Per la NATO la Cina è più vicina della Libia

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Gli ultimi sono stati giorni decisamente intensi per la diplomazia USA: in rapida successione G7, Summit NATO, colloqui con l’UE, confronto con Putin! L’impressione era che l’obiettivo principale della nuova amministrazione fosse quello di marcare la differenza con la precedente.

La differenza nel modo di relazionarsi c’è stata sicuramente (si ricordino i burrascosi G7 e summit NATO dell’epoca Trump), ma il messaggio di fondo non sembra poi così diverso: “noi (gli USA) fissiamo gli obiettivi strategici, voi (gli alleati) siete tenuti, per lealtà, riconoscenza, comunanza di valori democratici eccetera ad essere con noi (o meglio: dietro di noi).”

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Al riguardo il Summit della NATO ha riscosso sui maggiori organi di stampa reports entusiastici che evidenziavano il ritrovato legame trans-atlantico su cui si basa la solidità e, in fondo, la credibilità dell’Alleanza.

Eppure, leggendo i 79 articoli e le 26 pagine fitte del comunicato finale approvato dai Capi di Stato e di Governo dell’Alleanza emergono valutazioni meno entusiasmanti.

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Come sempre accade il comunicato è il risultato di un incessante lavorio di negoziazione tra i divergenti desiderata dei paesi membri, ciascuno dei quali (dovendo le decisioni in ambito NATO essere assunte tutte all’unanimità) mantiene di fatto un diritto di veto. Peraltro, se ciò avviene con il comunicato, avverrà in maniera ancora più evidente con la politica reale che l’Alleanza metterà in opera.

Intendiamoci, vi sono molti punti che era giusto sottolineare, come la centralità dell’Articolo 5, sia per consentire a Biden di marcare le differenze rispetto a Trump, sia per rassicurare i paesi est-europei che si sentono più esposti a minacce. L’impegno dell’Alleanza anche nel settore delle minacce ibride e degli attacchi cibernetici è una chiara dimostrazione di sapersi adattare a situazioni di rischio in continua evoluzione.

Non stupisce più di tanto neppure che la missione in Afghanistan sia stata presentata come un successo (art 15) anziché una frettolosa ritirata. Non si poteva fare altrimenti in questa sede. Su altri temi non mancano invece le perplessità.

 

Russia

E’parsa eccessiva l’insistenza con cui il documento si dilunga sui singoli aspetti della minaccia russa. Minaccia (o forse rischio) che sicuramente c’è, anche se percepita con diversa intensità dai singoli paesi.  Il ripetuto richiamo a questa minaccia russa sembra però stonare in un documento nel quale vengono per contro appena accennati, quando non del tutto ignorati, diversi altri fattori di instabilità che minacciano la sicurezza dei paesi membri (quali il Nord-Africa ed il Sahel).

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Inoltre, è chiaro che il forte richiamo alla centralità dell’articolo 5, alla deterrenza (articoli 38 – 40 del Comunicato), all’irrinunciabilità della dimensione nucleare della NATO (art.41), alla centralità della Ballistic Missile Defence dell’Alleanza (art. 42-44) siano tutti messaggi molto chiari diretti a Mosca.

Messaggi ineccepibili ai cui peraltro fanno seguito il “reiterato supporto” promesso dalla NATO per salvaguardare l’integrità territoriale di Ucraina, Georgia e Moldavia (art.14), rimarcando al contempo che Georgia ed Ucraina”will become members of the Alliance” (diventeranno membri della NATO – art. 68 e 69).

Non si può non pensare che ciò venga percepito dalla Russia come una ulteriore espansione, ostile ed anti – russa della NATO. D’altronde l’accesso di Ucraina e Georgia alla NATO venne discusso e in parte promesso nel corso del Summit di Bucarest del 2008 (su pressione di Bush) e se per 13 anni non se ne è fatto nulla ci sarà stata una ragione!

 

Cina

Suscita perplessità il tentativo (in effetti appena accennato, sembra per via delle prevedibili resistenze franco-tedesche) di allargare l’area di interesse dell’Alleanza verso l’Indo-Pacifico. La Cina è sicuramente il fattore di rischio più rilevante per i paesi della NATO, ma è un rischio che l’Alleanza è strutturata per contrastare?

Che possibilità ha l’Alleanza Atlantica di dirigere le politiche economiche e le legislazioni dei paesi membri per contenere una invasione che è tutt’altro che militare?

 

Il ruolo globale della NATO

Il Comunicato, in linea con il futuro Concetto Strategico NATO 2030, tende a disegnare un’Alleanza che geograficamente sia sempre più “mondiale” anziché puramente “atlantica” e, come capacità di intervento, sempre più “globale e politica” anziché puramente “militare”. Obiettivo ineccepibile ma al di fuori dell’area Euro-Atlantica gli interessi dei paesi membri sono davvero coincidenti?

In merito alla dimensione “globale” dell’Alleanza, che richiede che la NATO sia in grado di esercitare un’azione politica unitaria che non sia solo (come oggi) il massimo comun divisore tra quelle dei paesi membri, ipotizziamo davvero che gli USA o anche la Gran Bretagna, la Francia o la Germania sarebbero disponibili a fare politica estera per il tramite della NATO che a differenza della UE ha una dimensione dimensione quasi esclusivamente militare?

 

Ambizioni e costi

Si tende a disegnare un futuro ruolo dell’Alleanza molto più ampio e con livelli di ambizione molto più estesi degli attuali sia geograficamente sia in campi che travalicano il puro ambito della difesa e sicurezza.

