I misteri degli attacchi alle basi aeree russe in Crimea e Bielorussia

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Nel pomeriggio del 9 agosto alcune esplosioni (forse una decina secondi testimoni citati da Ukrainska Pravda) hanno colpito la base aerea russa Saki di Novofedorovka, in Crimea (nella foto sotto di repertorio – Wikipedia), sede del 43° reggimento d’assalto marittimo dell’Aviazione di Marina ma impiegato anche dalle Forze Aerospaziali (Aeronautica) russe i cui depositi contenevano ingenti quantitativi di bombe e missili da crociera impiegati nelle operazioni contro le forze ucraine.

Il ministero della Difesa di Mosca ha riferito di esplosioni in un deposito di munizioni della base, senza chiarire le circostanze ma ha escluso il bombardamento o l’attacco nemico.

“Non vi è stato alcun attacco contro l’area di stoccaggio delle munizioni presente nell’aeroporto”, ha reso noto il 9 agosto Mosca ammettendo che “sono esplose diverse munizioni” ma nessuno è rimasto ferito e i mezzi aeronautici presenti non sono stati danneggiati. Lo stesso giorno la TASS aveva riferito di circa 30 persone erano state evacuate in seguito “ad un incidente” all’aerodromo Saki e alloggiate in alberghi.

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Nelle ore successive le immagini video delle esplosioni hanno mostrato la rilevanza delle deflagrazioni e il ministero della Difesa di Kiev ha affermato che 9 aerei parcheggiati sono stati distrutti (ma Mosca nega) tra i quali Sukhoi Su-24 e Sukhoi Su-30.

Le immagini satellitari della compagnia statunitense Planet Labs hanno evidenziato che poche ore prima dell’esplosione si trovavano parcheggiati all’esterno nell’area di sosta dell’aeroporto oltre 20 aerei tra Sukhoi Su-24 MR e Sukhoi SU-30SM oltre a un cargo IL-76 e diversi elicotteri.

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Nell’immagine qui sopra la foto satellitare della base prima delle esplosioni e nella foto qui sotto dopo le esplosioni dei depositi.

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Secondo il report quotidiano sulla guerra stilato dall’intelligence britannico “la causa originaria delle esplosioni non è chiara ma le grandi nuvole di fumo visibili nei video dei testimoni erano quasi certamente dovute alla detonazione” di un certo numero, forse quattro, “di aree adibite a deposito di munizioni scoperte.

Almeno cinque cacciabombardieri Su-24MR e tre caccia multiruolo Su-30SM sono quasi certamente stati distrutti o gravemente danneggiati dalle esplosioni. L’area centrale di Saky ha subito gravi danni ma l’aeroporto probabilmente rimane funzionante”.

Le immagini satellitari sembrano quindi rafforzare l’ipotesi che sia stata colpita da un attacco, forse missilistico. Del resto, che si tratti di un attacco ucraino o di un grave incidente dovuto a negligenza, Mosca ha repentinamente sostituito il comandante della Flotta del Mar Nero come hanno rivelato alcuni canali Telegram russi.

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L’ammiraglio Igor Osipov (nella foto sopra) è stato sostituito dal vice ammiraglio Viktor Sokolov (nella foto sotto), 59 anni già vice comandante della Flotta del Nord (dal 2013) e che nel 2016 guidò le operazioni sulla Siria condotte dal gruppo navale guidato dalla portaerei Admiral Kuznetsov.

 

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Le ipotesi

Le fonti ufficiali di Kiev non si sono attribuite la paternità dell’attacco: la base si trova a 222 chilometri dalle postazioni militari ucraine più vicine,  troppo lontana per i lanciarazzi campali ucraini dotati di razzi con raggio d’azione di 80 chilometri.

A meno che gli Stati Uniti non abbiano fornito segretamente ordigni a più lungo raggio come i missili balistici a corto raggio MMG-140 ATACMS impiegabili dai lanciatori M142 HIMARS ruotati e M270 cingolati (nella foto sotto) ipotesi smentita il 12 agosto dal Pentagono che ha negato forniture all’Ucraina di armi in grado di colpire la Crimea e negando che gli Stati Uniti abbiano vice in capitolo nella scelta degli obiettivi che gli ucraini decidono di attaccare.

Inoltre, non si può escludere l’ipotesi che le esplosioni a Saki siano da attribuire a un sabotaggio attuato da forze speciali (solo ucraine o con il supporto di paesi alleati?) o a un incidente.

