Il bilancio in chiaroscuro del “caso Diciotti”

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Le cosiddette “lezioni apprese” del caso del pattugliatore “Diciotti” indicano un bilancio in chiaroscuro per il governo italiano. L’Irlanda ha accettato di accogliere 25 clandestini, l’Albania altri 20, anche se non è chiaro come verranno scelti (qualcuno dice su “base volontaria”) i migranti illegali destinati, ben poco entusiasticamente, a raggiungere Tirana.

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Altri 110 resteranno in Italia, a carico della Conferenza episcopale italiana ma non è ancora del tutto chiaro se i costi della loro accoglienza (35 euro al giorno, pari a circa 1,4 milioni all’anno) finiranno comunque per ricadere sul contribuente italiano.

Non dovremmo certo stupircene tenuto conto che il business dell’accoglienza ha portato in questi anni ampi incassi anche a enti e cooperative legati alla Chiesa cattolica.

Il loro smistamento ha già sollevato critiche politiche e proteste popolari e del resto l’Italia dal 2013 ha accolto quasi 700 mila migranti illegali (la gran parte fuori controllo e “a spasso” per la Penisola) con costi che hanno raggiunto i 5 miliardi annui e con un impatto molto grave sulla sicurezza delle nostre città.

Tra i clandestini del “Diciotti” vengono accolti sicuramente in Italia e a spese nostre i minori veri con i loro famigliari sbarcati subito a Lampedusa e quelli veri e finti sbarcati a Catania, per non parlare dei quattro scafisti egiziani e bengalesi che ben difficilmente resteranno a lungo in carcere dopo essere stati incriminati per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Che dire poi dei due eritrei fuggiti a nuoto dal “Diciotti” che hanno subito trovato un legale per presentare domanda d’asilo?

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Tutti questi elementi, incluso il paradosso giudiziario del ministro dell’Interno indagato mentre clandestini e scafisti hanno via libera a sistemarsi (mantenuti) in Italia, contribuiscono a imporre un salto di qualità nella lotta all’immigrazione illegale.

Ogni persona che sbarca pagando criminali dimostra che i porti non sono del tutto chiusi, a vantaggio dei trafficanti. E’ vero che i flussi migratori si sono ridotti dell’80% (dalla Libia addirittura dell’87%) rispetto allo scorso anno ma da gennaio sono sbarcati in Italia quasi 20 mila clandestini.

La gran parte di essi prima che sui insediasse l’attuale governo che ha chiuso i porti alle navi delle Ong, ma pur sempre troppi se l’obiettivo è chiudere le rotte libica e tunisina, vere e proprie “autostrade del crimine”.

A compromettere il successo del pugno di ferro di Salvini sullo sbarco dei clandestini dal “Diciotti” ha contribuito il fatto che siano stati raccolti da una nave militare italiana (nelle acque di competenza maltese) e portati in un porto italiano.

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In futuro dovrà quindi essere chiaro che la Guardia Costiera potrà intervenire facendo perno “sull’avamposto” di Lampedusa, ma solo per riconsegnare alle autorità libiche e tunisine i migranti illegali salpati da quei Paesi che da Roma ricevono massicci aiuti.

Imperativo far cessare la “lotteria dei migranti” che alimenta i traffici: se li fermano le motovedette libiche vengono rimpatriati dall’Onu, se li soccorrono altre navi sbarcano in Italia.

Il braccio di ferro con l’Europa ha confermato l’inconsistenza di una Ue a dir poco contraddittoria.

Nei summit tende la mano all’Italia ma nei fatti non vuole farsi carico neppure di poche decine di persone, dichiara che le politiche migratorie dipendono dai singoli Stati ma poi boccia i respingimenti e, coi fatti, anche la ridistribuzione.

Va detto però che se tutti i partner, Malta e Gruppo di Visegrad inclusi, accettassero di dividersi un milione di clandestini il problema non verrebbe risolto, ma si aggraverebbe con l’ingigantirsi dei flussi migratori.

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Per questo l’esito del “caso Diciotti” consente ora al governo italiano di aprire quindi una seconda fase della campagna contro l’immigrazione illegale.

Dopo aver chiuso i porti allontanando le navi delle Ong è tempo di attuare quei respingimenti applicati con successo dall’Australia e, pochi giorni or sono, anche dalla Spagna nei confronti dei clandestini penetrati a Ceuta.

Respingimenti che, con le espulsioni degli immigrati illegali, Salvini ha sempre definito l’obiettivo ultimo e intorno ai quali può cementarsi un ampio fronte (politico e popolare) in tutta Europa e che vedrebbe nell’Italia il partner di maggior peso.

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In quest’ottica l’incontro di Milano con il premier ungherese Viktor Orban sembra poter dare il via a una nuova fase. “Quando i migranti sono già entrati, il compito degli Stati non è suddividerli, ma riportarli a casa loro”, ha detto Orban e “in questo l’Italia può contare sull’Ungheria perché in questa impresa noi saremo disponibili a riportarli da dove sono venuti.

Se invece ce li spartissimo, sarebbe un segnale che gli scafisti hanno vinto. Sarebbe un invito. Se loro arrivassero, e venissero ricollocati, sarebbe una vera e propria lettera d’ invito”.

I migranti illegali “possono essere salvati dall’annegamento, se li convinciamo a non partire. Riusciamo a farlo soltanto se diamo loro la prova che non possono entrare” ha aggiunto il premier magiaro esprimendo principi di buon senso per chiunque abbia l’obiettivo di bloccare i flussi migratori illeciti.

@GianandreaGaian

Foto:  Ansa, Fotoigramma e Imagoeconomica

 

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Giornalista bolognese, laureato in Storia Contemporanea, dal 1988 si occupa di analisi storico-strategiche, studio dei conflitti e reportage dai teatri di guerra. Dal febbraio 2000 dirige Analisi Difesa. Ha collaborato o collabora con quotidiani e settimanali, università e istituti di formazione militari ed è opinionista per reti TV e radiofoniche. Ha scritto diversi libri tra cui "Iraq Afghanistan, guerre di pace italiane" e “Immigrazione, la grande farsa umanitaria”. Dall’agosto 2018 al settembre 2019 ha ricoperto l’incarico di Consigliere per le politiche di sicurezza del ministro dell’Interno.

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