra e Washington. Ma il contraccolpo più immediato per il primo ministro è sul fronte interno per l’accusa di non garantire la sicurezza del Paese e la tenuta del governo.
Starmer (per ora) non molla
Con Healey sono sei i membri dell’esecutivo, di primo e secondo piano, ad aver lasciato nell’ultimo mese. Di recente era stata la volta di Wes Streeting, ex ministro della Sanità, pronto a partecipare alla sfida alla successione alla guida del Labour.
Il 18 giugno si attende una vittoria all’elezione suppletiva di Makerfield del popolare sindaco di Manchester, Andy Burnham, l’esponente progressista deciso una volta tornato in Parlamento a vincere il duello con uno Starmer sempre più indebolito ma che il 12 giugno ha nominato nuovo ministro della Difesa Dan Jarvis, ex ufficiale del Reggimento Paracadutisti con esperienze operative nei Balcani, in Iraq e in Afghanistan.

Starmer ha replicato a Healey, difendendo il piano di investimenti del governo per la Difesa. “Il piano di investimenti per la difesa garantisce un aumento senza precedenti della spesa per la difesa in modo sostenibile e fornirà le risorse di cui le nostre forze armate hanno bisogno per garantire la nostra sicurezza”, ha scritto in una lettera di risposta al dimissionario ministro della Difesa.
“Permetterà di realizzare i grandi investimenti strategici di cui abbiamo bisogno a lungo termine e offrirà la certezza di cui la finanza privata ha bisogno per investire. Finanze pubbliche solide sono parte di ciò che ci garantisce la sicurezza; un indebitamento irresponsabile non fa altro che metterla a rischio”, ha concluso Starmer.
Il premier non intende lasciare il numero 10 di Downing Street. “Non ho intenzione di andarmene, non credo che dovremmo far precipitare il Paese nel caos di un’elezione per la leadership. Nelle ultime settimane altri hanno esposto le loro ragioni. Io mi sono concentrato sul lavoro per cui sono stato eletto, ovvero ottenere risultati per questo Paese, si tratta di senso del servizio e del dovere. Non è vanità. Non è testardaggine. È dovere”, ha detto Starmer alla BBC.
Il leader Labour ha anche detto di avere preso decisioni “forti” per aumentare la spesa per la difesa e afferma che questa sarà la “priorità numero uno in ogni revisione di bilancio”.
L’uscita di Healey viene invece vista dagli avversari come l’ultimo atto del governo Starmer. Il segretario dei Verdi, Zack Polanski, conta in “qualche settimana” la sopravvivenza politica del premier. La leader del Partito Conservatrice, Kemi Badenoch, parla di crisi politica interna al governo guidato da Starmer, accusato di essere “allo sbando” e privo di una linea chiara sulle priorità di spesa pubblica.
“il suo ministro della Salute si è dimesso due settimane fa. Il suo ministro della Difesa si è dimesso in un momento critico, mentre affrontiamo minacce globali, e lo fa perché il primo ministro sta cercando di compiacere i suoi parlamentari di base mettendo soldi nel welfare invece che nella difesa”, ha affermato.

La leader conservatrice ha poi rilanciato la necessità di aumentare la spesa militare: “dobbiamo iniziare a finanziare la difesa. Dobbiamo arrivare al 3% del PIL entro la fine di questa legislatura“, mettendo in poi discussione la leadership del primo ministro: “Keir Starmer non ha alcun piano. Non vedo come possa restare in questo incarico. Non è in grado di governare il Paese. È paralizzato perché i suoi parlamentari vogliono solo spendere soldi per il welfare“, ha concluso.
In realtà anche i conservatori non godono di ottima salute in termini di consensi. Anzi, si può affermare che nelle ultime elezioni amministrative, come nei sondaggi sulle intenzioni di voto, sia i Labour che i Tory sono in caduta libera a vantaggio di Reform UK di Nigel Farage e dei Verdi.
Di fatto l’elettorato britannico, colpito da crisi economica e da disordini sociali legati a un’aggressiva immigrazione di massa, abbandona i partiti che hanno guidato negli ultimi cinque anni i governi che hanno voluto politiche di riarmo, sostegno all’Ucraina e contrasto alla Russia.
Prospettive economiche e strategiche
Del resto il governo Starmer ha revocato i sussidi per i pagamenti delle bollette elettriche a 300 mila famiglie disagiate per finanziare 3 miliardi di sterline di aiuti militari annui all’Ucraina mentre gli ultimi dati economici indicano che il PIL del Regno Unito è sceso dello 0,1% ad aprile, dopo la crescita dello 0,3% di marzo, secondo i dati diffusi oggi dall’Ufficio nazionale di statistica (ONS), a causa del conflitto in Medio Oriente che ha rialimentato le pressioni inflazionistiche e minaccia di frenare ulteriormente la crescita.
“Prima del conflitto in Medio Oriente la crescita era superiore alle attese e l’inflazione era in calo“, ha commentato il Cancelliere dello Scacchiere, Rachel Reeves, sottolineando che Londra si è ritrovata ad affrontare le conseguenze di una guerra non voluta.