Fonti militari ucraine coperte da anonimato, parlando con i media occidentali hanno lasciato intendere che si sia trattato di un attacco effettuato dalle forze di Kiev senza però fornire dettagli circa le armi impiegate.

Una di queste fonti ha riferito che l’attacco è stato condotto da forze speciali dietro le linee russe. Difficile del resto ritenere che l’incursione sia stata effettuata da aerei da combattimento o droni ucraini che sarebbero stati con ogni probabilità rilevati dalla difesa aerea russa il cui schieramento a difesa della Crimea è molto consistente.

Fonti delle milizie filorusse su alcuni canali Telegram sostengono sia stato impiegato un mini drone o più probabilmente una munizione circuitante in grado di sfuggire a radar e sistemi di difesa aerea che avrebbe fatto esplodere un deposito di armi ed esplosivi innescando una serie di esplosioni a catena.

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Tuttavia le munizioni circuitanti fornite dagli Stati Uniti all’Ucraina hanno un raggio d’azione limitato a pochi chilometri e avrebbero potuto colpire la base di Saki solo se lanciate dai dintorni dell’aeroporto da incursori infiltratisi in profondità in Crimea.

Il ministero della Difesa di Kiev ha negato di essere a conoscenza di qualsiasi informazione in merito a quanto avvenuto ma è evidente che gli ucraini avrebbero buone ragioni per non rivendicare l’attacco. In caso di sabotaggio compiuto da unità infiltrate in Crimea le autorità di Kiev non avrebbero nulla da guadagnare nel confermarne la presenza in un’area piena di basi aeree, logistiche e navali russe.

Qualora l’azione fosse stata compiuta da missili MMG-140 ATACMS lanciati da lanciarazzi multipli HIMARS (nella foto sotto) o M270 (altri 3 sono stati donati in questi giorni da Londra) gli Stati Uniti vieterebbero a Kiev di confermarne l’impiego poiché si tratta di armi in gradi colpire obiettivi fino a 300 chilometri di distanza e quindi anche ampie porzioni del territorio russo.

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Poiché l’impiego di HIMARS e M270 viene direttamente coordinato con USA e Gran Bretagna non si può escludere che, ammesso siano davvero stati consegnati segretamente i missili MMG-140 ATACMS (nella foto sotto). il loro impiego venga autorizzato non sulla Russia ma solo sulla Crimea, territorio storicamente russo poi ceduto all’Ucraina negli anni ’50 nell’ambito dell’URSS e che la Russia ha nuovamente inglobato nel 2014 ma la cui annessione non è mai stata riconosciuta dall’Occidente né ovviamente dall’Ucraina.

Del tutto improbabile però che i russi non abbiano visto il lancio e l’arrivo di missili balistici o razzi a lungo raggio (Mosca ha rivendicato l’abbattimento di molti razzi lanciati dagli HIMARS e la distruzione di almeno 8 lanciatori, l’ultimo distrutto oggi nell’area di Kramatorsk secondo quanto riferito dai russi) diretti contro la base aerea e risulta difficile ipotizzare che non abbiano voluto renderlo noto considerato che più fonti ufficiali di Mosca hanno sostenuto in questi mesi che un attacco al territorio russo compiuto con armi fornite dagli occidentali agli ucraini avrebbe determinato una dura risposta militare e un allargamento del conflitto.

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Non si può neppure escludere che Saki sia stata colpita da missili balistici o da crociera fabbricati in Ucraina, anche tenendo conto che una delle fonti militari anonime aveva riferito che erano state impiegate nuove armi di concezione nazionale.

Meglio quindi ricordare che l’Ucraina sta sviluppando un missile balistico a corto raggio (circa 280 km) impiegabile da piattaforma mobile noto come Grom o Sapsan (nella foto sotto) e simile al russo Iskander.

Kiev sta inoltre lavorando al missile da crociera Korshun derivato dal sovietico Kh-55, accreditato di un raggio d’azione tra i 280 e i 700 chilometri e lanciabile sia da velivoli che da unità navali che dalla stessa piattaforma mobile terrestre utilizzata per il Sapsan.

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Anche valutando l’ipotesi dell’impiego di queste armi “made in Ucraina” il cui sviluppo è noto da tempo anche ai russi (e che potrebbe aver subito una accelerazione in questi mesi grazie al supporto tecnologico anglo-americano o di altre nazioni della NATO) resta difficile credere che i radar russi non ne abbiano rilevato le tracce pur tenendo conto che Mosca potrebbe avere interesse a non rilevare o ammettere proprie eventuali vulnerabilità.

