Cercasi negoziatore europeo: il ruolo che nessuno vuole o può ricoprire

C’è una poltrona che brucia a Bruxelles. Da mesi si discute se l’Unione Europea debba nominare un inviato speciale per i negoziati con la Russia. Il problema non è trovare un nome, piuttosto, è che il mandato stesso è svuotato in partenza, e il sistema politico europeo ha costruito, mattone dopo mattone, tutte le ragioni per le quali tale mandato non può essere conferito a nessuno.
Basta leggere le dichiarazioni de l’Alto Rappresentante per gli Affari Esteri Kaja Kallas, al termine della riunione informale dei ministri degli Esteri a Limassol, a Cipro: l’Europa non sarà mai un mediatore neutrale tra Russia e Ucraina, perché siamo dalla parte dell’Ucraina e difendiamo i nostri interessi di sicurezza.

Una dichiarazione che chiude la questione sul piano logico poiché un negoziatore che rappresenta una delle parti non svolge la funzione di mediatore. La credibilità di un interlocutore con Mosca dipende, per definizione, dall’equidistanza percepita. Senza di essa, qualunque inviato europeo seduto al tavolo con i russi sarà letto a Mosca non come un’alternativa al modello americano, ma come un’estensione di esso, in versione più ideologica e meno pragmatica.
Eppure, la domanda rimane aperta, e non solo per ragioni formali. Gli Stati Uniti di Donald Trump hanno progressivamente ridotto il loro impegno nella gestione diplomatica del conflitto ucraino.
Il New York Times ha riferito che i russi si sono mostrati stanchi delle visite periodiche dell’inviato speciale Steve Witkoff e del genero presidenziale Jared Kushner e vogliono un processo stabile e diplomatico, con gruppi di lavoro e incontri regolari. Inoltre, sempre secondo il giornale, i russi vogliono anche un ambasciatore americano in Russia, una posizione aperta, sorprendentemente, da quasi un anno.
In questo vuoto americano, l’Europa avrebbe teoricamente lo spazio per inserirsi. Ma non ne ha la credibilità strutturale perché il ceto dirigente europeo ha scelto di essere parte belligerante sul piano del sostegno militare, e ha costruito su questa scelta tutta la sua narrativa identitaria (in crisi).
La svolta tedesca dall’autocontrollo all’escalation
Il caso tedesco illustra meglio di ogni altro questa traiettoria. Il 26 febbraio 2024, il cancelliere Olaf Scholz si era opposto con forza alla fornitura dei missili da crociera Taurus KEPD 350 (l’equivalente dei missili Storm Shadows e SCALP britannici e francesi) all’Ucraina.
In una conferenza organizzata dall’Agenzia di stampa tedesca Deutsche Press Agentur, e ripresa anche da Associated Press, aveva dichiarato nel febbraio del 2024: “Non dobbiamo essere in nessun caso collegati agli obiettivi che questo sistema raggiunge. E questa chiarezza è necessaria. Sono stupito che ad alcune persone non importi nemmeno, che non pensino nemmeno al fatto che ciò potrebbe in una certa misura portare alla partecipazione a una guerra.

