La guerra delle petroliere che surriscalda il Golfo Persico

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Per ora la guerra resta “freddina”, combattuta più per mostrare muscoli e deterrenza che con l’intenzione di scatenare un vero conflitto, ma la tensione nel Golfo continua a salire ormai da almeno due mesi.

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Nelle scorse settimane le acque del Golfo Persico cominciarono a surriscaldarsi con gli attacchi misteriosi alle super petroliere, frettolosamente attribuiti da Stati Uniti e monarchie arabe ai barchini e ai sottomarini iraniani tesi a intimidire gli avversari ma la cui natura non è mai stata appurata da organismi neutrali.

Già allora appariva chiaro che attacchi leggeri alle petroliere, comunque non così potenti da affondarle, potevano rientrare anche negli interessi di Washington e dei suoi alleati arabi, impegnati a dimostrare al mondo la pericolosità di un Iran che ha più volte minacciato, se attaccato, di bloccare lo Stretto di Hormuz.

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La fase successiva, che ha portato gli Stati Uniti sull’orlo di una risposta armata, ha visto il reciproco abbattimento di droni: prima un Global Hawk statunitense che forse gli Usa credevano avesse eluso i radar di Teheran o forse di cui Washington ha cercato l’abbattimento (prima di colpirlo con un missile gli iraniani hanno intimato tre volte agli americani di fargli cambiare rotta) per alzare la tensione.

Un’ipotesi che non si può escludere tenuto conto del braccio di ferro in atto da tempo tra i “falchi” del Pentagono e della Sicurezza Nazionale e il presidente Donald Trump, che ha dichiarato di aver fermato la rappresaglia americana pochi minuti prima che venisse scatenata.

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Pochi giorni or sono gli statunitensi si sono comunque presi la rivincita abbattendo con le contromisure elettroniche della portaelicotteri Boxer un drone iraniano (ma Teheran ha smentito) che sorvolava la flotta americana.

L’ultima fase (per ora) di questa escalation, non meno ambigua delle altre, è quella dei sequestri di petroliere. Una fase scatenata dai britannici, alleati di ferro degli Stati Uniti e dei sauditi, che il 4 luglio scorso con un raid dei Royal Marines hanno bloccato la petroliera iraniana Grace 1 in transito nello Stretto di Gibilterra.

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Un sequestro motivato dal fatto che la nave sembra fosse diretta verso la raffineria siriana di Banyas violando così le sanzioni della Ue alla Siria. Giustificazione deboluccia perché la nave iraniana non era in sosta in un porto europeo, a Bruxelles nessuno aveva disposto blitz e sequestro e soprattutto perchè negli stretti il diritto di libera navigazione è garantito a tutte le navi.

La rappresaglia iraniana non si è fatta attendere: l’11 luglio i barchini dei pasdaran hanno cercato dii catturare la petroliera britannica British Heritage in uscita da Hormuz ma sono starti messi in fuga dall’intervento della fregata Montrose della Royal Navy (nella foto sotto).

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Meno fortuna sembra aver avuto venerdì la petroliera battente bandiera britannica Stena Impero, dirottata nel porto di Bandar Abbas dalla Marina iraniana che l’accusa di ave speronato un peschereccio. La petroliera britannica si unisce a un’altra petroliera, l’emiratina Riah, sequestrata nei giorni scorsi.

Anche in questo caso è difficile interpretare i fatti. Alcuni tracciati radar evidenziano che, attraversando Hormuz, la petroliera britannica avrebbe inspiegabilmente virato verso nord dirigendosi proprio verso le ben pattugliate acque iraniane. Del resto, dopo il tentato sequestro della British Heritage, appare strano che anche la Stena Impero non fosse scortata da navi militari. Non si può escludere quindi l’ipotesi che Londra abbia voluto alzare ulteriormente l’escalation con l’Iran puntando sul sequestro della petroliera.

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I britannici sembra abbiano già inviato in Bahrein le forze speciali per un eventuale blitz ma fa un po’ sorridere che il Foreign Office consigli oggi alle navi britanniche di rimanere fuori dalla zona di Hormuz e soprattutto che il ministro degli Esteri, Jeremy Hunt, abbia definito il sequestro “inaccettabile” affermando che “è essenziale mantenere la libertà di navigazione e che tutte le navi possano muoversi insicurezza e liberamente”.

Raccomandazione condivisibile ma che dovrebbe forse valere anche per le petroliere iraniane in transito nello Stretto di Gibilterra.

In questo contesto così ambiguo si inserisce anche il rafforzamento militare statunitense con nuove truppe e sistemi antimissile schierati a protezione di Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti.

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Un dispositivo che punta a scongiurare un attacco iraniano agli alleati arabi degli Usa ma che non deve ingannare circa la disponibilità di Trump a scatenare una guerra tutta americana contro Teheran.

Più probabile che in caso di ostilità Washington operi come in Libia nel 2011, contribuendo allo sforzo bellico ma lasciandone gran parte del peso sulle spalle degli alleati regionali, in questo caso i ricchi stati arabi che, la guerra nello Yemen lo conferma, non hanno mai mostrato molta perizia in combattimento.

Uno scenario da incubo per sauditi ed emiratini. Per questo al di là della crisi sul nucleare iraniano, voluta dagli USA e da Israele ma osteggiata da Russia e Ue (ora Teheran propone agli USA più controlli in cambio del ritiro delle sanzioni), nessuno sembra avere davvero interesse a scatenare una guerra su vasta scala che blocchi Hormuz e infiammi la più grande regione petrolifera del mondo.

Da Il Mattino del 21 luglio 2019

@GianandreaGaian

 

Gianandrea GaianiVedi tutti gli articoli

Bolognese, laureato in Storia Contemporanea, dal 1988 ha collaborato con numerose testate occupandosi di analisi storico-strategiche, studio dei conflitti e reportage dai teatri di guerra. Dal febbraio 2000 dirige Analisi Difesa. Attualmente collabora con i quotidiani Il Mattino, Il Messaggero, Libero e Il Corriere del Ticino, con università e istituti di formazione militari ed è opinionista delle reti TV e radiofoniche RAI, RSI, Mediaset, Sky, La7, Capital e Radio24. Ha scritto "Iraq Afghanistan, guerre di pace italiane" ed è coautore di "Immigrazione: tutto quello che dovremmo sapere" e “Immigrazione, la grande farsa umanitaria”.

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