L’alleanza militare sunnita tra Arabia Saudita, Turchia e Pakistan

Qualcuno l’ha già ribattezzato “La NATO sunnita” e del resto l’accordo di mutua Difesa (Joint Defence Agreement) tra Turchia, Arabia Saudita e Pakistan siglato ieri a La Mecca riunisce tre potenze regionali che hanno molto in comune sul pano politico, culturale e religioso: aspetti che nel mondo Islamico marciano spesso di pari passo e vengono pienamente riassunti nel concetto di Islam.
“Sulla base dei legami storici di lunga data, dei vincoli di fratellanza e solidarietà islamica, dei comuni interessi strategici e della consolidata cooperazione nel settore della difesa, le parti si sono impegnate a rafforzare ulteriormente la loro sicurezza collettiva e a promuovere la pace, la sicurezza e la stabilità nella regione e oltre” si legge nel testo dell’accordo.
![]()
Non a caso la firma dell’intesa si è tenuta nella città santa dell’Islam, come a voler benedire l’alleanza e ad attribuirle un elevato valore anche simbolico benché il viceministro saudita per la diplomazia pubblica, Rayed Krimly, abba precisato che l’accordo non rappresenta alcuna intenzione di costruire un asse militare o un blocco settario-religioso” e “non è legato ad ambizioni nucleari o a una corsa agli armamenti, ma piuttosto alla costruzione di capacità sostenibili e autosufficienti”.
Turchia, Pakistan e Arabia Saudita sono unite dalla fede musulmana, sunnita, da una visione autoritaria del potere oltre che da molti interessi comuni, incluso quello di sviluppare congiuntamente prodotti militari tecnologicamente avanzati, a cui ha fatto rifermento Krimly, per ridurre la dipendenza da fornitori esteri.
Il vicepresidente turco Cevdet Yilmaz, in un’intervista alla CNN Turk, ha dichiarato oggi che l’Arabia Saudita potrebbe contribuire finanziariamente allo sviluppo del caccia turco Kaan di quinta generazione o entrare direttamente nel progetto come partner.
Il Kaan ha effettuato il primo volo nel febbraio 2024 e dovrebbe entrare in servizio con l’Aeronautica turca entro la fine del 2028 dopo l’ordine per i primi 20 esemplari formalizzato nel maggio di quest’anno.

I sauditi sembrerebbero interessati anche a entrare nel programma tri-nazionale (tala, Gran Bretagna e Giappone) Global Combat Air Programme (GCAP) per un caccia di 6a generazione a cu si è associato recentemente come osservatore il Canada.
Tra gli interessi comuni tra i tre firmatari spicca l’obiettivo di contenere l’Iran che, anche se in Occidente facciamo finta di non vederlo, è uscito ingigantito dal vittorioso conflitto scatenato da USA e Israele e oggi pretende il riconoscimento del suo ruolo di potenza regionale, innanzitutto con il controllo dello Stretto di Hormuz.
Gli alleati di Teheran, le milizie Houth yemenite, sono di nuovo ai ferri corti con i sauditi scambiandosi raid arei e missilistici e attacchi alle petroliere saudite nel Mar Rosso.
L’accordo firmato a La Mecca, in questo contesto, rafforza la coalizione navale costituta da Riad ne giorni scorsi per proteggere i traffici marittimi tra il Golfo di Aden e il Mar Rosso a cui hanno già aderito, tra gli altri, anche Turchia e Pakistan.
Non è forse un caso che l’accordo sia stato firmato a La Mecca: al di là del valore simbolico e religioso la città si trova a pochi chilometri a est di Gedda (obiettivo degli attacchi Houthi) e a nord di Taif, la grande base aerea impiegata dai sauditi per colpire lo Yemen e dove sono schierate anche forze aeree e da difesa aerea italiane con compiti che andrebbero meglio precisati.

Anche se Recep Tayyp Erdogan ha voluto precisare che l’accordo di La Mecca “non prende di mira alcun Paese ed è aperto alla partecipazione di Paesi fratelli che mirano alla pace, alla prosperità e alla stabilità della nostra regione”, appare evidente che il contenimento dell’Iran rappresenti una priorità per le tre potenze sunnite. Contenimento non necessariamente da associare ad azoni militari, ma certamente a una robusta deterrenza.
Erdogan ha aggiunto che “questo accordo, basato sulla deterrenza collettiva, contribuirà alla cooperazione in materia di sicurezza e difesa, ai progetti congiunti nell’industria della difesa e alla lotta al terrorismo”.
In realtà le clausole di deterrenza comune sono impegnative poiché impongono ai firmatari di rispondere insieme a un attacco rivolto anche a un solo membro.
Una sorta di Articolo 5 della NATO che rende questo accordo vincolante e d elevato valore strategico. Per il ministro della Difesa di Riad, Khalid bin Salman, l’accordo di La Mecca “contribuisce alla sicurezza e alla stabilità regionale e globale e rafforza la deterrenza, il coordinamento e l’integrazione tra i nostri Paesi contro qualsiasi atto di aggressione e stabilisce che qualsiasi attacco armato contro uno qualsiasi dei tre Stati sarà considerato come un attacco contro tutti e tre”.
Un concetto che potrebbe venire messo presto alla prova se gli scambi di attacchi tra Houthi e Araba Saudita dovessero continuare o subire una escalation.

