LE CONSEGUENZE DEL BREXIT PER LA DIFESA E SICUREZZA

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I giornali, in questi giorni, dedicano pagine e pagine alla Brexit. Ne sono sviscerati tutti gli aspetti nel dettaglio: l’impatto sulle borse, sull’export sia UK sia dell’EU (senza UK), i diritti dei nostri concittadini che vivono e lavorano a Londra, eccetera (perfino l’impatto che il panico finanziario ha avuto sul mercato dei bond tedeschi o sul prezzo dell’oro!). Tutto è stato sviscerato e analizzato.

Sia ciò che è da tutti ritenuto importante sia ciò che lo appare molto meno. Tutto? Forse, mi è sfuggito l’esame delle implicazioni sulla politica di difesa e sicurezza.

“Che c’azzecca ?” (diranno molti lettori, parafrasando un famoso PM di vent’anni fa) “l’EU si occupa di regole commerciali, del salvataggio o meno di banche in crisi (con occhi più o meno benevoli a seconda della latitudine delle loro sedi centrali), dell’imposizione di odiose norme di austerity ai poveri paesi mediterranei spendaccioni, di far entrare a casa nostra quanti più immigrati clandestini, eccetera, mica di difesa e sicurezza!!”

In effetti, il nostro ipotetico lettore euro-scettico potrebbe benissimo essersi convinto di ciò limitandosi a leggere giornali e a guardare telegiornali.

Senza tentare di contrastare questa visione dell’EU (che oggi definiremmo “populistica”) e che personalmente non condivido (ebbene sì, mi è sempre piaciuto farmi dei nemici), tenterò di concentrarmi su quello che a mio avviso resta un tassello mancante del mosaico sulle conseguenze di un possibile Brexit: le conseguenze sulla politica di difesa e sicurezza  dell’EU (e l’eventuale impatto sulla politica di difesa e sicurezza italiana). Mi pare già di sentire il nostro ipotetico lettore euro-scettico mormorare “sì, andiamo avanti a trattare del sesso degli angeli: la politica di difesa e sicurezza è inesistente sia a livello EU sia a livello nazionale!”

A dire il vero, la stampa britannica ha affrontato l’argomento ripetutamente, ma esclusivamente nell’ottica di vantaggi e svantaggi per la sicurezza UK, senza guardare (comprensibilmente) alle ricadute sull’UE e sugli altri paesi membri (che è invece ciò che interessa a noi).

Incomincerei osservando che per molti il primo attore cui fare appello in materia di sicurezza qui in Europa è la vecchia e rodata NATO. Alleanza politico-militare efficiente, strutturata, che si avvale di un sistema decisionale collaudato (per quanto da alcuni ritenuto un po’ lento) e di una struttura di Comando e Controllo senza pari a livello sovranazionale.

Peraltro, facendo un paragone finanziario, oggi come oggi, la NATO potrebbe non apparire il “fondo d’investimento” più sicuro per operare sui “mercati” geo-strategici che più da vicino impattano su noi europei.

Gli aspetti che potrebbero far ritenere, almeno nell’immediato, l’UE un’organizzazione più aderente alle nostre esigenze e potenzialmente più agile (anche se meno potente) sono vari.

Mi limito a citarne alcuni senza la pretesa di essere assolutamente esaustivo:

•    Oggi, le situazioni di rischio più importanti per l’Europa (almeno per quella occidentale) si affronterebbero meglio se ci si potesse avvalere di un rapporto di collaborazione con la Russia (lotta all’ISIS e all’integralismo islamico alle porte di casa, stabilizzazione della Siria e dell’area mesopotamica, stabilizzazione della Libia, ecc). La storia anti-sovietica dell’Alleanza (ai tempi della guerra fredda) e i suoi rapporti permanentemente difficili con la Russia in seno al NATO-Russia Council, la posizione dominante degli USA  in ambito Alleanza e la presenza ormai ingombrante della Turchia rendono sicuramente più semplice trattare  con la Russia tramite l’UE che tramite la NATO.

•    La presenza della Turchia nella NATO impedisce, di fatto, all’Alleanza di prendere qualsiasi posizione sulla crisi siriana e sul problema delle aspirazioni nazionali curde. Tematiche in merito alle quali l’Europa non può continuare ad agire come le tre famose scimmiette.

