Quanti sono i mercenari e i contractors in Libia?

Roma, 6 giu. (askanews) - "Grande avanzata" delle forze che fanno capo al governo di unità nazionale libico che pur con "pesanti perdite umane" sono riuscite ad conquistare una caserma militare che dista appena 20 chilometri a sud-est di Sirte, roccaforte del Califfato sulla costa settentrionale del Paese Nordafricano: Lo riferiscono media locali.

Secondo quando scrive sul suo sito on-line la tv Libya Channel il comando delle operazioni "al Bunian al Marsus" (dall'arabo "Struttura Solida" come viene denominata l'operazione per la liberazione di Sirte) del governo di unità nazionale "dopo violenti combattimenti con gli elementi del gruppo terroristico, le nostre forze hanno preso sotto il controllo la caserma militare nota (all'epoca di Gheddafi) come 'La Brigata al Saadi' nella zona di Abu Hadi" che si trova a 20 chilometri a sud-est di Sirte.  Secondo fonti militari "la presa di questa sede apre lo spazio per il controllo della strada che collega l'entroterra con il centro di Sirte".

Di "grande avanzata" verso Sirte ma anche di "dolorose perdite" parla l'inviato degli Stati Uniti in Libia, Jonathan Winer citato dal sito news locale al Wasat. In un tweet postato sul suo account stamane, l'inviato americano ha scritto che "le operazioni militari contro l'Isis in Libia sono riuscite a tagliare le vie dei rifornimenti a est come a ovest e sud della città di Sirte". 

Secondo al Wasat il pronto soccorso dell'ospedale di Misurata ha ricevuto ieri sera il corpo di tre militari uccisi nei combattimenti vicino a Sirte oltre ad una ventina di feriti.

(aggiornato alle ore 18,00)

Mentre l’Esercito Nazionale Libico (LNA) guidato dal generale Khalifa Haftar ha annunciato lo stato d’allerta a Sirte mobilitando più di 25 mila uomini in previsione di un imminente attacco da parte delle forze del Governo di Accordo Nazionale libico (GNA) sostenute dalla Turchia. Il Pentagono stima in meno di 4mila unità la presenza di mercenari siriani arruolati dai turchi a sostegno del GNA.

La Turchia ha inviato almeno 3.800 mercenari siriani in Libia nei primi tre mesi del 2020 si legge nel Rapporto trimestrale sul terrorismo in Africa redatto dal Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti. Secondo il Pentagono, la Turchia avrebbe pagato e offerto la cittadinanza a migliaia di mercenari siriani per combattere al fianco delle milizie libiche alleate del GNA.

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Nel rapporto il Pentagono afferma di non aver trovato al momento alcuna prova di un legame tra i mercenari siriani ingaggiati dalla Turchia e gruppi terroristici come al Qaeda o lo Stato islamico, osservando che l’afflusso di miliziani sia stato motivato da ragioni economiche più che dall’ideologia politica o religiosa.

Lo studio del Pentagono copre solo i primi tre mesi del 2020 e, quindi, non ha tenuto conto dei nuovi afflussi di mercenari avvenuti tra aprile e maggio per sostenere la controffensiva delle forze del GNA per scacciare i militari di Haftar dalle aree a sud di Tripoli. Infine il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti precisa che la Turchia avrebbe dispiegato in Libia un “numero sconosciuto” di militari durante i primi mesi dell’anno (secondo indiscrezioni almeno 1.500 tra militari e contractors della società privata Sadat.

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Il rapporto del Pentagono diffonde quindi numeri ben più bassi rispetto ai 15.300 mila mercenari siriani “censiti” dall’Osservatorio siriano per i diritti umani (Ondus) o ai 17mila denunciati recentemente dall’LNA.

Di certo il rapporto conferma come sul fronte libico Washington abbia deciso di sostenere la causa turca (dato emerso anche dalle critiche del Dipartimento di Stato nei confronti dell’operazione navale Ue Irini) come si evince anche dalle valutazioni circa l’assenza di elementi jihadisti tra i mercenari siriani.