La posizione di Scholz era ancorata a una valutazione precisa del rischio di coinvolgimento tedesco nel conflitto. I Taurus hanno una gittata di 500 chilometri: consegnarli senza assicurare che personale tedesco non partecipasse alla selezione degli obiettivi avrebbe, nell’analisi di Scholz, trasformato la Germania in parte belligerante. Era una posizione giuridicamente fondata, politicamente coraggiosa, strategicamente prudente.
Il suo successore Friedrich Merz ha invertito questa logica senza tuttavia assumerne le conseguenze dichiarate. Il 26 maggio 2025 ha affermato che non esistono più limitazioni di gittata per le armi occidentali fornite all’Ucraina, precisando il giorno successivo di star descrivendo una politica già in vigore da mesi. Il 29 maggio 2025, in un’intervista al programma heute journal dell’emittente ZDF, ha risposto alla domanda sulla fornitura dei Taurus affermando che “ovviamente l’opzione era possibile”.
Ha aggiunto che l’addestramento richiederebbe mesi e che Berlino è concentrata sull’assistenza immediata, ma la rottura con la posizione del predecessore è netta. La reazione di Mosca è stata immediata: la Russia ha minacciato di considerare la Germania parte belligerante qualora i Taurus venissero impiegati contro obiettivi russi.
Merz ha scelto di non rispondere a questa minaccia con una rettifica, e il governo tedesco ha deciso di ridurre la trasparenza pubblica sulle future forniture di armamenti per motivi di sicurezza.
Quel che colpisce non è tanto la questione tecnica dei Taurus, quanto ciò che essa rappresenta, vale a dire: il transito da una politica di deterrenza e contenimento a una politica di partecipazione funzionale alla guerra.
Il ministro della Difesa Pistorius ha fornito la cornice ideologica di questo transito: “Ricordiamo la nostra storia, ma la Russia è di nuovo il nostro nemico. Dobbiamo spiegare ai tedeschi, senza spaventarli, che da parte della Russia è emersa di nuovo una minaccia con la quale la Germania non si è confrontata negli ultimi 30 anni”.
La frase è rivelatrice nella sua incoerenza storica: la Germania non è in guerra con la Russia da ottant’anni, non da trenta. Ma, soprattutto, un paese che definisce pubblicamente un altro paese “di nuovo il suo nemico” non può contemporaneamente presentarsi come suo interlocutore negoziale credibile.
La guerra perpetua come orizzonte dichiarato
La Conferenza di Monaco sulla Sicurezza del febbraio 2026 ha cristallizzato una visione che ha ormai assunto i tratti di un dogma, riassunti dall’intervento del cancelliere Merz quando ha affermato che la Russia “non è disposta a parlare seriamente e lo sarà solamente quando Mosca avrà esaurito tutte le sue risorse economiche e militari. Pertanto, la Germania e l’Europa dovranno fare di tutto per portare i russi a raggiungere il loro limite”.
Non si tratta di una posizione bellicista nel senso classico del termine poiché Merz non invocava un’aggressione, ma il logoramento. Tuttavia, il logoramento di un paese armato di armi nucleari, con una produzione bellica in espansione e una popolazione disposta a sopportare sacrifici considerevoli, tutte condizioni che l’Europa non realizzerà mai, è un orizzonte senza data. È la formulazione più lucida di ciò che in realtà significa guerra senza fine.

Il primo ministro svedese Ulf Kristersson aveva anticipato questo schema nel novembre dello scorso anno, durante una visita in Estonia:” sono fermamente convinto che la Svezia, l’Estonia e l’intera Unione Europea si debbano preparare per l’isolamento di lungo termine della Russia. Questa guerra non finirà nulla”, aveva affermato.
L’ex segretario generale della NATO Anders Fogh Rasmussen aveva confermato la stessa visione in un’intervista al Guardian, avvertendo che l’Ucraina rischiava una guerra perpetua a meno che l’Europa non aumentasse radicalmente la pressione su Mosca.
Inoltre, negli ultimi tempi il tema della perenne ostilità nei confronti di Mosca si è arricchito di eventi chiaramente escalativi come l’utilizzo dello spazio aereo dei Paesi Baltici per colpire il territorio russo con droni ucraini, e dei territori di alcuni paesi europei per produrre droni e altro materiale bellico per conto di Kiev, data la vulnerabilità delle installazioni industriali di quest’ultima, tali da configurare oramai l’Europa come retrovia dell’Ucraina nel conflitto.
In questo contesto, la domanda su chi potrebbe trattare con Mosca acquista un carattere decisamente surreale dal momento che si chiede a un sistema politico che ha come orizzonte dichiarato il logoramento e la sconfitta del proprio interlocutore, di creare le basi per un negoziatore credibile. È un po’ come Trump che pretende di negoziare dicendo che accetterà, come soluzione del conflitto in Medio Oriente (da lui scatenato), solo la resa incondizionata di Teheran.
La “deterrenza” nucleare francese condivisa
La surrealtà assume poi aspetti ancora più inquietanti quando prendiamo in considerazione ulteriori iniziative, destabilizzanti di ogni possibile ipotesi di lavoro congiunta euro-russa.
Agli inizi di marzo di quest’anno, davanti al sommergibile nucleare Le Téméraire nella base di Île Longue in Bretagna, il presidente Macron ha annunciato la dottrina della “deterrenza avanzata”, definita dai commentatori come “l’aggiornamento più significativo della politica nucleare francese in trent’anni”.

