Che fare dopo “la morte” del Trattato INF?

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Dal 2 agosto il Trattato INF (Intermediate-Range Nuclear Forces Treaty) è ufficialmente ”morto” come da tempo sembra inevitabile accsdesse.

Il trattato (firmato nel 1987) era frutto di un contesto geo-strategico in cui si fronteggiavano solo due potenze globali, di cui una nel suo massimo splendore (gli USA di Reagan) e l’altra ormai conscia di essere sull’orlo dell’implosione e del disfacimento (l’URSS di Gorbaciov).

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Da allora, la situazione internazionale è radicalmente mutata. Gli USA, in seguito alla dissoluzione del Patto di Varsavia e dell’URSS stessa si sono trovati all’inizio dell’ultimo decennio del secolo scorso nella situazione di ritenersi l’unica vera superpotenza politica, economica, tecnologica e militare del globo.

Si sono cullati in questa visione idilliaca di superiorità incontrastata e non sempre hanno percepito per tempo l’emergere di potenziali competitors.

A ciò si aggiunga l’approccio maniacale alla ”global war on terror“ lanciata da George W Bush  (che gli ha fatto perdere di vista gli equilibri geo-politici globali) e i forti limiti n politica estera che hanno contraddistinto anche i successivi otto anni di presidenza Obama.

Nel frattempo, altri attori (Cina in primis, ma anche Russia) hanno acquisito (o riacquisito nel caso di Mosca) potenzialità  che giustamente oggi preoccupano la Casa Bianca.

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La Russia di oggi, per quanto non goda di un potenziale economico comparabile con quello statunitense o cinese, si è affermata come credibile potenza di riferimento in molte aree di crisi (Siria, Libia ecc), ha stabilito relazioni solide con attori regionali decisamente degni di nota (quali Iran e Turchia), ha allacciato relazioni di collaborazione anche militare con la Cina e ha di fatto acquisito nuovamente un importante ruolo internazionale. Inoltre, in seguito alla volitiva gestione della crisi ucraina, Mosca è nuovamente percepita come serio fattore di rischio anche militare da molti paesi dell’Est e del Nord Europa.

La Russia ha sempre percepito il Trattato come un retaggio della “guerra fredda”, cioè una guerra che Mosca aveva perso!

USA e NATO accusano da tempo la Russia di aver violato sistematicamente i protocolli INF. Già Barack Obama nel 2012 denunciò veementemente le violazioni russe del trattato, ma poi non fece seguire i fatti alle parole. Ultimamente l’accusa USA si riferiva al missile balistico a corto raggio Novator 9M729 (versione aggiornata del 9M728, complesso Iskander-M, noto come SSC-8 in ambito NATO), che secondo gli americani potrebbe raggiungere obiettivi posti fino a 1.500 chilometri di distanza mentre per i russi avrebbe una gittata utile limitata a 480 chilometri.

Missili che sarebbero schierati in numeri consistenti anche nella Russia occidentale e quindi teoricamente perfettamente in grado di minacciare (anche eventualmente con il lancio di una testata nucleare) i paesi scandinavi, le tre repubbliche baltiche, la Polonia e, dall’enclave di Kalinigrad, anche la Germania.

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Peraltro, tali paesi potrebbero essere colpiti agevolmente anche se, come affermato da Mosca, la gittata dei vettori fosse di “appena” 480 chilometri esenti quindi dai vincoli del Trattato  INF).

I russi a loro volta accusano gli USA di aver anch’essi violato l’INF schierando presso le basi della difesa antimissile nell’Est Europa (quelle che dovrebbero proteggere l’Europa dalla minaccia missilistica iraniana”)  i sistemi di lancio verticale MK-41 in grado di impiegare anche missili da crociera.

Si tratta, comunque, di accuse da entrambi i lati poco significative che sono solo strumentali ad uscire da un accordo che nessuno dei due contraenti voleva più.

La Cina è oggi il principale avversario degli USA, ben più temibile della Russia. È un avversario economico e politico la cui area di influenza si è enormemente estesa non solo nell’Oceano Indiano e in Africa, ma anche nell’Asia meridionale e nell’area mediterranea attraverso la BRI (Belt & Road Initiative, da noi più conosciuta come Nuova Via della Seta).