•    L’incertezza sull’esito delle presidenziali USA potrebbe essere preoccupante anche per la NATO. L’implementazione della linea di politica estera invocata da Trump, nel caso di una sua vittoria, potrebbe portare a situazioni di contrasto con alcuni alleati europei. Ciò inevitabilmente si ripercuoterebbe sull’efficacia della NATO.

•    In relazione a possibili interventi in zone di crisi e in “failed states”, mentre la NATO dispone di un “bastone” molto robusto (e lo sa anche usare bene), l’UE ha, è vero, un “bastone” sicuramente più fragile e meno temibile, ma può alternarne l’uso con tante “carote” di natura economica e finanziaria di cui la NATO non può disporre (ciò è apparso, a mio avviso, evidente comparando i risultati ottenuti dalle due organizzazioni nella lotta alla pirateria).
Pertanto, ritengo che la dimensione di difesa e sicurezza dell’UE sia oggi più importante che mai per noi europei. Se il 23 giugno vincesse Brexit cosa cambierebbe in termini di politica di sicurezza per l’UE (senza la Gran Bretagna)?

Ovviamente:
•    Il “peso politico” dell’UE, in un confronto con paesi terzi, sarebbe sicuramente minore. La presenza di una media potenza europea occidentale esterna all’UE potrebbe essere quasi percepita come un contraltare all’Unione. Peraltro, occorre rilevare che finora le nazioni (UK e Francia, in primis, anche per i loro perduranti interessi strategici extra-europei e legami coloniali) hanno condotto la propria politica estera e di sicurezza essenzialmente in modo autonomo, issando eventualmente la bandiera UE quando poteva essere loro comodo. In conclusione, un danno, certamente, ma forse più formale che sostanziale.

•    Il “peso militare” dell’UE sarebbe sicuramente ridotto. Consideriamo che, in termini di forze convenzionali, le F.A. britanniche sono sulla carta forse le più potenti della famiglia UE e che , in tale ambito, solo la Marina francese potrebbe competere con quella UK .

Lascerei, però, da parte la fredda analisi dei dati numerici riferiti a personale, sistemi d’arma, percentuali di PIL dedicato alla difesa, ecc. (fattori in gran parte a favore dell’UK).

Terrei, invece, conto dell’immaginario collettivo, che mi pare considerare le forze britanniche le più potenti in ambito UE.

Talvolta, l’immaginario è ancora più importante della realtà! Peraltro, l’UE non ha mai pensato di poter attingere alla totalità degli assetti militari dei paesi membri e, comunque, operazioni cosiddette “article 5” non sarebbero condotte sotto la sua egida.

Certo, a supporto di un intervento militare UE, potrebbero venire a mancare assetti particolarmente pregiati di cui altre nazioni non dispongono e per alcuni (ad esempio gli aerei radar AWACS) occorrerebbe affidarsi alla Francia (con tutto ciò che la scelta obbligata comporterebbe in termini di ruolo di Parigi) o chiedere il supporto della NATO sulla base del vecchio ”Berlin plus Agreement” del 1996 (sempre ammesso che la Turchia non ponga il veto).

In conclusione, più che una reale perdita di capacità militare, in relazione ad un “realistico” level of ambition dell’UE, la Brexit porterebbe, a mio avviso, a una posizione dominante francese a livello militare in ambito Unione.

Inoltre, per quanto l’Unione non abbia alcuna autorità sulle capacità nucleari dei paesi membri, non si può non ricordare che con l’uscita dell’UK l’unica potenza nucleare in seno all’UE resterebbe, ancora una volta, la Francia.

•    La collaborazione in campo militare tra UK e i paesi UE non subirebbe, a mio avviso, alcuna flessione perché continuerebbe a svilupparsi in ambito NATO e bilaterale.

•    Nel caso di comune interesse, non sarebbe preclusa la partecipazione di Forze UK a un’operazione a guida UE e sicuramente possono essere trovate, di volta in volta, soluzioni di comando e controllo (per quanto fantasiose) che salvaguardino l’immagine sia del Regno Unito sia dell’UE. Se poi tali soluzioni non fossero proprio idonee a garantire l’efficacia militare sul terreno, ciò sarebbe considerato un problema comunque secondario, di cui i rispettivi comandanti a livello tattico dovranno farsi carico (senza mai menzionarlo!).