Di livello politico non elevato ma molto incisiva è stata la reazione di Teheran. Per il parlamentare Ebrahim Rezaei, membro della Commissione per la Sicurezza Nazionale e la Politica Estera del Parlamento di Teheran, “i sauditi devono capire che un accordo di facciata con la Turchia e il Pakistan non garantirà loro la sicurezza, così come anni di sostegno unilaterale agli americani non l’hanno garantita. Riformate le vostre politiche in modo da non dover implorare la sicurezza altrui”.
L’intesa tra sauditi, turchi e pakistani non è necessariamente ostile a Teheran ma potrebbe costituire semplicemente una garanza a bilanciamento del potere iraniano nella regione in un contesto di progressivo ritiro delle forze statunitensi dall’area del Golfo: ritiro caldeggiato dall’Iran (e previsto anche nella bozza di accordo di pace n 14 punti) ma probabilmente ben visto anche da almeno una parte delle nazioni arabe.
Per Ali Akbar Velayati, consigliere della Guida Suprema per gli affari internazionali
della Guida Suprema dell’Iran, “la sconfitta degli Stati Uniti e del regime sionista ha rafforzato la convinzione che le forze straniere – la principale causa di insicurezza – debbano lasciare la regione. La crescente cooperazione tra gli Stati della regione può garantire la sicurezza regionale”, ha aggiunto in un post su X.
Le tre nazioni firmatarie hanno caratteristiche militari compatibili e rapporti strategici già consolidati. La Turchia è un grande esportatore di armi e sta penetrando anche nei paesi del Golfo Persico e in Pakistan. Ankara schiera una brigata a garanzia della scurezza del Qatar a cu vende molti suoi prodotti militari.

Il Pakistan è divenuto una potenza nucleare grazie ai petrodollari sauditi e secondo diverse font Islamabad garantirebbe con l suo ombrello nucleare la deterrenza atomica di Riad. Migliaia di militari pakistani addestrano le truppe saudite e la cooperazione militare bilaterale non è ma stata così forte: ciò detto sarebbe ingenuo ritenere che l Pakistan abbia una posizione subalterna rispetto al regno saudita.
Lo dimostrò in modo efficace dieci anni or sono il rifiuto di Islamabad di inviare proprie truppe a combattere contro gli Houth nello Yemen.
Con la firma di questo accordo Turchia e Arabia Saudita arricchiscono il numero di alleanze di cui fanno parte: Riad è già membro del Gulf Cooperation Council, nota anche come “NATO del Golfo” in cui pesano sempre di più la leadership indiretta statunitense e i dissidi interni, in passato tra il Qatar e gli altri membri, ora soprattutto quelli crescenti tra Riad e Abu Dhabi.
Non a caso Krimly ha aggiunto che l’accordo non minaccia le “relazioni strategiche dell’Arabia Saudita a livello del Golfo, arabo e internazionale”, non sostituisce alcun accordo internazionale esistente né minaccia la sicurezza di altri Paesi.
Islamabad e Riad hanno annunciato il 17 settembre 2025 un’intesa che ha rafforzato i legami militari bilaterali con un trattato che prevede che “qualsiasi aggressione contro uno dei due Paesi sarà considerata un’aggressione contro entrambi”. Concetto quindi ribadito ed esteso alla Turchia nell’accordo di La Mecca.
La Turchia è membro della NATO dal 1952 ma dal 2013 è “partner di dialogo della Shangai Cooperation Organization, struttura di scurezza asiatica guidata da Russa e Cina e di cui fanno parte anche Iran, India, Pakistan e uno stato europeo, la Bielorussia: 27 nazioni in tutto d cui 10 membri effettivi, 15 partner di dialogo e due osservatori (Afghanistan e Mongola).

Ankara guida anche l’Organizzazione degli stati “turchici”, cioè delle nazioni dell’Asia ex sovietica che fecero parte dell’Impero Ottomano e mantengono una lingua mutuata dal turco.
L’approccio decisamente multilaterale di questa alleanza potrebbe assicurarle ampi sostegni e ulteriori adesioni. La Turchia non esclude un futuro allargamento all’Egitto, come ha affermato oggi il vicepresidente turco Cevdet Yilmaz. “In futuro, naturalmente, è possibile. L’Egitto è un Paese piuttosto forte e la sua partecipazione potrebbe essere importante per un formato di questo tipo”, ha dichiarato.
L’accordo è stato salutato con entusiasmo anche dall’Autorità Nazionale Palestinese che lo vede come uno strumento di contenimento delle ambizioni di espansione territoriale israeliane. L’ANP auspica che “l’accordo della Mecca costituisca un punto di inizio per il rafforzamento del sistema di sicurezza collettivo arabo e islamico per proteggere Paesi, popoli e luoghi sacri della regione e sostenere i diritti dei palestinesi e la loro lotta legittima per porre fine all’occupazione israeliana e creare uno stato indipendente, sovrano con Gerusalemme Est come capitale”.