 

Le interpretazioni

Fonti militari ucraine, ancora una volta anonime, hanno rivelato ai media statunitensi che l’attacco alla base in Crimea potrebbe costituire l’avvio della più volte annunciata controffensiva ucraina nel sud.

Secondo le valutazioni rese note dall’intelligence britannico “la perdita di 8 caccia da combattimento rappresenta una piccola percentuale della flotta complessiva di aerei che la Russia ha a disposizione per supportare la guerra. Tuttavia, Saky è stato utilizzato principalmente come base per gli aerei dell’Aviazione di Marina. La capacità dell’aviazione della flotta è ora notevolmente ridotta. L’incidente probabilmente spingerà l’esercito russo a rivedere la sua percezione delle minacce. La Crimea era stata probabilmente vista come una zona di retroguardia sicura”.

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L’ipotesi e l’interpretazione più curiosa (ma che non stupisce considerato il tenore della propaganda ucraina) l’ha fornita il loquace consigliere presidenziale Mihailo Podolyak, lo stesso che il 10 agosto aveva commentato le esplosioni nella base aerea russa twittando che questo “è solo l’inizio”. Ieri invece ha dichiarato che dietro le esplosioni potrebbe esserci lo zampino dei servizi di intelligence russi.

La tesi di Podolyak è ora che questa e altre esplosioni, come quella nella base aerea bielorussa di Zyabrivka (di cui ci occupiamo qui sotto) siano state provocate dai servizi segreti di Mosca che punterebbero a evidenziare crescenti minacce contro il territorio nazionale per rendere giustificabile la mobilitazione generale in Russia.

“Siamo consapevoli che verremo incolpati per un po’ di tempo. Tutto questo ha le sue radici nei servizi segreti russi, lo fanno per incoraggiare le persone ad andare in guerra”, ha dichiarato sostenendo che cercano di “mobilitare la popolazione russa anche se non ci sono molte persone che vogliono combattere. Creano tutti questi incidenti, sia in territorio bielorusso sia in quello russo”, ha affermato il consigliere, che ha accusato Mosca di “scatenare il panico tra gli stessi russi”. Podolyak ha poi aggiunto che il ministero della Difesa ucraino non ha potuto a al momento stabilire le cause dell’esplosione nella base aerea russa.

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Difficile dare credito alle valutazioni di Podolyak, specie dopo che aveva indirettamente attribuito alle forze ucraine l’attacco alla base russa, anche se negli ultimi giorni Kiev accusa sempre più spesso i russi di “bombardarsi da soli”.

Secondo le fonti ufficiali ucraine i russi infatti avrebbero bombardato i propri aeroporti e depositi di armi in Crimea e Bielorussia, un centro di prigionia nel Donbass in cui erano detenuti prigionieri di guerra ucraini e persino la centrale nucleare di Zaporizhzhia, da marzo sotto controllo russo e che gli stessi ucraini avevano lamentato che i russi la impiegassero per stoccarvi equipaggiamento militare puntando a dirottarne la produzione energetica nella rete della federazione.

A tal proposito, sempre Podolyak ha risposto alle accuse russe di nuovi bombardamenti ucraini sulla centrale nucleare dichiarando che “la Federazione Russa sta colpendo parte della centrale nucleare, dove si accumula l’energia che alimenta il sud dell’Ucraina con l’obiettivo di disconnetterci dalla distribuzione di energia e incolpare l’esercito ucraino di tutto questo”.

Il consigliere presidenziale non ha spiegato perché i russi invece di bombardare la centrale che occupano e di cui hanno il controllo tecnico da mesi non si limitino a bloccarne la distribuzione di energia alle regioni controllate dalle forze ucraine.

Quanto alle esplosioni alla base aerea di Saki, benché Kiev non se ne assuma la paternità, sembrano offrire ulteriori argomenti alla propaganda militare ucraina.

Il generale di divisione Dmytro Marchenko in un’intervista a RBC Ukraine, rilanciata da Ukrainska Pravda ha annunciato che “libereremo militarmente la Crimea. ma per portare avanti l’operazione bisognerà distruggere il ponte costruito da Mosca sopra lo stretto di Kerch”, che divide il Mar Nero dal Mare di Azov.

