G20: se la Russia diventa un’arma di distrazione di massa

Di problemi da discutere, anche a muso duro, con gli Stati Uniti al G20 dei ministri delle Finanze tenutosi in Carolina del Nord ce ne sarebbero stati molti, soprattutto per la pretesa dell’Amministrazione statunitense di imporre al mondo di chiudere ogni rapporto economico e commerciale con l’Iran, pena il solito tris composto da sanzioni, dazi e rappresaglie politiche ed economiche.
Eppure ancora una volta il ministro delle Finanze Scott Bessent si è “messo in tasca” gli europei utilizzando l’invito a partecipare ai lavori di Asheville rivolto al ministro russo Anton Siluanov.
Una vera “arma di distrazione di massa” che ha subito raccolto le reazioni indignate degli europei, le cui menti sono ormai talmente obnubilate dalla russofobia da dimenticare ancora una volta di difendere gli interessi delle proprie nazioni dai diktat di Washington.
Aiuto! C’è un russo!
Il vicecancelliere tedesco Lars Klingbeil e i suoi omologhi di diversi Paesi europei hanno minacciato di boicottare la tradizionale fotografia di gruppo dei ministri qualora Siluanov fosse stato incluso. Il ministro russo si è sfilato e non ha partecipato alla fotografia. Ma Klingbeil ha tenuto a far sapere ai giornalisti di aver rimproverato Siluanov per l’invasione dell’Ucraina e di aver chiesto a Mosca di porre fine alla guerra. “Avrei preferito una posizione chiara da parte degli Stati Uniti, affinché non fosse ricevuto come un normale ospite”, ha dichiarato.
E se il tedesco la pensa così, figuratevi la reazione dei baltici. Il commissario europeo all’Economia, Valdis Dombrovskis (nella foto sotto), non intende avere contatti con l’omologo russo. Lo ha dichiarato ieri la portavoce della Commissione europea, Paula Pinho, nel briefing quotidiano con la stampa. “Il commissario Dombrovskis rappresenta la Commissione alla riunione dei ministri delle Finanze del G20 negli Stati Uniti. Non ha avuto alcun incontro specifico con il ministro delle Finanze russo, nè intende averne”, ha affermato la portavoce.

Nel mondo semplicistico e infantile di un’Unione Europea sempre più imbarazzante per manifesta incapacità, non c’è ovviamente posto per il buon senso che ha sempre dominato, fino a ieri, il mondo della politica e della diplomazia. Quel buon senso che ha naturalmente sempre tenuto conto che è proprio coi nemici, i rivali, le controparti che occorre parlare per smussare gli angoli e tentare di risolvere i contenziosi.
Lo insegna la Storia e così hanno fatto tutti i leader e ministri del mondo, per millenni, ma quelli che la Ue riesce a esprimere oggi non l’hanno neppure studiata la Storia, come l’Alta Commissaria Kaja Kallas ci dimostra spesso con i suoi interventi.
Nel bilaterale con il ministro russo, Bessent ha chiarito che gli Stati Uniti non avrebbero concesso a Mosca alcun “sollievo economico” fino al termine del conflitto, il che implica la mancata revoca delle sanzioni. Secondo quanto riferito dai media statunitensi, quando Siluanov ha tentato di sollevare le questioni di interesse reciproco, Bessent ha risposto che tali discussioni sono “impossibili” prima della conclusione della guerra.
In chiusura del vertice Bessent ha tuttavia ricordato, con un messaggio rivolto agli europei, che è importante dialogare con la Russia. “So che alcuni europei ne hanno ricavato un’impressione negativa, ma ritengo fondamentale mantenere il dialogo”.
Diktat al mondo
Così mentre gli europei erano distratti dalla presenza del ministro putiniano e impegnati a controllare che non apparisse nel loro album fotografico, Bessent ha avuto buon gioco a impartire ordini al mondo e soprattutto agli europei che, da quanto risulta dalle cronache, non hanno neppure tentato di spiegare al collega statunitense che non si possono minacciare e affibbiare sanzioni a chiunque non permetta a Washington di fare i propri interessi e le proprie guerre a scapito degli interessi del mondo intero.
Con uno scatto di dignità i ministri UE avrebbero potuto affermare tutti insieme che non spetta agli USA decidere con chi possano o meno fare affari le nazioni europee. Ma lo scatto non c’è stato e la dignità non si è vista, forse perché temevano che Bessent li rinchiudesse per punizione in una stanza con Siluanov.
Il segretario al Tesoro americano ha ribadito che il suo compito è garantire che la campagna di pressione economica dell’amministrazione Trump sull’Iran costringa il regime a trattare con gli Stati Uniti. “Soffocheremo economicamente il regime e, come ha detto il presidente Trump, il motivo per cui il memorandum non ha funzionato è che loro non erano pronti per un accordo”, ha affermato Bessent in un’intervista.

