La NATO dopo il G7 in Canada

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Purtroppo la NATO non pare godere di buona salute da un po’ di tempo. I motivi sono molteplici ma proviamo a evidenziarme alcuni:

  • il progressivo allentamento del link transatlantico, che è iniziato perlomeno dall’epoca di George W Bush,
  • la diversa percezione dei rischi/minacce provenienti da est e da sud da parte dei singoli paesi membri,
  • le divergenti percezioni dei rapporti con la Russia,
  • le procedure decisionali che non sono più adeguate ad un Alleanza a 29 che di fatto concede diritto di veto anche al paese membro più piccolo ed insignificante,
  • l’accettazione, su pressione USA, di membri che non avevano capacità militari adeguate e assolutamente non autosufficienti,
  • l’essersi assunti (a posteriori) la responsabilità di operazioni iniziate da altri e certamente non decise a Bruxelles. Operazioni che è difficile continuare a sostenere abbiano avuto successo, quali Afghanistan e Libia.

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Nello scorso fine settimana la situazione del “paziente” NATO sembra essersi aggravata sensibilmente ma non in seguito alla semestrale riunione dei ministri della difesa  che ha avuto luogo il 7 e l’8 giugno a Bruxelles. Riunione che, così come l’analoga dei ministri degli esteri, raramente coglie l’attenzione della stampa nazionale.

Questa volta, eccezionalmente, è stata oggetto di notevole attenzione, ma non in relazione agli argomenti trattati o alle decisioni assunte, ma essenzialmente perché la stampa voleva vedere il “debutto” della nuova ministra italiana della difesa, con opinionisti già schierati, tipo tifoserie di calcio, per evidenziarne chi i meriti chi i demeriti.

In fondo poi, le decisioni da assumere in tali contesti sono già state da tempo approvate nelle capitali. Funzionari diplomatici e militari ne hanno a lungo pre-masticato i testi, in modo da renderli digeribili anche agli stomachi più delicati nell’ambito dei 29 membri.

No, il colpo più grave alla compattezza e di conseguenza alla credibilità dell’Alleanza è stato impartito nel fine settimana dal G7 in Canada. Colpo che segue a breve distanza il manifestarsi di insanabili divergenze di vedute tra Washington e gli Alleati in merito all’accordo sul nucleare iraniano.

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L’impressione è che si stia aprendo un baratro politico difficilmente colmabile, almeno nel breve termine, tra gli USA (di fatto promotori della NATO) e i principali alleati “storici”, ovvero quelli che hanno firmato il Trattato di Washington nel 1949 (tra cui Italia, Francia, Regno Unito e Canada), più la Germania (che venne ammessa nel 1955).

Il “baccano” che Trump fa tutte le volte in relazione alle spese militari non ha nulla a che fare con la sicurezza atlantica. È solo propaganda per l’elettorato interno.

Inoltre, non si può non tener conto del fatto che da un eventuale incremento della spesa militare da parte dei paesi europei non potrebbe non trarre un guadagno economico il maggior produttore ed esportatore di armamenti a livello mondiali, cioè gli Usa. Insomma, la credibilità di Trump al riguardo è pari a quella di un pasticciere che tenti di convincerci che il tiramisù fa dimagrire.

Il punto, invece, è che ormai sembrano essere molte le importanti divergenze che stanno ponendo su fronti opposti USA e i maggiori paesi europei.

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Ovviamente, la “guerra dei dazi” non può essere circoscritta solo agli aspetti prettamente doganali, ma ha delle valenze e delle ricadute politiche e psicologiche non indifferenti. Ovvero: fino a quando posso essere alleato e combattere insieme a una nazione che ritengo (a torto o ragione) che danneggi nei miei interessi?

La politica almeno apparentemente schizofrenica di Washington in Medio Oriente, che alterna lunghi periodi di assenza a brevi e inefficienti azioni dimostrative, è da molti europei percepita come il ballo di un elefante in una cristalleria.

In merito al nucleare iraniano, che preoccupa molto più di quello di Kim Jong-un, la posizioni sono decisamente divergenti sulle due sponde dell’Atlantico.

Da tempo la politica USA guarda più attraverso il Pacifico che attraverso l’Atlantico. Già Obama aveva dimostrato il massimo disinteresse per le evoluzioni politiche e di sicurezza in Europa, Medio Oriente e Nord Africa, e si era dedicato ad un potenziale G2 con la Cina. Ma lo faceva in modo più discreto e forse gli europei non ci hanno attribuito la dovuta rilevanza. Inoltre, Obama in un certo senso era un “piacione” e al pubblico europeo era simpatico, anche se spesso poco rilevante.

Paradossalmente, Trump continua in tale direzione, ma lo fa con stile decisamente diverso e in modo più sfacciato, arrogante, talvolta insultante con paesi comunque importanti in ambito NATO.

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Il suo atteggiamento, per natura spavaldo e strafottente, viene probabilmente esasperato ad arte proprio per cogliere consensi interni nell’ambito del suo potenziale elettorato (non dimentichiamo che si avvicinano le elezioni di mid-term).

Le offese, in politica estera, alla lunga non pagano e l’attuale tensione si riflette sull’Alleanza Atlantica.

Il sistema decisionale dell’Alleanza sarebbe perfetto in un mondo idilliaco. Invece, nello scenario geopolitico di oggi mostra dei limiti, che in passato ho già evidenziato su questa rivista.

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In un contesto in cui vi siano profonde divergenze di vedute in relazione sia all’individuazione dei rischi geo-strategici sia agli interessi economici dei singoli paesi ed in cui si crei (ovvero si approfondisca) il fossato creato dalla scarsa fiducia reciproca, l’Alleanza rischia di rimanere bloccata da una serie di ripicche e di veti incrociati che la renderebbero del tutto inutile per i Paesi membri.

C’è da augurarsi che i maggiori paesi europei riescano a ottenere una diversa attenzione per la mediazione da parte degli USA di Trump (salvando così la coesione dell’Alleanza, che è la sua principale forza).

Altrimenti, se nell’Alleanza continuerà ad esserci un paese membro che si atteggia a maestro nei confronti di “scolaretti da mettere in riga”, è probabile che gli “scolaretti più grandi” incomincino a guardare con più attenzione ad altri contesti e ad altre geometrie geo-politiche per garantire i propri interessi.

Foto Jesco Denzel/Governo federale tedesco via AP), NATO  e Difesa.it.

Antonio Li GobbiVedi tutti gli articoli

Nato nel '54 a Milano da una famiglia di tradizioni militari, entra nel '69 alla "Nunziatella" a Napoli. Ufficiale del genio guastatori ha partecipato a missioni ONU in Siria e Israele e NATO in Bosnia, Kosovo e Afghanistan, in veste di sottocapo di Stato Maggiore Operativo di ISAF a Kabul. E' stato Capo Reparto Operazioni del Comando Operativo di Vertice Interforze (COI) e, in ambito NATO, Capo J3 (operazioni interforze) del Centro Operativo di SHAPE e Direttore delle Operazioni presso lo Stato Maggiore Internazionale della NATO a Bruxelles. Ha frequentato il Royal Military College of Science britannico e si è laureato con lode in Scienze Internazionali e Diplomatiche a Trieste.

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