Affermazione non proprio convincente tenuto conto che molti siriani arruolati militavano in milizie jihadiste per lo più affiliate alla Fratellanza Musulmana ma anche veterani delle milizie di al-Qaeda e probabilmente dello Stato islamico.

La loro presenza in Libia è stata definita una minaccia da di diversi servizi segreti europei mentre l’LNA ha denunciato (e ovviamente è nel suo interesse farlo) che decine di jihadisti arruolati dai turchi sono già arrivati in Europa sbarcando illegalmente in Italia.

Il comando USA per l’Africa (Africom) non sembra interessarsi ai mercenari siriani al soldo dei turchi ma punta invece la sua attenzione sui contractors russi  che ha stimato in oltre 3mila combattenti appartenenti alla società militare privata Wagner con una ventina di aerei da combattimento Mig 29 e Sukhoi Su-24 schierati a supporto delle forze di Haftar, raddoppiando le cifre diffuse fino a quel momento da diverse fonti che riferivano di 1.300/1.800 effettivi.

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L’LNA di Haftar sembra continui inoltre a reclutare mercenari sudanesi grazie ai fondi elargiti dagli Emirati Arabi Uniti: le Rapid Support Forces (RSF) del Sudan hanno annunciato ieri l’arresto di circa 160 persone al confine con la Libia dirette nel Paese nordafricano per combattere in qualità di mercenari.

Lo ha riferito in una nota dell’RSF, forze legate al governo transitorio del Sudan formate in larga parte dalle milizie janjaweed e che rispondono alle autorità militari e di sicurezza di Khartoum. “Le forze di sicurezza congiunte di stanza al confine tra Sudan e Libia hanno arrestato 160 persone che avrebbero trovato impiego come mercenari nel conflitto in Libia, tra cui due stranieri”, ha riferito una nota dell’RSF. “Inviare i sudanesi a combattere in Libia come mercenari è inaccettabile”, ha dichiarato il generale Jaddo Hamdan, comandante dell’RSF nello stato del Darfur settentrionale.

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“Abbiamo monitorato e assicurato il confine con la Libia per combattere l’immigrazione clandestina, la tratta di esseri umani e tutte le imprese criminali transfrontaliere”, ha aggiunto. Il Sudan sta attualmente attraversando una fragile transizione democratica dopo che violente proteste hanno spinto lo scorso anno i militari a rovesciare il presidente Omar al Bashir. A gennaio, un gruppo di esperti delle Nazioni Unite ha affermato che molti arabi della regione del Darfur del Sudan, devastata dai conflitti, e il vicino Ciad stavano combattendo come “mercenari” in Libia. Il mese scorso, Khartum ha arrestato 122 persone, tra cui otto bambini nel Darfur occidentale, che avrebbero dovuto servire come mercenari nella guerra civile in Libia.

In precedenza sembra che l’LNA abbia arruolato almeno 3mila mercenari in Ciad le cui “prestazioni” in battaglia non sarebbero però risultate entusiasmanti mentre non ci sono molti dettagli circa i mercenari siriani arruolati dai russi tra le milizie filo-governative la cui presenza in Libia tra le fila dell’LNA è stimata da alcune fonti sentite da Analisi Difesa in almeno un migliaio di uomini.

Sul campo di battaglia intanto la sempre più concreta minaccia di un intervento bellico dell’Egitto potrebbe contribuire a stabilizzare il fronte tra Sirte e al-Jufra.

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Il 16 luglio, il presidente egiziano, Abdel Fattah al-Sisi, ha incontrato i capi tribù della Cirenaica e ha assicurato che “l’Egitto non rimarrà inerte nel conflitto libico di fronte alla minaccia diretta alla sicurezza nazionale”. Da parte loro, i leader tribali gli hanno dato il mandato di intervenire in Libia in caso di un’offensiva verso Est da parte delle forze governative di Tripoli.