Come commenta l’agenzia di stampa Italpress, da mesi il Ministero della Difesa e il Tesoro erano impegnati in un confronto sempre più difficile sul Defence Investment Plan, il documento destinato a tradurre in capacità concrete le indicazioni della Strategic Defence Review. Le richieste avanzate da Healey, inizialmente stimate in circa 28 miliardi di sterline e successivamente ridotte a una soglia minima di 18 miliardi, si sono scontrate con una linea di maggiore prudenza perseguita dalla ministra delle Finanze, la cancelliera dello Scacchiere Rachel Reeves, orientata a contenere l’impatto della spesa militare sui conti pubblici.
Il compromesso prospettato dal governo, pari a circa 13,5 miliardi di sterline, è stato giudicato insufficiente dai vertici del dicastero, alimentando la convinzione che il Regno Unito rischiasse di compromettere la propria capacità di risposta in un momento di crescente instabilità internazionale.
Non sorprende, pertanto, che il dibattito sulla Difesa sia progressivamente diventato una questione di equilibrio tra sicurezza e sostenibilità. Le richieste provenienti dalla NATO e dagli Stati Uniti per un ulteriore incremento degli investimenti militari si intrecciano con la necessità, politicamente assai più complessa, di preservare la spesa sociale e contenere il deficit pubblico. È una tensione che attraversa l’intero continente europeo, ma che nel caso britannico assume una valenza particolare in ragione delle responsabilità globali che Londra continua ad attribuirsi.

La questione centrale rimane infatti quella che ha accompagnato l’intera vicenda Healey: stabilire quale livello di potenza militare il Regno Unito intenda realmente mantenere e quale prezzo politico, economico e sociale sia disposto a sostenere per conservarlo. In questa prospettiva, le dimissioni del ministro della Difesa assumono il valore di un passaggio emblematico nella fase di transizione che attraversa l’Europa occidentale. Il ritorno della competizione strategica tra Stati, la fine dell’illusione di una sicurezza a basso costo e la crescente richiesta di capacità militari credibili impongono ai governi scelte che inevitabilmente incidono sulle priorità economiche e sociali.
Per Londra la questione non riguarda soltanto la consistenza dei bilanci, ma la definizione stessa del proprio ruolo nel sistema internazionale. È su questo terreno, più che sulle vicende contingenti di Westminster, che si misurerà la capacità del Regno Unito di continuare a esercitare quell’influenza strategica che per decenni ha costituito uno dei pilastri dell’equilibrio euro-atlantico.
La solidarietà di Crosetto
Le dimissioni di Healey hanno avuto anche strascichi in Italia, dove il ministro della Difesa Guido Crosetto minaccia le dimissioni in seguito alla decisione del governo italiano di non finanziare il programma NATO di acquisto di armi statunitensi per l’Ucraina (PURL) e di ridurre da 15 a 5 miliardi (o forse ad azzerare) l’accesso ai fondi del programma europeo per il riarmo SAFE.

