La partita sulla scacchiera ucraina

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La partita a scacchi tra USA e Russia in Ucraina avrà, comunque vada, delle conseguenze geopolitiche non irrilevanti per l’intera Europa e per il futuro delle sue istituzioni.

Partita a scacchi che forse non sappiamo ancora chi vincerà ma della quale sembrano già evidenti alcuni illustri sconfitti come UE e NATO. Infatti, i soli giocatori che muovono le pedine sono oggi il Cremlino e la Casa Bianca anche se l’esito della partita riguarderà anche molti altri che al momento non appaiono capaci di condizionarne l’andamento: l’Ucraina stessa, certo, ma non solo.  Sono in gioco anche la rilevanza geopolitica della UE, la saldezza del link transatlantico in ambito NATO, la credibilità della risposta militare della NATO, le relazioni commerciali tra Russia ed Europa occidentale e il rapporto tra stati dell’Europa occidentale ed orientale in ambito sia UE che NATO.

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Abbiamo già scritto (L’Ucraina non è la sfida più importante per l’America di Biden – Analisi Difesa) che l’amministrazione Biden in merito alla crisi Ucraina è in un certo senso forzata a fare la voce grossa per compensare le sue altre posizioni di vulnerabilità a livello sia esterno sia interno.

Inoltre, enfatizzare la minaccia russa all’Ucraina serve a Washington per tentare di consolidare una NATO la cui credibilità è uscita a pezzi dal poco dignitoso ritiro dall’Afghanistan e porre un freno al crescente fascino dell’idea di “autonomia strategica europea”. Il generale Boni (Rischi e limiti nell’apertura della NATO all’ingresso di Georgia e Ucraina – Analisi Difesa) ha anche ben spiegato come un ulteriore allargamento a est della  NATO sarebbe, almeno per noi europei occidentali e per la stessa coesione dell’alleanza, un frutto avvelenato.

La Russia sembrerebbe finora essere in vantaggio in questa partita a scacchi.  Mosca ha ottenuto una serie di colloqui USA –Russia a livello sia capo di stato che ministro degli esteri. Indipendentemente da qualsiasi altra considerazione, il messaggio che è passato all’opinione pubblica mondiale è che USA e Russia trattano alla pari, come due super-potenze di pari livello.

Dopo i colloqui Reagan – Gorbaciov ciò è avvenuto di rado e comunque agli occhi dell’opinione pubblica mondiale tende a far pensare ad una certa equivalenza tra tre super potenze che si contendono il dominio globale (ovvero non solo Pechino e Washington, ma anche Mosca).

Inoltre, oggi l’uomo della strada in tutta l’Europa sa che c’è una luce rossa da parte di Mosca all’allargamento della NATO a Ucraina e Georgia e che, ove ciò avvenisse, ci sarebbero delle conseguenze anche sulla sua vita e sul suo benessere.

Intendiamoci, sono almeno 15 anni che la Russia avverte l’Alleanza Atlantica e gli USA di non consentire l’accesso di queste due ex repubbliche sovietiche nella NATO, ma sino a oggi, a parte gli addetti ai lavori, il tema non era molto dibattuto.

Inoltre, la Russia con questa iniziativa ha messo in crisi la coesione della NATO, facendo emergere le differenze di vision tra i diversi paesi membri. Con la non troppo velata minaccia di tagliare i rifornimenti di gas all’Europa sa di tenere le economie occidentali, già sofferenti in seguito al Covid, sotto scacco.

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Da parte statunitense si ripetono con sempre maggior insistenza le dichiarazioni di Biden e Blinken che eventuali violazioni della sovranità ucraina comporterebbero conseguenze molto serie per la Russia. Peraltro, chi è forte e determinato non ha bisogno di minacciare pubblicamente. Le grandi potenze hanno sempre fatto pervenire le proprie minacce attraverso canali molto più riservati, senza ricorrere al megafono dei media.

Qui invece si intende inviare messaggi al proprio elettorato e agli alleati, non alle stanze del potere avversario. Questa vocalità nel minacciare non ben definite “severe” ritorsioni è in fondo sintomo di debolezza.

Finora gli USA hanno giocato questa partita solo di rimessa, senza mai riuscire a prendere l’iniziativa consapevoli che nessuno si farebbe coinvolgere in un conflitto convenzionale.

D’altronde dopo la poco dignitosa ritirata dall’aeroporto di Kabul gli elettori americani non perdonerebbero al Commander in Chief possibili perdite in una missione poco più che simbolica in Ucraina. Scartando l’impensabile opzione della risposta nucleare, agli USA resta in effetti solo l’arma delle ulteriori sanzioni economiche la cui efficacia è legato al supporto degli europei che già da 8 anni pagano il prezzo economico delle sanzioni a Mosca.

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L’Alleanza Atlantica appare del resto confusa. Nonostante il tentativo di riavviare i colloqui nell’ambito del NATO-Russia Council (consesso che è sempre stato abbastanza problematico, ma che comunque non era più stato attivato dal 2014), la NATO non è riuscita a prospettarsi come interlocutore a sé stante in merito alla crisi ucraina e viene percepita e trattata da entrambi i giocatori come propaggine degli USA. Dopo le vibranti dichiarazioni iniziali di Stoltenberg, la coesione dell’Alleanza pare traballare. Alcuni paesi inviano armamenti all’Ucraina, ma altri no e il tutto appare un disordinato e poco organico tentativo di non andare oltre i gesti simbolici.

Vengono posizionate forze nel Mar Nero e presso gli alleati NATO orientali ma no “boots on the ground” in Ucraina.

