L’Italia tra l’Aquila yankee e il Dragone cinese

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La possibile firma di un Memorandum of Understanding (MoU) tra Cina e Italia in relazione a una nostra adesione alla BRI (Belt & Road Initiative, da noi più conosciuta come Nuova Via della Seta) ha scatenato reazioni non positive da parte dell’UE e reazioni quasi isteriche da parte USA.

Aldilà del giudizio positivo o negativo sui contenuti del MoU, se le critiche da Bruxelles (in un’ottica UE) appaiono  giustificate (il ché non significa che debbano farci desistere ove si fosse convinti di vantaggi “reali” e duraturi per l’Italia), quelle di Washington appaiono decisamente arbitrarie.

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In sostanza, Bruxelles nel ricordare che la Cina ha regolarmente disatteso i patti commerciali sottoscritti e che, altrettanto regolarmente, i benefici economici per il Paese che riceve investimenti cinesi si trasformano “in un alto livello di indebitamento e nel trasferimento del controllo di risorse e assets strategici”, afferma che, per una complessa serie di situazioni incontrovertibili (dalle asimmetrie sulle condizioni di penetrazione nei rispettivi mercati al diverso sistema degli appalti, dalle barriere imposte all’ingresso di imprese europee in Cina fino all’assoluta assenza di parità di condizioni, dai sussidi pubblici di cui godono le aziende cinesi alle discutibili pratiche commerciali di Pechino) soltanto una UE compatta, secondo mercato mondiale con mezzo miliardo di abitanti, può sperare di negoziare e ottenere condizioni favorevoli per tutti i suoi membri  con un minimo di certezza di reciprocità.

Se i singoli Stati facessero a gara ognuno per ritagliarsi accordi su misura, da un lato non avrebbero la forza di conseguire obiettivi duraturi in Cina e dall’altro comprometterebbero le possibilità d’azione comunitarie. In sintesi, farebbero la fine dei fratelli Curiazi di Albalonga.

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Legittimo da parte UE, dato che all’Unione risale la competenza per la negoziazione e la definizione di regole commerciali comunitarie e che Genova e Trieste sarebbero solo inter-porti da cui procedere verso Parigi, Vienna, Berlino, ecc.

Resta la perplessità sul perché la Commissione non si sia dimostrata altrettanto solerte quando il porto del Pireo divenne de facto un avamposto commerciale cinese o quando l’Ungheria si legò a filo doppio con Pechino o riguardo agli accordi negoziati dalla Germania, soltanto per restare nel campo dei rapporti con la Cina, o perché non vi siano mai stati richiami a Parigi affinché coordinasse la propria politica economica in Nord Africa con i partner europei.

Ben diverso il caso di Washington. Trump minaccia addirittura ritorsioni che si manifesterebbero, tra l’altro, nel compromettere il nostro ruolo nella NATO! Mettiamo in chiaro che se esistono dei vincoli alla nostra attività economica che discendono dall’appartenenza all’UE, non ve ne sono che discendano dall’appartenenza alla NATO.

La NATO non intrattiene rapporti di alcun genere con la Cina e anche le varie forme di “partenariato” in essere (inclusi l’Istanbul Cooperation Initiative e il Mediterranean Dialogue) non riguardano paesi nella sfera d’influenza politica o economica della Cina.

Gli unici contatti sinora intercorsi tra l’Alleanza e la Cina riguardavano l’operazione antipirateria condotta a suo tempo dalla NATO nel Golfo di Aden e al largo del Corno d’Africa. Pertanto, eventuali rapporti commerciali italiani privilegiati con la Cina non preoccupano di certo la NATO, che, peraltro, non ha fiatato riguardo alla presenza cinese al Pireo.

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Ove si trattasse di accesso a dati sensibili, telecomunicazioni eccetera, il discorso sarebbe sicuramente diverso, ma il Governo sembra aver escluso che tali tematiche possano essere parte del MoU. Comunque, pare che l’UE stia autorizzando in questi giorni la concessione 5G a Huawei, nonostante le minacce di ritorsione USA. I motivi dall’irritazione di Trump nulla hanno a che vedere con la fedeltà atlantica.