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Pechino sta’ ora divenendo anche un potenziale competitor militare, che fa sempre più paura agli alleati dello Zio Sam nella regione (Giappone, Corea del Sud e Taiwan). Nel settore missilistico, il Dragone ha sviluppato negli ultimi decenni l’arsenale di missili a medio raggio da alcuni considerato addirittura il più vasto e moderno del mondo. Ma se anche si trattasse di esagerazioni, è innegabile che potrebbe colpire Giappone, Corea, India e le molte basi americane nel Pacifico.

Indicativo che l’annuncio ufficiale dell’uscita USA dal Trattato (peraltro preannunciata da ben sei mesi) sia stato fatto dal Segretario di Stato USA Mike Pompeo non da Washington, ma da Bangkok, dove si trovava per partecipare al vertice dei ministri degli Esteri dell’ASEAN (Association of South East Asian Nations).

Quasi a voler tranquillizzare le nazioni amiche della regione: “adesso penseremo anche alla minaccia cinese nei vostri confronti”.

Infatti, gli USA (non essendo più vincolati dal INF) hanno immediatamente reso noto l’intendimento di schierare nuovi missili a raggio intermedio in Asia per contrastare l’allargamento della sfera di influenza del Dragone, o per spingerlo ad avviare una trattativa. Ovviamente, la Cina rifiuta qualsiasi ipotesi di negoziato per il controllo delle armi strategiche.

Un accordo a tre appare poco realistico, o forse proprio per questo,gli USA hanno già annunciato a breve la sperimentazione di nuovi sistemi missilistici. Ovviamente, l’avvio di nuovi programmi missilistici comporterebbe un business e costi enormi per l’industria americana che potrebbe anche fornirli ad alleati europei e asiatici che si sentano minacciati.

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Resta comunque la perplessità in merito al fatto che i potenziali interessati a un ipotetico “trattato globale” sui missili a corto e medio raggio non possono, oggi, essere ridotti solo alle tre super potenze.

E’ lecito infatti dubitare che possa venir discusso un trattato che non tentasse di coinvolgere anche le altre nazioni che dispongono di queste capacità missilistiche, sia pur in misura minore.

Inoltre, per completezza del quadro di situazione, occorre dire che l’INF si riferiva soltanto ad una specifica tipologia di vettori, ovvero i missili con gittata compresa tra i 500 e i 5.500 chilometri lanciati da terra, armati in modo convenzionale o con testate nucleari).

Ben più significativi sono  gli accordi New START (Strategic Arms Reduction Treaty ovvero ”Measures for the Further Reduction and Limitation of Strategic Offensive Arms.”- entrati in vigore il 5 febbraio 2011 e riferiti ai missili nucleari di lunga gittata). Accordi che vanno a regolare scadenza nel gennaio 2021 e che, a meno di radicali cambiamenti della situazione geopolitica, difficilmente potranno essere rinnovati .

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In questo contesto, c’è chi grida al pericolo di una imminente escalation nucleare, con l’avvio di una sfrenata corsa agli armamenti. In particolare, si leva il grido d’allarme di Antonio Guterres, il Segretario Generale dell’ONU (una Organizzazione che, ovviamente, non ha mai avuto voce in capitolo in relazione agli arsenali delle superpotenze, peraltro tutte membri permanenti del Consiglio di Sicurezza, ma che non ha neanche mai fatto alcunché per impedire a bellicose potenze regionali di crearsi costosi e pericolosi arsenali missilistici e nucleari

Quanto all’Italia, premesso che non abbiamo voce in capitolo sugli accordi che le superpotenze intendono o non intendono sottoscrivere e rispettare, quali ricadute dobbiamo aspettarci per la nostra sicurezza?

Lasciamo subito perdere il fatto che apparteniamo a due consessi sovranazionali (NATO ed UE) che dovrebbero in qualche modo garantire anche la nostra sicurezza. Non mi aspetterei molto al riguardo.

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Incominciamo dall’Alleanza Atlantica. È evidente a tutti che la NATO, soprattutto durante la presidenza Trump, abbia totalmente abdicato alla propria funzione di foro di confronto e dialogo tra le due sponde dell’Atlantico, per divenire una specie di palco teatrale dove un solo “big” dice a coloro che sembra ritenere i suoi sudditi cosa si aspetta che facciano.

Una concezione “coloniale” dell’Alleanza giù rimarcata in precedenti articoli.

Situazione che trova dolorosa conferma anche in questi giorni in cui gli USA conducono in assoluta autonomia le trattative con i Talebani per il futuro dell’Afghanistan. Futuro che dovrebbe interessare anche quegli alleati fedeli che dal dicembre 2001 hanno generosamente inviato soldati in quel territorio e per anni hanno subito le perdite conseguenti a questa fedeltà.