Decisioni che si aggiungono al ritiro dell’Italia dalla Coalizione per le munizioni all’Ucraina (che in sei mesi ha visto ridursi i finanziatori da 18 a 9 nazioni) e al no di Roma (insieme a Francia, Spagna, Gran Bretagna e altri partner NATO) al piano promosso da Mark Rutte per stanziare ogni anno lo 0,25% del PIL dei membri dell’alleanza per il sostegno militare a Kiev.
Commentando la lettera di Healey a Starmer, Crosetto ha scritto su X: “Sono molto dispiaciuto, amico mio, veramente molto. Capisco completamente le tue riflessioni e le ragioni che ti hanno portato a questa scelta.. Mi ritrovo d’accordo con praticamente tutto ciò che hai scritto, e i pensieri che hai reso pubblici oggi spesso sono stati anche i miei. Ho scelto di aspettare per tempi meno difficili, sperando per una evoluzione positiva delle attuali circostanze. Non so se il percorso che ho scelto è quello giusto per aiutare a promuovere una maggiore consapevolezza all’interno del governo e della nazione, ma i segnali che ho ricevuto mi spingono a credere che una comprensione più conscia sta emergendo, e per questo che uno sviluppo positivo è possibile. Le tue parole, comunque, lasciando una impressione che dura. Spero di vederti presto in modo da poterne parlare. Abbi cura di te”.
I nodi al pettine
Il tema delle spese militari, del riarmo in funzione anti-russa e degli aiuti militari all’Ucraina in preda alla corruzione, costituiscono in tutta Europa una sfida che sta indebolendo drasticamente i governi in carica, Non solo perché la minaccia russa, così come la solidarietà versi Kiev, non vengono condivisi né percepiti come prioritari dalla gran parte dell’opinione pubblica, ma soprattutto perché l’elettorato attribuisce ai governi di questi ultimi anni le gravi crisi economiche e di sicurezza che attanagliano molte nazioni in Europa.

Non a caso, le tre potenze europee che costituiscono il fronte dei cosiddetti “Volenterosi” contro la Russia e al fianco dell’Ucraina hanno tutte i governi al minimo di consensi e di credibilità.
Come Analisi Difesa ha più volte evidenziato, proporre “cannoni” al popolo che chiede “burro” non aiuterà né le economie né i governi in Europa e qualcuno finalmente comincia a capirlo. Anche perché senza economie floride non sarà possibile offrire benessere ai cittadini europei né ricostruire l’Ucraina.
L’errore di fondo, che oggi pagano tutti, è aver seguito, sposato e copiato le narrazioni propagandistiche di USA (fino all’arrivo di Donald Trump), NATO e UE sul riarmo in condizioni energetiche e industriali precarie e a costi insostenibili contro la fantomatica minaccia russa che incomberebbe sull’Europa, alimentata da alcune nazioni partner ma non percepita come reale da gran parte dell’opinione pubblica.
Leggi anche
Ma quale riarmo? Londra taglia elicotteri, droni, navi e azzoppa i Royal Marines
Stipendi più alti non fermano l’esodo dalle forze armate britanniche
Lettonia e Gran Bretagna aumenteranno le spese per la Difesa
L’esercito britannico resta (quasi) senza artiglieria semovente
Ready for War? Un rapporto evidenzia i guai della Difesa britannica
Gianandrea GaianiVedi tutti gli articoli
Giornalista bolognese, laureato in Storia Contemporanea, dal 1988 si occupa di analisi storico-strategiche, studio dei conflitti e reportage dai teatri di guerra. Dal 1991 al 2014 ha seguito sul campo i conflitti nei Balcani, Somalia, Iraq, Afghanistan, Sahara Occidentale, Mozambico e Sahel. Dal febbraio 2000 dirige Analisi Difesa e nel 2026 ha aperto il Canale YouTube “La Penna nel Fianco”. Ha collaborato o collabora con quotidiani e settimanali, università e istituti di formazione militari ed è opinionista per reti TV e radiofoniche. Ha scritto diversi libri tra cui "Iraq Afghanistan, guerre di pace italiane", “Immigrazione, la grande farsa umanitaria” e "L'ultima guerra contro l’Europa". Presso il Ministero dell’Interno ha ricoperto dal 2018 l’incarico di Consigliere per le politiche di sicurezza di due ministri e un sottosegretario. Nel 2026 ha ricevuto l'onorificenza di Cavaliere dell'Ordine al Merito della Repubblica Italiana (OMRI).