Dell’UE colpisce l’incapacità di prendere una posizione autonoma ed autorevole in merito ad una crisi geopolitica che rischia di portare ad una situazione conflittuale all’interno del nostro continente e che impatterebbe essenzialmente sui paesi europei.

Si pensi non solo agli inevitabili contraccolpi economici, ma anche al flusso di centinaia di migliaia se non milioni di profughi ucraini che si potrebbero riversare verso l’Europa.

L’UE ha assistito impassibile ed ha subito le conseguenze di oltre un decennio di guerra civile in prossimità dei propri confini (in Siria e in Libia).  Sarà oggi così cieca da essere passiva nel caso di una guerra sul continente europeo stesso.

Gli USA insistono sull’arma delle sanzioni economiche, ma come sappiamo le sanzioni sono un’arma pericolosa anche per a chi la applica. Si pensi sia al taglio dell’insostituibile import di gas dalla Russia sia, soprattutto per Germania e Italia, al danno che nuove sanzioni comporterebbe per il nostro export verso Mosca (nel 2020 l’export italiano verso la Russia, nonostante le sanzioni già in atto, è stato di oltre settemiliardi di euro).

Appare chiaro poi che un indebolimento economico dell’Europa Occidentale non sarebbe visto con grande dispiacere a Washington.

Inoltre, già appaiono delle fratture non indifferenti nell’ambito fronte europeo.  Macron, abilmente, tenta di ritagliare alla Francia un ruolo di mediazione con la Russia, vista l’incapacità di Bruxelles di farlo. Ma anche la Germania pare poco allineata con Washington e non lo nasconde.

La ministra della difesa tedesca Christine Lambrecht ha dichiarato che non vi sono connessioni tra la crisi ucraina e il procedere del vitale progetto del gasdotto Nord Stream 2, che gli USA invece vorrebbero bloccare.

La Germania, inoltre, finora si è rifiutata di vendere armamenti all’Ucraina e tenderebbe a scoraggiare gli alleati dal farlo. L’Ammiraglio tedesco Kay-Achim Schoenbach è stato ovviamente costretto alle dimissioni per aver detto che la Crimea non tornerà mai alla Russia.  Real-politik ne ha giustamente imposto la rimozione dall’incarico, ma il povero ammiraglio ha solo detto che “il re è nudo”.

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Tutti lo sanno ma nessuno lo dice, come d’altronde per anni è stato tabù affermare che il Kosovo non sarebbe mai tornato alla Serbia. D’altronde è nella logica della politica che alcuni confini siano inviolabili e altri no.

Per contro le Repubbliche Baltiche, Polonia e Romania guardano a Washington in attesa di concrete rassicurazioni militari oltreché promesse politico-diplomatiche.

L’Ucraina invece sembra rendersi conto che alle promesse informali ricevute negli ultimi vent’anni anni dall’occidente e soprattutto dagli USA non seguiranno altrettanti fatti concreti (cosa di cui i Georgiani si sono resi conto a loro spese nell’agosto del 2008). Però, si tratta di un popolo in cui nei decenni il sentimento anti russo è cresciuto e si è radicato e che saprà reagire se sarà necessario.

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In conclusione, Putin è stato finora in grado di far venire alla luce molte debolezze ed incongruenze in ambito USA, NATO e UE. È forse oggi in una invidiabile posizione di forza per trattare e ottenere quanto in realtà vuole (che è sicuramente molto meno di quanto ha chiesto al tavolo negoziale).

L’amministrazione Biden è oggi debole e ha anche altri problemi. Buona parte degli europei, checché ne dica Stoltenberg, non sembrerebbero avere alcuna intenzione non dico di “morire per Kiev” ma neanche di “stare al freddo per il Donbass”. Putin non ha mai dichiarato di voler ricorrere all’opzione militare per invadere parte dell’Ucraina o per rovesciarne e sostituirne il governo con uno a lui più favorevole.

È stato abile nel far sì che fossero sempre gli altri (intelligence USA e Britannica) a dirlo, consentendogli di limitarsi a negarlo.

Per noi europei questa è forse l’ultima chiamata per farci ragionare in merito a costi e oneri di una reale autonomia strategica europea che comporta assunzioni di responsabilità di cui non si vede traccia, all’esigenza di elaborare una vera politica europea nei confronti di Washington, Mosca e Pechino e di riformare una NATO che non si riduca a fare solo da megafono delle posizioni di Washington.

E perché no? Di un’Europa che sappia elaborare una propria linea politica per l’Ucraina, aldilà dei veti incrociati di Mosca e Washington. Purtroppo, nulla di tutto ciò sembra possa avvenire in tempi brevi, quindi lo Zar può ancora vincere la sua abile partita a scacchi.

 

 

Antonio Li GobbiVedi tutti gli articoli

Nato nel '54 a Milano da una famiglia di tradizioni militari, entra nel '69 alla "Nunziatella" a Napoli. Ufficiale del genio guastatori ha partecipato a missioni ONU in Siria e Israele e NATO in Bosnia, Kosovo e Afghanistan, in veste di sottocapo di Stato Maggiore Operativo di ISAF a Kabul. E' stato Capo Reparto Operazioni del Comando Operativo di Vertice Interforze (COI) e, in ambito NATO, Capo J3 (operazioni interforze) del Centro Operativo di SHAPE e Direttore delle Operazioni presso lo Stato Maggiore Internazionale della NATO a Bruxelles. Ha frequentato il Royal Military College of Science britannico e si è laureato con lode in Scienze Internazionali e Diplomatiche a Trieste.

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