“Il mio compito è assicurarmi che vogliano un accordo, e lo vorranno”, ha aggiunto Bessent, ricordando che sono in arrivo nuove misure tra questa settimana e la prossima. Nell’ambito della campagna di pressione, gli Usa hanno preso di mira una filiale di una banca egiziana negli Emirati Arabi Uniti che, secondo Bessent, aveva trasferito oltre 1,8 miliardi di dollari a favore di Teheran.
“Non abbiamo imposto sanzioni dirette perché non volevamo colpire la casa madre egiziana, ma tutti devono sapere che noi sappiamo chi siete e voi sapete chi siete; probabilmente annunceremo una sanzione bancaria questa settimana e ne annunceremo un’altra la settimana successiva”, ha detto Bessent.
La scorsa settimana il dipartimento del Tesoro americano ha sanzionato 60 persone e aziende. Le misure interessano anche soggetti coinvolti nell’approvvigionamento di tecnologie nucleari e missilistiche e hanno raggiunto aziende con sede negli Emirati Arabi Uniti, a Hong Kong, in Cina, Singapore, Svizzera ed Europa. Secondo Bessent, Trump sta contattando personalmente i leader mondiali coinvolti.
Le misure annunciate da Washington sono rivolte non solo contro l’Iran ma contro tutti i Paesi che continueranno a commerciare con Teheran e che potrebbero essere esclusi dal sistema finanziario basato sul dollaro.
Una minaccia formulata da Bessent che aveva però chiarito che non sono ancora state decise sanzioni secondarie e che a tutti sarà concesso un periodo per adeguarsi.
La risposta iraniana è stata dura. Il ministro dell’Economia Ali Madanizadeh ha definito le misure un attacco economico e ha assicurato che Teheran dispone di strumenti per reagire. Il portavoce dei Guardiani della rivoluzione Hossein Mohebbi ha evocato possibili ritorsioni contro gli interessi vitali statunitensi e gli snodi energetici nel caso in cui le infrastrutture iraniane venissero minacciate.
Un braccio di ferro il cui conto continuano a pagarlo le economie mondiali. Lo Stretto di Hormuz resta chiuso, e Pechino ha criticato la pressione economica statunitense annunciando che difenderà i propri interessi.
A tal proposito è curioso che una dichiarazione congiunta rilasciata al termine del vertice i ministri del G20 affermi che “le continue interruzioni del commercio di energia sono motivo di preoccupazione e che una navigazione sicura attraverso Hormuz e nel resto del mondo è essenziale per sostenere una crescita duratura”.
Tutti i membri del G20 presenti hanno approvato la dichiarazione a eccezione della Cina. Possibile che solo a Pechino abbiano la memoria così straordinaria da ricordare che Hormuz era spalancato prima dell’attacco americano e israeliano all’Iran?
Il D-Day
“Su indicazione del Presidente, il Tesoro degli Stati Uniti ha dato il via all’Operazione ‘Economic Outcast’: una campagna senza precedenti contro la Repubblica Islamica dell’Iran e chi la sostiene” aveva annunciato Bessent il 24 agosto parlando d D-Day.
“Durante la Seconda Guerra Mondiale, il D-Day segnò l’inizio storico di una campagna condotta insieme ai nostri alleati per colpire e cacciare il nemico dalle sue posizioni, comprese quelle in paesi terzi. Oggi, con lo stesso spirito, stiamo sferrando un attacco economico contro le connessioni finanziarie dell’Iran in tutto il mondo — in tutto il mondo. Il nostro obiettivo è recidere ogni linea di sostentamento economica che sostiene questo regime tirannico, finché Teheran non rimarrà isolata”, aveva aggiunto.

Il D-Day indica in realtà la data del 6 giugno 1944, giorno dello Sbarco in Normandia, evento che oggi Bessent paragona a un attacco economico all’Iran e a tutte le nazioni che commerciano con la Repubblica Islamica.
“La differenza è che qui stiamo avvisando in anticipo, perché prima di far saltare in aria il sistema finanziario mondiale bisogna dare un avvertimento: questo è l’avvertimento” aveva detto Bessent.
Sarebbe appena il caso di precisare che il D-Day del 1944 portò a liberare l’Europa Occidentale invasa dalla Germania nazista mentre quello del 2026 punta a schienare una nazione sovrana aggredita militarmente e senza successo da USA e Israele per indurla ad accettare, con un diktat, condizioni umilianti.
Potremmo fare un po’ d’ironia nel ricordare che in Normandia gli anglo-americani-canadesi sbarcarono in forze con un’operazione anfibia che oggi gli Stati Uniti non riuscirebbero a compiere in Iran.
Ci vuole pazienza però e accettare anche paralleli storici quanto meno arditi e che lasciano il sospetto che la conoscenza della Storia alla Casa Bianca sia oggi proporzionale a quella delle regole del calcio dimostrata in occasione dei recenti campionati mondiali.
Le minacce di Bessent al mondo intero, subito respinte al mittente da Russa e Cina, sono senza precedenti, atti sanzionatori che in passato vennero varati con molte limitazioni solo dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Per questo si può affermare che Bessent ha di fatto imposto la “legge di Trump” al mondo con risultati per ora non esaltanti. Le sanzioni secondarie includono cinque settori chiave: asset digitali, tecnologia, oro, aviazione e trasporti marittimi.
“Metteremo fine all’accesso al sistema del dollaro per coloro che riciclano denaro iraniano”, ha minacciato con toni duri, lanciando un avvertimento a “coloro che agevolano l’Iran: Non mettete alla prova la nostra determinazione”. Al mondo Bessent concede (bontà sua) una tempistica definita per interrompere la cooperazione economica con l’Iran e il “conto alla rovescia è appena iniziato”.
Chi non taglierà i rapporti, si troverà ad affrontare il “cappio” e l’azione unilaterale del Dipartimento del Tesoro. “Coloro che si legano al regime iraniano devono aspettarsi di condividere l’isolamento di un regime in declino”, ha tuonato Bessent, spiegando invece che si schiererà con gli Stati Uniti “raccoglierà i frutti della nostra partnership”.
I rischi
Il D-Day economico degli USA potrebbe esacerbare i rapporti con la Cina (maggiore acquirente mondiale di petrolio iraniano che secondo il New York Times nel 2025 ha acquistato oltre l’80% del petrolio esportato dall’Iran) e con Mosca (stretto alleato di Teheran), dove martedì scorso si è recato a sorpresa il direttore della CIA John Ratcliffe, forse a discutere anche dello scenario iraniano.

