L’uccisione di al-Baghdadi ricorda quella di bin Laden

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L’incursione delle forze speciali americane nel nord della Siria che sembra aver finalmente portato alla morte del “califfo” Abu Bakr al Baghdadi ha qualche aspetto in comune con il blitz che otto anni or sono portò all’eliminazione di Osama bin Laden ad Abbottabad, in territorio pakistano ma non lontano dal confine con l’Afghanistan.

Entrambi i leader jihadisti sono stati sorpresi dall’intelligence americana in un rifugio situato a pochi chilometri dal confine. Come fu all’epoca difficile credere che i pakistani (padrini dei talebani afghani) non sapessero che in una loro città, a due passi da una base militare, vivesse indisturbato il leader di al-Qaeda, appare oggi difficile credere che i turchi non sapessero dove si nascondesse al-Baghdadi.

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Il suo ultimo rifugio si trovava in un villaggio a dieci chilometri dal confine turco in un’area, il nord della provincia siriana di Idlib, che da anni è presidiata dai miliziani siriani addestrati, armati e stipendiati dalla Turchia. In base agli accordi tra Ankara e Mosca in quella provincia vi sono 12 posti d’osservazione dell’esercito turco e da anni Idlib pullula di agenti segreti e spie turche.

Vale del resto la pena ricordare che Ankara ha sostenuto a lungo l’Isis, nemico giurato dei curdi, che proprio ai commercianti turchi vendeva il petrolio estratto dai pozzi nelle regioni siriane e irachene occupate dalle milizie del Califfo.

Le stesse milizie qaediste macchiatesi di crimini di guerra affiancando le truppe di Ankara contro i curdi a est dell’Eufrate, presidiano la provincia di Idlib ed è difficile ritenere che al-Baghdadi abbia potuto nascondersi in pieno territorio delle milizie qaediste (rivali dell’Isis) senza che i turchi ne fossero informati.

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Pur senza pronunciare il nome del Califfo, il ministero della Difesa turco ha dichiarato che c’è stato uno scambio di informazioni e un coordinamento con le autorità statunitensi prima dell’operazione anche se le forze americane non hanno impiegato basi turche per colpire al-Baghdadi.

Di certo la missione degli 8 elicotteri americani, decollati da Erbil (nel Kurdistan iracheno, a oltre 500 chilometri di distanza dall’obiettivo) impegnati nel blitz e degli aerei che ne avranno sicuramente protetto l’azione, era stata comunicata dal Central Command americano ai russi che hanno il controllo dello spazio aereo siriano a ovest dell’Eufrate.

Una procedura già da tempo oliata e messa in atto anche recentemente in occasione dei raid aerei americani contro i quaedisti a Idlib nell’agosto e nel giugno scorso. Incursioni che sembrano confermare che gli Stati Uniti sapessero da mesi dove si nascondeva al-Baghdadi, pur non avendolo potuto localizzare con precisione prima di ieri, come ha detto ieri Donald Trump.

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Curioso quindi che Mosca metta in dubbio l’esito dell’incursione americana e pure che il raid sia stato realmente effettuato.

Mosca ha infatti negato ogni coinvolgimento nel blitz americano e il portavoce del ministero della Difesa russo, generale Igor Konashenkov, ha detto di non avere “informazioni attendibili sull’operazione per uccidere al-Baghdadi, condotta dall’ esercito americano nella zona di de-escalation controllata dalla Turchia”.

I dettagli contrastanti resi noti da fonti di quanti hanno avuto un ruolo nell’operazione (oltre agli americani, anche turchi, iracheni e curdi siriani) non convince Mosca e secondo Kornashenkov “sollevano legittimi quesiti e dubbi sulla sua stessa esistenza e successo”.

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Il generale russo ha precisato che “ne’ sabato, ne’ i giorni scorsi sulla zona di Idlib sono stati effettuati attacchi aerei degli Stati Uniti e non siamo a conoscenza di alcun passaggio dell’aviazione americana nello spazio aereo di Idlib”.

Ci sono altri due elementi che accomunano simbolicamente bin Laden e al-Baghdadi: entrambi i leader jihadisti sono stati uccisi un anno prima delle elezioni presidenziali statunitensi, offrendo prima a Barack Obama e ora a Trump un grande successo nella lotta al terrorismo islamico spendibile in termini di consenso.

Infine sembra che di al-Baghdadi non verranno mostrate prove concrete e inconfutabili della morte, come accadde con bin Laden il cui cadavere, secondo quanto dichiarato da Washington, venne gettato in mare da una portaerei statunitense in un luogo imprecisato dell’Oceano Indiano.

Che anche i resti di al-Baghdadi saranno probabilmente dispersi in mare, lo ha lasciato intendere Robert O’Brien, consigliere per la sicurezza nazionale dell’Amministrazione Trump. Alla domanda se i resti del corpo di Al Baghdadi saranno trattati allo stesso modo di quelli di bin Laden, O’Brien ha risposto: “mi aspetterei che sia così”.

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Quanto alla lotta al terrorismo, la morte di al-Baghdadi non chiude la partita e lo stesso Trump ha ammesso che è già stato designato il successore del Califfo. Lo Stato Islamico continuerà a rappresentare una minaccia per il rischio di attentati in Europa e Stati Uniti che potrebbe anche accentuarsi nell’intento di vendicare la morte del Califfo.

In termini militari le milizie dello Stato Islamico, pur avendo perso la capacità di condurre azioni ad ampio respiro, resteranno in grado di attuare imboscate e attentati in Siria, Iraq, Afghanistan Sinai e Libia e proprio nella ex colonia italiana il Califfato sta da tempo riorganizzandosi e secondo alcune fonti sembrava essersi rifugiato al-Baghdadi.

Un rapporto dell’Onu reso noto nell’agosto scorso stima che vi siano ancora tra i 3 e 4 mila combattenti dell’Isis attivi in Libia, e tra i 20 e i 30 mila nel territorio tra l’Iraq nord occidentale e la Siria Orientale.

Il jihadismo non finirà quindi con la morte di al-Baghdadi come non è finito con l’uccisione di bin Laden.

@GianandreaGaian

(da Il Mattino del 28 ottobre)

 

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Giornalista bolognese, laureato in Storia Contemporanea, dal 1988 si occupa di analisi storico-strategiche, studio dei conflitti e reportage dai teatri di guerra. Dal febbraio 2000 dirige Analisi Difesa. Ha collaborato o collabora con quotidiani e settimanali, università e istituti di formazione militari ed è opinionista per reti TV e radiofoniche. Ha scritto diversi libri tra cui "Iraq Afghanistan, guerre di pace italiane" e “Immigrazione, la grande farsa umanitaria”. Dall’agosto 2018 al settembre 2019 ha ricoperto l’incarico di Consigliere per le politiche di sicurezza del ministro dell’Interno.

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