Il ponte permette un collegamento diretto fra la Russia e la Crimea. Distruggerlo “è una misura necessaria per privarli dell’opportunità di fornire riserve e rafforzare le truppe dal territorio russo”, ha sottolineato il generale aggiungendo che verranno attuate operazioni per rendere inutilizzabili i ponti sul fiume Dniepr usati dalle forze russe per rifornire le loro unità a Kherson (ponti peraltro già colpiti più volte come quello di Antonovski) e per liberare tale città dai russi.

La capacità di colpire il ponte di Kerch implica la disponibilità di armi a lungo raggio come quelle impiegate per colpire la base di Saki e in seguito alle esplosioni all’aeroporto russo il consigliere presidenziale Mykhailo Podolyak aveva twittato che questo “è solo l’inizio”.

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Le dichiarazioni di militari ed esponenti governativi ucraini, anonime o meno, hanno indispettito il presidente Volodymyr Zelensky che ha ammonito di smettere di parlare della campagna militare contro la Russia.

In un video messaggio diffuso l’11 agosto il presidente si è rivolto con toni severi ai comandanti militari e ai funzionari statali: “Meno dettagli concreti fornirete sui nostri piani di difesa, meglio sarà per l’attuazione di questi piani di difesa”, ha detto. E poi: “Dovreste sentire la vostra responsabilità per ogni parola che dite su ciò che il nostro Stato prepara per la difesa o per le controffensive. La regola generale è semplice – ha sottolineato -: La guerra non è assolutamente il momento della vanità e delle dichiarazioni altisonanti”.

Zelensky non ha menzionato il generale Marchenko ma funzionari della Difesa hanno riferito che sono in corso indagini su “un ufficiale militare di alto livello”.

 

Le esplosioni nella base in Bielorussia

Meno risalto mediatico ha avuto un altro episodio analogo o quanto meno simile a quello della base di Saki, verificatosi l’11 agosto in Bielorussia dove l’11 agosto si sono registrate diverse esplosioni nella base aerea di Zyabrovka, vicino alla città meridionale di Gomel.

La notizia è stata resa nota dall’agenzia di stampa ufficiale di Kiev Ukrainska Pravda, citando il canale Telegram di Belaruski Hajun, che fornisce notizie militari indipendenti. La base, viene ricordato, è completamente controllata dalle forze russe. Secondo diverse fonti, dopo la mezzanotte vi sono stati almeno otto grandi lampi di luce, di cui quattro nei primi dieci minuti. Secondo Belaruski Hajun, il ministero della Difesa di Minsk aveva precedentemente avvertito di esercitazioni dell’aviazione con munizioni vere.

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Il 7 luglio, ricorda Ukrainska Pravda, il vice capo di stato maggiore ucraino, Oleksii Hromov, aveva dichiarato che la Bielorussia aveva ceduto a Mosca il controllo della base aerea di Zyabrovka.

Possibile quindi che Kiev abbia colpito la base russa in territorio bielorusso con le stesse armi o con le stesse modalità inclusa una possibile incursione di forze speciali (ucraine?) con cui è stata colpita Saki ma non vi sono al momento elementi che possano confermare o suffragare tale ipotesi.

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Lo stesso 11 agosto il ministero bielorusso della Difesa ha ammesso le esplosioni notturne nella base aerea di Zyabrovka attribuendole a un incidente occorso durante un test di una delle unità di equipaggiamento. “Il 10 agosto, attorno alle 23, durante il test di una delle unità di equipaggiamento, dopo la sostituzione di un motore, questa ha preso fuoco. Il personale ha adottato misure tempestive per estinguere il fuoco. Non vi sono stati feriti”, si legge sul canale Telegram della Difesa bielorussa.

Foto: Wikipedia, Clash Report, Min. Difesa Russo, US DoD, UK MoD, Min. Difesa Ucraino, Maxar e Planet Lab

 

 

Gianandrea GaianiVedi tutti gli articoli

Giornalista bolognese, laureato in Storia Contemporanea, dal 1988 si occupa di analisi storico-strategiche, studio dei conflitti e reportage dai teatri di guerra. Dal febbraio 2000 dirige Analisi Difesa. Ha collaborato o collabora con quotidiani e settimanali, università e istituti di formazione militari ed è opinionista per reti TV e radiofoniche. Ha scritto diversi libri tra cui "Iraq Afghanistan, guerre di pace italiane" e “Immigrazione, la grande farsa umanitaria”. Dall’agosto 2018 al settembre 2019 ha ricoperto l’incarico di Consigliere per le politiche di sicurezza del ministro dell’Interno.

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