Si tratta del terzo via libera che arriva al Cairo dalla Cirenaica, dopo quelli del Parlamento di Tobruk e dell’LNA e l’emittente televisiva panaraba al-Arabiya, con sede a Dubai, ha riferito che il capo dello Stato egiziano ha dichiarato che il Cairo non permetterà di attraversare la linea Sirte-Al-Jufra, sottolineando la necessità di espellere milizie e i gruppi terroristi dalla Libia.

Ieri pomeriggio anche Parlamento egiziano ha approvato l’invio di truppe in Libia dopo che il presidente al-Sisi aveva parlato di minacce alla sicurezza nazionale egiziana. La Camera ha votato all’unanimità “per difendere la sicurezza nazionale contro gli atti criminale e le milizie armate e gli elementi terroristi stranieri”, ha riportato la stampa ufficiale egiziana.

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Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan che ha definito i passi di Egitto e Emirati Arabi Uniti “illegali e inaccettabili”. “Continueremo a tenere fede a tutte le responsabilità che ci siamo presi. Non lasceremo soli i nostri fratelli libici, perchè le nostre relazioni con la Libia sono vecchie di 500 anni. Siamo un governo legittimo che combatte contro i golpisti”, ha rincarato Erdogan che non esclude “un nuovo accordo con Tripoli sulla base del vecchio accordo di Skhirat”.

La Russia, pur se molto vicina al Cairo, ha tutto l’interesse a evitare un blitz militare egiziano che metterebbe la crisi libica nelle mani degli arabi sottraendo influenza alla Turchia ma anche a Mosca che oggi punta invece a un’intesa negoziale con Ankara per “congelare” quanto meno il conflitto.

Proprio oggi una delegazione russa è arrivata ad Ankara per discutere della situazione in Libia e soprattutto nella delicata area di Sirte-al-Jufra, come ha riferito il quotidiano turco “Milliyet”.  La Turchia d’altra parte deve scongiurare un attacco egiziano che vanificherebbe i successi conseguiti negli ultimi mesi e ha proposto  la creazione di una zona cuscinetto smilitarizzata tra Abu Grein e as-Saddadah, tra Sirte e Misurata, nelle riunioni del Comitato militare inter-libico 5+5 che si svolge a Ginevra sotto l’egida delle Nazioni Unite. Lo riferiscono fonti militari citate dal sito informativo libico “Address Libya”, considerato vicino all’LNA.

Una iniziativa che sembra avvicinarsi alla proposta del ministro degli Esteri tedesco Heiko Maas di istituire una zona smilitarizzata separando i contendenti lungo i 360 chilometri che dividono Sirte da al-Jufra.

Secondo Ahmed al Mismari, portavoce dell’LNA, la Turchia sta convertendo la città di Misurata “in una base per gestire le sue operazioni e sta portando ancora più mercenari e attrezzature militari in Libia”.

Misurata costituisce la retrovia logistica per le operazioni del GNA contro Sirte e nelle ultime settimane ha visto l’arrivo nel suo porto (ormai una base navale turca) di mercantili carichi di armi e munizioni inclusi i carri armati M-60 mentre l’aeroporto è protetto da difese antiaeree missilistiche turche.

@GianandreaGaian

 

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Giornalista bolognese, laureato in Storia Contemporanea, dal 1988 si occupa di analisi storico-strategiche, studio dei conflitti e reportage dai teatri di guerra. Dal febbraio 2000 dirige Analisi Difesa. Ha collaborato o collabora con quotidiani e settimanali, università e istituti di formazione militari ed è opinionista per reti TV e radiofoniche. Ha scritto diversi libri tra cui "Iraq Afghanistan, guerre di pace italiane" e “Immigrazione, la grande farsa umanitaria”. Dall’agosto 2018 al settembre 2019 ha ricoperto l’incarico di Consigliere per le politiche di sicurezza del ministro dell’Interno.

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