“Nessuno è al di sopra della portata delle sanzioni secondarie americane” ha affermato Bessent ma se l’ultimatum statunitense venisse disatteso dagli alleati dell’Iran, dai BRICS e da altre nazioni per Trump la situazione non sarebbe molto rosea a 70 giorni dalle elezioni di metà mandato.
Impossibilitato per la carenza di missili a dare vita a un nuovo massiccio attacco all’Iran, a Trump resta ora solo l’arma economica, rivolta però contro tutti e non solo contro Teheran.
Lo scenario resta quindi inquietante: un bluff o un fallimento del D-Day avrebbe effetti pesanti per la credibilità degli Stati Uniti mentre l’applicazione di sanzioni su vasta scala porterebbe a un ulteriore crollo dell’economia mondiale.
Infine va citato il portavoce del Dipartimento di Stato americano, Tommy Pigott, che giorni fa ha rispolverato lo spauracchio atomico (ormai un ritornello) affermando che l’Operazione Economic Outcast mira “a eliminare qualsiasi possibilità che l’Iran si doti di un’arma nucleare”.
Del resto è stato lo stesso Trump a informarci poche ore fa della ripresa dei raid sull’Iran e che la stabilizzazione del Golfo Persico non è certo una priorità per Washington. “Non sto cercando di costringere l’Iran a negoziare. Non me ne importa nulla se firmano un accordo che per loro non ha alcun valore” lo ha scritto il presidente affermando di preferire “di gran lunga” la “posizione attuale” in cui si trovano gli Stati Uniti.
“Abbiamo un controllo quasi totale dello Stretto di Hormuz e la loro economia è al collasso, stanno solo aspettando l’inevitabile. Quando si solleverà il popolo iraniano per combattere?”
Frasi da cui si deduce agevolmente che l’obiettivo di Washington resta la destabilizzazione dell’Iran e dell’intera regione del Golfo, non la sua stabilizzazione indispensabile a evitare il collasso dell’economia, non solo di quella iraniana.
L’impressone è quindi che Trump stia giocando tutte le carte per uscire al meglio possibile dalla fallimentare guerra all’Iran, le cui conseguenze stanno dando il colpo di grazia economico agli europei, da quel che sembra preoccupati solo di non farsi vedere e soprattutto fotografare di fianco a un russo.
Foto TASS, Scott Bessent/X, Dipartimento del Tesoro USA e Valdis Dombrovskis/X
Gianandrea GaianiVedi tutti gli articoli
Giornalista bolognese, laureato in Storia Contemporanea, dal 1988 si occupa di analisi storico-strategiche, studio dei conflitti e reportage dai teatri di guerra. Dal 1991 al 2014 ha seguito sul campo i conflitti nei Balcani, Somalia, Iraq, Afghanistan, Sahara Occidentale, Mozambico e Sahel. Dal febbraio 2000 dirige Analisi Difesa e nel 2026 ha aperto il Canale YouTube “La Penna nel Fianco”. Ha collaborato o collabora con quotidiani e settimanali, università e istituti di formazione militari ed è opinionista per reti TV e radiofoniche. Ha scritto diversi libri tra cui "Iraq Afghanistan, guerre di pace italiane", “Immigrazione, la grande farsa umanitaria” e "L'ultima guerra contro l’Europa". Presso il Ministero dell’Interno ha ricoperto dal 2018 l’incarico di Consigliere per le politiche di sicurezza di due ministri e un sottosegretario. Nel 2026 ha ricevuto l'onorificenza di Cavaliere dell'Ordine al Merito della Repubblica Italiana (OMRI).