La dottrina prevede che sette paesi europei, tra cui Germania, Polonia, Paesi Bassi, Belgio, Grecia, Svezia e Danimarca, possano partecipare a esercitazioni con la componente nucleare aerea francese, con possibile temporaneo schieramento di bombardieri Rafale a capacità nucleare nelle loro basi.
Le prime esercitazioni nucleari congiunte franco-polacche, recentemente effettuate, sono state interpretate dagli analisti come specificamente orientate contro Kaliningrad e la Bielorussia. Norvegia, Paesi Bassi, Belgio e Germania hanno rapidamente aderito all’iniziativa.
Il cancelliere Merz ha annunciato la costituzione di un gruppo franco-tedesco di coordinamento nucleare, e il Regno unito ha pienamente aderito all’idea di condividere con Parigi l’aspetto dell’impiego del nucleare militare in Europa. La Russia ha definito l’intera architettura una minaccia esistenziale aggiuntiva.
Il paradosso, dunque, è evidente: l’Europa resuscita improbabili prospettive di condivisione degli arsenali “privati” di alcuni paesi (quelli più guerrafondai e irriducibili nemici della Russia), coinvolge paesi non nucleari in esercitazioni con testate tattiche, estende il perimetro operativo verso i confini russi, ma discute nel frattempo a chi affidare il mandato per negoziare con Mosca.
Si tratta di due mosse logicamente, a dir poco, incompatibili a meno di non voler usare il negoziato non come via per la pace ma come espediente diplomatico per un riarmo che non ha alternativa alla forza come strumento di risoluzione del conflitto.
Ciò che manca non è un nome
La politica europea è guidata dalla convinzione emotiva, ideologica e irrazionale che solo una guerra prolungata possa indebolire la Russia al punto da costringerla a negoziare da una posizione di debolezza.
Si tratta dell’idea della sconfitta strategica della Russia, per mano europea, presupponendo che Mosca abbia un punto di rottura raggiungibile nei tempi e con i mezzi che l’Europa è disposta a impiegare prospettiva, questa, evidentemente bizzarra. Gli Stati Uniti si sono ritirati dalla gestione attiva del conflitto, ma l’UE non è in grado di gestirlo autonomamente se non attraverso l’escalation, sperando di trascinare la NATO e, nuovamente, Washington nell’orbita del conflitto.
L’Europa ha imboccato la strada dell’escalation lenta e strutturale credendo di costruire una posizione di forza, ma sta invece costruendo le condizioni nelle quali la forza diventerà l’unico linguaggio rimasto. Si chiede un interlocutore a un sistema che ha deciso di non avere interlocutori. Questa è la contraddizione di fondo che nessuna nomina potrà mai risolvere.
Foto: Commissione Europea e X
Maurizio BoniVedi tutti gli articoli
Nato a Vicenza nel 1960, è stato il vice comandante dell'Allied Rapid Reaction Corps (ARRC) di Innsworth (Regno Unito), capo di stato maggiore del NATO Rapid Reaction Corps Italy (NRDC-ITA) di Solbiate Olona (Varese), nonché capo reparto pianificazione e politica militare dell'Allied Joint Force Command Lisbon (JFCLB) a Oeiras (Portogallo). Ha comandato la brigata Pozzuolo del Friuli, l'Italian Joint Force Headquarters in Roma, il Centro Simulazione e Validazione dell'Esercito a Civitavecchia e il Regg. Artiglieria a cavallo a Milano ed è stato capo ufficio addestramento dello Stato Maggiore dell'Esercito e vice capo reparto operazioni del Comando Operativo di Vertice Interforze a Roma. Giornalista pubblicista, è divulgatore di temi concernenti la politica di sicurezza e di difesa.