L’attuale Segretario Generale, Jens Stoltenberg (nella foto sotto), si è dimostrato fin troppo allineato con Washington rispetto a molti dei suoi predecessori. È quindi prevedibile che la NATO supporterà tutte le richieste che possano giungere da Norvegia, Repubbliche Baltiche, Polonia e altri favorevoli a incrementare la deterrenza in funzione anti-russa. Politica sponsorizzata dagli USA, che quasi sicuramente avrà il più ampio supporto anche di Londra il cui governo è ora guidato da Boris Johnson.

Gli USA hanno già manifestato in più occasioni le loro aspettative che la NATO debba schierarsi al loro fianco anche nella competizione sempre più accesa con Pechino.

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L’altro organismo sovranazionale che dovrebbe avere voce in capitolo sull’argomento dovrebbe essere l’UE che sembra attraversare un periodo di confusione e scarsa credibilità, incapace di far sentire la sua voce in un confronto tra USA e Russia che si giocherebbe proprio sul suo territorio.

Peraltro, per poter esercitare un ruolo fattivo in materia ci vorrebbe un’UE che fosse in grado di esprimere una politica estera e di sicurezza unitaria e condivisa da tutti gli Stati Membri e che fosse in grado di porsi in posizione terza rispetto ad USA e Russia. Tale UE, purtroppo, non si vede all’orizzonte, almeno per il momento.

In conclusione. Non strappiamoci le vesti perché USA e Russia sono uscite da un trattato che non rispettavano più e che era figlio di un contesto geo-strategico ormai superato.

Ben vengano potenziali futuri accordi che vincolino a specifici controlli e limitazioni anche la Cina ed, eventualmente, altre nazioni che hanno nei propri arsenali capacità missilistiche a medio e a lungo raggio.

Soviet leader Mikhail Gorbatchev (L) and US President Ronald Reagan sign 08 December 1987 at the Washington summit a treaty eliminating US and Soviet intermediate-range and shorter-range nuke missiles. AFP PHOTO / AFP / - (Photo credit should read -/AFP/Getty Images)

Ciò detto, oggi pare poco realistico aspettarsi trattati significativi in tal senso. Nel 1987 Reagan si trovava di fronte un unico avversario che era ben cosciente di essere prossimo al collasso politico ed economico e che non avrebbe potuto permettersi una costosa corsa agli armamenti. Grazie al  “surclassamento tecnologico” dell’avversario, già nel 1983 con l’avvio della Strategic Defence Iniziative (da noi nota come “Scudo Stellare”) l’URSS aveva capito di aver perso.

Oggi la situazione è radicalmente diversa e mi pare che gli USA siano ben lontani dall’avere capacità di pressione che avevano all’epoca. Inoltre, la molteplicità degli attori potenzialmente interessati non aiuta.

Peraltro, in assenza di trattati che limitino lo schieramento di sistemi missilistici sul territorio europeo e in previsione di una forte pressione USA per contribuire allo schieramento di nuovi sistemi missilistici in Europa, sarà il caso che l’Italia decida per tempo quale policy intende adottare, in un’ottica che dovrà considerare non solo gli aspetti prettamente militari ma anche le nostre relazioni di politica estera e commerciale con tutte le potenze che sull’argomento si confrontano.

In conclusione, meglio decidere il da farsi che aspettare che arrivi una letterina dalla NATO o dall’UE a indicarci come dobbiamo comportarci.

 

Antonio Li GobbiVedi tutti gli articoli

Nato nel '54 a Milano da una famiglia di tradizioni militari, entra nel '69 alla "Nunziatella" a Napoli. Ufficiale del genio guastatori ha partecipato a missioni ONU in Siria e Israele e NATO in Bosnia, Kosovo e Afghanistan, in veste di sottocapo di Stato Maggiore Operativo di ISAF a Kabul. E' stato Capo Reparto Operazioni del Comando Operativo di Vertice Interforze (COI) e, in ambito NATO, Capo J3 (operazioni interforze) del Centro Operativo di SHAPE e Direttore delle Operazioni presso lo Stato Maggiore Internazionale della NATO a Bruxelles. Ha frequentato il Royal Military College of Science britannico e si è laureato con lode in Scienze Internazionali e Diplomatiche a Trieste.

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