L’aspetto che emerge forse come il più rilevante dalla firma dell’accordo, è l’obiettivo di ridimensionare l’influenza militare e strategica statunitense nella regione. Uno strumento di deterrenza sviluppato dalle potenze regionali mira evidentemente a rendere superfluo o meno rilevante quello statunitense, peraltro rivelatosi fallimentare nella guerra contro l’Iran i cui missili e droni hanno devastato le basi americane e altri obiettivi nelle nazioni arabe del Golfo.
“Questo accordo è uno dei segnali più chiari finora che il Medio Oriente si sta allontanando da un ordine di sicurezza organizzato esclusivamente dagli Stati Uniti”, ha dichiarato alla France Presse Andreas Krieg, esperto di sicurezza del King’s College di Londra.
“Le potenze regionali credono sempre più che la sicurezza debba essere garantita a livello locale piuttosto che unicamente da Washington”. Secondo l’analista, questo annuncio supporta le ambizioni dell’Arabia Saudita di diventare il padrino della sicurezza regionale e di diversificare le proprie capacità di difesa. Per la Turchia, anch’essa membro della Nato, e per il Pakistan, l’obiettivo è acquisire influenza e attrarre investimenti sauditi.
Questo riavvicinamento “è chiaramente diretto contro l’Iran”, osserva Oumar Karim, esperto di Arabia Saudita presso l’Università di Birmingham, per il quale l’alleanza “mira a rispondere al nuovo approccio strategico di Teheran, che intende dominare l’intera regione del Golfo e controllare il traffico marittimo nelle vie navigabili strategiche, che si tratti dello Stretto di Hormuz o dello Stretto di Bab el-Mandeb”.

I tre firmatari sono del resto potenze di riferimento in una vasta area che s estende dal Mediterraneo al Golfo Persico e all’Oceano Indiano. Area in cui la diffidenza nei confronti degli Stati Uniti in seguito all’ambigua e destabilizzante politica di Washington e al fallimento della campagna militare contro l’Iran sta crescendo e comincia a venire percepita anche negli ambienti statunitensi.
Di fronte alla palese incapacità dell’Amministrazione Trump di concludere un accordo con Teheran, secondo la CNN è oggi il capo di Stato Maggiore congiunto a cercare una via d’uscita dalla guerra.
Nelle ultime settimane, il generale Dan Caine, ha chiarito privatamente ad altri importanti consiglieri del presidente Donald Trump che gli Stati Uniti devono trovare una via d’uscita dalla guerra con l’Iran, perché le opzioni militari sul tavolo per un’escalation del conflitto potrebbero rivelarsi controproducenti e la sola superiorità aerea difficilmente raggiungerà gli obiettivi dichiarati da Trump.

Caine, afferma la CNN, non è il solo a pensare che la guerra abbia raggiunto un bivio. Ha discusso le preoccupazioni relative alle opzioni militari per un’escalation del conflitto e ha sollevato la possibilità di trovare una via d’uscita dalla guerra con altri importanti membri del gabinetto, tra cui il direttore della Cia John Ratcliffe, il segretario di Stato Marco Rubio e il vicepresidente JD Vance, secondo quanto riferito da due delle fonti.
Il generale statunitense avrebbe recentemente incontrato a porte chiuse alcuni membri dell’Amministrazione che condividono la sua visione, nel tentativo di facilitare il coordinamento interagenzie e assicurarsi che siano allineati in vista degli incontri con il presidente. L’obiettivo è stato quello di chiarire i limiti e le insidie delle opzioni militari disponibili.
mmafgini: Presidenza Turca, Anadolu e Wikipredia
Gianandrea GaianiVedi tutti gli articoli
Giornalista bolognese, laureato in Storia Contemporanea, dal 1988 si occupa di analisi storico-strategiche, studio dei conflitti e reportage dai teatri di guerra. Dal 1991 al 2014 ha seguito sul campo i conflitti nei Balcani, Somalia, Iraq, Afghanistan, Sahara Occidentale, Mozambico e Sahel. Dal febbraio 2000 dirige Analisi Difesa e nel 2026 ha aperto il Canale YouTube “La Penna nel Fianco”. Ha collaborato o collabora con quotidiani e settimanali, università e istituti di formazione militari ed è opinionista per reti TV e radiofoniche. Ha scritto diversi libri tra cui "Iraq Afghanistan, guerre di pace italiane", “Immigrazione, la grande farsa umanitaria” e "L'ultima guerra contro l’Europa". Presso il Ministero dell’Interno ha ricoperto dal 2018 l’incarico di Consigliere per le politiche di sicurezza di due ministri e un sottosegretario. Nel 2026 ha ricevuto l'onorificenza di Cavaliere dell'Ordine al Merito della Repubblica Italiana (OMRI).