Tutto ciò senza però veramente voler esaminare le implicazioni pratiche (e i costi) di tali sogni di gloria. Infatti per il momento ci si limita ad accennare pudicamente al fatto che tali ambizioni richiederanno un incremento di risorse rese disponibili dai paesi membri, con un notevole incremento a partire già dal 2023 delle spese gravanti sul budget comune (common funding) che pertanto dovrà essere “rimpinguato”.

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Le relative implicazioni economiche non vengono neanche minimamente accennate e se ne rimanda la valutazione (che non sarà certo indolore) al Summit del 2022 (art.7).

Inoltre, chi si fosse aspettato una minor rigidità rispetto alla Amministrazione Trump in relazione al raggiungimento degli obiettivi di spesa fissati su pressione USA al Summit in Galles del 2014 (ovvero, almeno il 2% del PIL destinato alla Difesa e almeno il 20% di tale spesa destinato all’ammodernamento, obiettivi da raggiungere entro il 2024) sarà rimasto deluso. Tali impegni sono stati non solo confermati ma ulteriormente ribaditi (art 35). D’altronde nel 2014 alla Casa Bianca c’erano Obama e Biden.

 

Il dimenticato Fianco Sud

Nel comunicato delude soprattutto la quasi totale assenza di accenni seri alla questione libica e all’instabilità del Nord Africa, in un documento che ipotizza un ruolo “mondiale “ per la NATO, che viene chiamata ad una più stretta collaborazione con i partners dell’Asia – Pacifico e a rapporti con “nuovi interlocutori in Africa, Asia e America Latina” ( art. 6. E)  e a divenire una “leading International Organization” addirittura in riferimento all’adattamento dell’impatto dei cambiamenti climatici sulla sicurezza (art. 6.g).

Al Mediterraneo in generale non viene dedicato alcuno spazio, a parte qualche accenno alla Siria (art 52 e 53), ma solo per puntare anche qui il dito contro la politica destabilizzante di Mosca.

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Nel comunicato c’è solo un brevissimo accenno alla Libia (art 76) in merito alla quale ci si limita a  complimentarsi con l’ONU per quanto sta facendo per un processo di pace a guida libica  finalizzato alla riconciliazione nel paese.

Comprensibile che in merito alla Libia la NATO (che ha condotto l’operazione “Unified Protector” nel 2011) dovrebbe sentirsi la coscienza sporca (tra l’altro Biden era vicepresidente USA all’epoca). Meno scusabile è invece che ancora oggi l’Alleanza non paia in grado di esercitare alcun ruolo in relazione ad una crisi che ha contribuito a generare, stanti i contrastanti interessi dei paesi membri e al ruolo che la Turchia ricopre nel paese nord-africano.

Per noi italiani, per il momento, sembra chiaro che non ci si possa aspettare alcun aiuto dalla NATO nel Mediterraneo e rispetto ai problemi sulla nostra ex Quarta Sponda.

Ignorare il problema libico rischia di suonare come una chiara luce verde alla politica di Recep Tayyp Erdogan nel bacino del Mediterraneo, purché continui a contrastare Mosca come sta facendo in vari teatri (Caucaso, Siria, Libia) e svolgere il ruolo di fedele controllore degli Stretti (come da Convenzione di Montreux del 1936).

 

Conclusioni

In conclusione il summit ha decisamente messo in luce alcuni punti fondamentali:

  • Il cambio della leadership a Washington ha visto il nuovo presidente mostrarsi nei confronti dell’Alleanza più attento del predecessore, ma anche molto più esigente nell’indicare gli obiettivi geo-politici e i “nemici” della NATO. L’impressione è che il prolisso linguaggio da guerra fredda usato contro Mosca nel Comunicato, oltre a voler dare un “contentino” ai paesi Est Europei, intendesse fornire un supporto a Biden per i suoi colloqui di Ginevra. Ovvero presentarsi al tavolo con Vladimir Putin non solo come leader degli USA ma anche come leader di una NATO coesa e determinata nel confronto con la Russia.
  • Il desiderio USA di utilizzare la NATO come strumento di politica di sicurezza anche nei confronti della Cina e a favore degli alleati degli USA nell’Indo-Pacifico: schieramento che potrebbe nuocere agli interessi commerciali di vari paesi europei.
  • La necessità di guardare a una NATO “più politica” (anche senza definire esattamente cosa ciò comporti) anche per girare pagina dopo l’esperienza afghana che, in ogni caso non può essere definita un successo.
  • Impossibilità di controllare un alleato ufficialmente ritenuto poco presentabile, come la Turchia, ma che continua ad assolvere un ruolo essenziale nel confronto con la Russia.

Ci si poteva spettare di più da questo Sumnit della NATO ? Forse sì ma di certo all’Italia conviene incominciare a pensare quali alleanze tessere (dentro e fuori la NATO) per risolvere i problemi alle porte di casa nostra che a Bruxelles e a Washington sembrano non interessare più di tanto.

Foto NATO

 

Antonio Li GobbiVedi tutti gli articoli

Nato nel '54 a Milano da una famiglia di tradizioni militari, entra nel '69 alla "Nunziatella" a Napoli. Ufficiale del genio guastatori ha partecipato a missioni ONU in Siria e Israele e NATO in Bosnia, Kosovo e Afghanistan, in veste di sottocapo di Stato Maggiore Operativo di ISAF a Kabul. E' stato Capo Reparto Operazioni del Comando Operativo di Vertice Interforze (COI) e, in ambito NATO, Capo J3 (operazioni interforze) del Centro Operativo di SHAPE e Direttore delle Operazioni presso lo Stato Maggiore Internazionale della NATO a Bruxelles. Ha frequentato il Royal Military College of Science britannico e si è laureato con lode in Scienze Internazionali e Diplomatiche a Trieste.

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