Ritirarsi dall’Afghanistan o restare con il cerino in mano?

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Ieri è rimbalzata la notizia che Il ministro Trenta ha dato disposizioni al Comando Operativo di vertice Interforze (COI)  di valutare l’avvio di una pianificazione per il ritiro del contingente italiano in Afghanistan“.

I fatti ed il contesto sono già stati illustrati schematicamente da Analisi Difesa ma lasciando da parte il dibattito politico nazionale in relazione anche all’eventuale mancato coordinamento inter-ministeriale, si impongono un paio di osservazioni “neutrali” sul nostro intervento militare in Afghanistan.

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Il “valutare l’avvio di una pianificazione per il ritiro” ovvero elaborare una “pianificazione di contingenza” da porre in atto al verificarsi di determinate condizioni e in conformità a decisioni politiche da adottarsi quando quelle situazioni si verifichino, è normale “prudent planning” che un comando militare con un minimo di lungimiranza dovrebbe fare sempre (anche senza che glielo dica il ministro di turno).

Al riguardo ritengo (per esperienza diretta) che il COI qualcosa nel cassetto dovrebbe già avere anche perchè di ritiro dall’Afghanistan si parla ormai da anni.

Diverso è il comunicare la notizia alla stampa e valutare quali obiettivi politici e mediatici interni ci si aspettasse di raggiungere rendendo pubblica tale informazione. Veniamo, invece alla sostanza del problema.

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L’Italia (individualmente) non ha particolari interessi strategici o economici in Afghanistan. Il primo contingente italiano si recò in Afghanistan a dicembre 2001 nell’ambito dell’Operazione Enduring Freedom a guida USA (cui fece seguito la partecipazione all’ISAF (International Security Assistance Force a inizio 2002) lanciata in risposta all’attacco alle Torri Gemelle. Si trattava sia di estirpare pericolose organizzazioni terroristiche che si annidavano nel paese (e che comunque erano in grado di colpire anche da noi) sia di dimostrare la nostra solidarietà agli USA.

Il cancro del terrorismo islamista si è ormai diffuso e le metastasi non sono più solo in Afghanistan, ma si sono diffuse anche in aree geografiche a noi ben più vicine, dove, stranamente, non stiamo intervenendo militarmente. La solidarietà al popolo statunitense è stata dimostrata, restare a Herat o Kabul con il cerino in mano quando, dall’oggi al domani, il Presidente USA annuncia (con nostra sorpresa) di dimezzare il proprio contingente non avrebbe alcun senso.

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Si potrebbe ripercorrere come in questi 17 anni la presenza militare occidentale si sia trasformata ed evoluta, con movimenti da fisarmonica dettati più dalle esigenze elettorali di Washington che dalla situazione reale in Afghanistan. Infatti, la triste storia dell’intervento NATO in Afghanistan segna l’unica vera debacle politico-militare dell’Alleanza Atlantica, entrata in Afghanistan come una persona bendata che cammina sulle sabbie mobili e che si appoggia (per avere indicazioni) all’inquilino di turno della Casa Bianca.

In tale contesto, partendo da un’iniziale funzione di supporto e validazione dei comandi che dovevano schierarsi nella sola città di Kabul, l’Alleanza (su pressione statunitense e britannica) ha man mano ampliato le proprie responsabilità in termini sia geografici estendendo la propria area di competenza all’intero paese, sia di compiti assumendo anche quelli di formazione di forze armate e di polizia inizialmente non previsti.

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Tutto ciò senza una precisa strategia a monte, che delineasse a priori obiettivi e limiti dell’operazione. Obiettivi e limiti che si è sempre tentato di giustificare a posteriori sulla base di decisioni già prese. Inoltre, a Bruxelles negli anni sono state assunte (a mio avviso in modo acritico per un malinteso senso di solidarietà) decisioni fortemente volute da Washington, che magari non erano nell’interesse dei partner europei. Sul terreno, invece, i contingenti NATO hanno dovuto subire una difficile convivenza con il predominante contingente USA, che operava sulla base di indicazioni nazionali più che NATO, spesso senza coinvolgere gli alleati nelle attività (se non quando c’era da raccogliere i cocci).

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L’interlocutore delle autorità governative di Kabul, di Islamabad (che continua ad avere un effetto destabilizzante nella regione), di tutti i paesi confinanti che abbiano interessi nel paese nonché di talebani e altri gruppi anti governativi islamisti è esclusivamente Washington, non certo la NATO!

Tant’è vero che i due eventi che avrebbero riportato ora in auge l’eventuale ritiro dei nostri contingenti (l’annuncio del dimezzamento delle truppe USA e dell’accordo raggiunto nel negoziato coi Talebani) vedono protagonisti esclusivamente gli USA e non la NATO. Il promesso ritiro USA è arrivato come un fulmine a ciel sereno nei comandi alleati così come in Qatar, a trattare con i talebani, cerano solo gli USA e non la NATO.

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Del resto per italiani ed europei, l’Afghanistan non riveste la stessa importanza degli USA benchè nessuno in Occidente sia più dispostioa un impegno militare serio e costoso nel paese. E’ da valutare se l’esigua presenza militare NATO/USA sul terreno costituisca oggi un vantaggio o uno svantaggio per le autorità di Kabul che dovrebbero essere i nostri alleati.

La popolazione rurale (che rappresenta gran parte del paese) vede che il governo centrale è incapace di garantire la sua sicurezza. Ha visto che i potenti eserciti occidentali sono venuti e se ne sono andati, senza veramente incidere profondamente sulla loro situazione.

Purtroppo non si è perdurato nello sforzo e molto di quanto è stato a suo tempo fatto oggi è andato perduto. La fiducia negli eserciti e nell’aiuto straniero non può non esserne scossa.

Per contro, i fantasmi del passato tornano come incubi ricorrenti, perchè non sono mai stati debellati. I Talebani sono lì e la gente sa che quando gli occidentali andranno via loro ci saranno sempre! L’eventuale cessate il –fuoco e l’avvio di colloqui con Kabul è soltanto un palliativo da vendere alle opinioni pubbliche occidentali per salvare la faccia a casa nostra.

Foto: Gianandrea Gaiani, ISAF e US DoD

 

Antonio Li GobbiVedi tutti gli articoli

Nato nel '54 a Milano da una famiglia di tradizioni militari, entra nel '69 alla "Nunziatella" a Napoli. Ufficiale del genio guastatori ha partecipato a missioni ONU in Siria e Israele e NATO in Bosnia, Kosovo e Afghanistan, in veste di sottocapo di Stato Maggiore Operativo di ISAF a Kabul. E' stato Capo Reparto Operazioni del Comando Operativo di Vertice Interforze (COI) e, in ambito NATO, Capo J3 (operazioni interforze) del Centro Operativo di SHAPE e Direttore delle Operazioni presso lo Stato Maggiore Internazionale della NATO a Bruxelles. Ha frequentato il Royal Military College of Science britannico e si è laureato con lode in Scienze Internazionali e Diplomatiche a Trieste.

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