Si tratta soltanto del suo desiderio di bloccare iniziative commerciali cinesi in Europa sia perché, ovviamente, concorrenti con quelle USA sia per disporre di un’arma in più nel quadro dei propri negoziati bilaterali con Xi Jinping. D’altronde, gli USA non si sono mai preoccupati di coordinarsi con l’UE o con l’Italia prima di fare accordi commerciali con la Cina. Accordi che inevitabilmente impattano anche su di noi.

Soprattutto, però, Trump ha decisamente compromesso, se non ucciso, l’idea che l’Alleanza Atlantica potesse posare le proprie basi su una condivisione di ideali democratici, sul libero mercato e sulla collaborazione economica tra i paesi membri.

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Le posizioni anche aggressive assunte in materia economica nei confronti degli “Alleati” europei non possono non minare il legame trans-atlantico su cui dovrebbe reggersi la NATO.

L’atteggiamento plateale di considerare gli “alleati” quasi alla stregua di “colonie” che devono attenersi alle indicazioni in materia economica impartite da Washington, anche quando non attinenti alla politica dell’Alleanza, non hanno precedenti nei 70 anni della NATO (se non altro per le modalità poco diplomatiche con cui si manifestano) e mal si conciliano con un’Organizzazione che istituzionalmente si basa sul dialogo tra i paesi membri.

Anche se non attinente ai rapporti con la Cina, pare interessante per capire il cambio di registro a Washington l’informazione riportata da Bloomberg un paio di giorni fa: “Su indicazione della Casa Bianca, l’amministrazione sta approntando richieste che Germania, Giappone e ogni altro paese che ospiti truppe USA paghi il 100% del costo dei soldati schierati sul proprio territorio oltre al 50% o più per il privilegio di ospitarli”.

Difficile dire se la cosa giungerà in porto o sarà bloccata prima ma è  il concetto che conta! I soldati USA non starebbero più, ad esempio in Sud Corea, in Lettonia o anche in Italia, per una condivisione degli oneri di una comune visione di sicurezza. Sarebbero un asset pregiato che ci difende e che non deve pesare sul contribuente americano. Asset che si sarebbe chiamati a pagare, come una formazione mercenaria, ma che continuerebbe a rispondere solo a Washington e non a chi ne dovrà sostenere l’onere economico.

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Il progetto è indicativo di una mentalità che, se applicata nei confronti dei Partners NATO, violerebbe totalmente i principi alla base del trattato di Washington, che il prossimo 4 aprile compirà 70 anni. Tra l’altro, nel caso italiano, gli assetti USA (non assegnati alla NATO) presenti sul territorio nazionale (da Vicenza a Sigonella) sono essenzialmente a supporto degli interessi nazionali USA in Africa.

In conclusione, salvaguardiamo in primis la nostra sicurezza, sovranità e i nostri interessi economici commerciali, facendo ovviamente attenzione a non diventare “debitori” di Pechino. Coordiniamoci con l’UE, come è giusto che sia in questioni di politica commerciale, pretendendo al contempo che ciò sia richiesto a tutti i paesi membri nelle loro trattative con Partners extraeuropei.

In merito agli USA, forse è il caso di incominciare a percepirli principalmente come concorrenti in campo economico tenendo conto  che i loro interessi geo-strategici sono ben più ampi dei nostri.

Quando il mondo bipolare era incentrato su una contrapposizione tra USA e URSS, l’Europa e l’Italia avevano per gli USA un valore strategico e geo-politico che, oggi, nell’ottica di una contrapposizione USA – Cina si sono molto affievoliti. Gli USA di Trump non esitano a dimostrarci di essersene resi conto. Noi cosa aspettiamo?

Foto: Daily China, AP, Il Giornale e Startmag

 

Antonio Li GobbiVedi tutti gli articoli

Nato nel '54 a Milano da una famiglia di tradizioni militari, entra nel '69 alla "Nunziatella" a Napoli. Ufficiale del genio guastatori ha partecipato a missioni ONU in Siria e Israele e NATO in Bosnia, Kosovo e Afghanistan, in veste di sottocapo di Stato Maggiore Operativo di ISAF a Kabul. E' stato Capo Reparto Operazioni del Comando Operativo di Vertice Interforze (COI) e, in ambito NATO, Capo J3 (operazioni interforze) del Centro Operativo di SHAPE e Direttore delle Operazioni presso lo Stato Maggiore Internazionale della NATO a Bruxelles. Ha frequentato il Royal Military College of Science britannico e si è laureato con lode in Scienze Internazionali e Diplomatiche a Trieste.

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