•    L’uscita degli UK dall’UE potrebbe sicuramente aprire interessanti opportunità all’industria italiana operante nel settore della difesa (non mi addentrerò, però,  in questa tematica che richiederebbe un articolo a parte).

In conclusione, a livello esclusivamente “militare” probabilmente l’uscita degli UK, per quanto non auspicabile, avrebbe danni più formali che sostanziali per l’UE e per la credibilità dei suoi impegni militari.
Peraltro, da soldato, ritengo che spesso si sopravvaluti l’importanza del “solo” strumento militare ai fini del conseguimento di obiettivi geo-strategici e di sicurezza internazionale.

Lo “strumento militare” è, appunto, uno strumento. Strumento che i political masters devono saper usare e voler usare quando necessario. L’UE, a parte alcune dichiarazioni di principio su ipotetici e (oggi come oggi) irrealistici “eserciti europei”, non è stata finora molto propensa a impegnarsi in operazioni “militari” che andassero aldilà della formazione e addestramento di forze locali (es. Somalia e Mali) o di motorizzazione di situazioni già “pacificate” da altri (es. Bosnia).

Da quando l’UE ha acquisito una certa capacità militare, in ambito NATO alcune nazioni (in primis la Francia) hanno spesso cercato di contrastare l’impegno dell’Alleanza in operazioni che ritenevano potessero essere alla portata dell’UE. Analogamente, in ambito europeo c’erano nazioni (in primis il Regno Unito) che, nell’area grigia di operazioni che potevano essere condotte da entrambe le organizzazioni, hanno sempre ostacolato l’UE a favore di un impegno NATO.

Si ricorderà che nel 2008-09, entrambe le organizzazioni, non raggiungendo un accordo tra loro e in un vano e costoso “beauty contest”, lanciarono due operazioni anti-pirateria quasi speculari.

L’UK ha spesso dato l’impressione (a livello politico ed economico) di aver aderito all’UE per meglio controllare, dall’interno, la crescita di questo invadente vicino di casa e limitarne gli obiettivi.

Tale impressione, forse, si potrebbe estendere alla politica di difesa e sicurezza. Quello che voglio dire è che, senza il “freno a mano” britannico, l’UE potrebbe forse tentare di essere più ambiziosa e acquisire quella capacità di intervento politico–militare che finora le è mancata.

Capacità che le è mancata non per carenza di assetti militari disponibili, ma per mancanza di una coesa volontà politica d’intervento e di visione unitaria a livello geo-strategico.

Ovviamente, nel settore della difesa e sicurezza, un’UE (senza UK) sarebbe più marcatamente condizionata dal binomio franco-tedesco (e tra le due, a mio avviso, sarebbe la Francia l’elemento trainante in materia di difesa e sicurezza).

Peraltro, in tale contesto, l’Italia, quale terza potenza economica e militare di questa nuova UE, potrebbe facilmente giocare un ruolo più significativo di quello attuale e riempire alcuni degli spazi vuoti lasciati da UK.

In conclusione, tornando al paragone finanziario e immaginandoci investitori nel settore della ”difesa e sicurezza”, dobbiamo sperare nella vittoria di “Remain” se fossimo “investitori prudenti”, che temono qualsiasi turbolenza di mercato.

Per contro, potremmo augurarci la vittoria di “Exit” se fossimo ”investitori aggressivi”, pronti ad accettare gli inevitabili rischi immediati e le perdite di breve periodo, nella speranza di lauti guadagni a lungo termine con il sorgere di un’Europa più snella, più coesa e più decisionista, ove vi sarebbe anche la possibilità per l’Italia di un ruolo più incisivo.

Foto: Next Quotidiano, Assinews, La Stampa, Trend on line, Independent, Reuters, Reddit, Toonpool, Due Welte e The Mirror

Antonio Li GobbiVedi tutti gli articoli

Nato nel '54 a Milano da una famiglia di tradizioni militari, entra nel '69 alla "Nunziatella" a Napoli. Ufficiale del genio guastatori ha partecipato a missioni ONU in Siria e Israele e NATO in Bosnia, Kosovo e Afghanistan, in veste di sottocapo di Stato Maggiore Operativo di ISAF a Kabul. E' stato Capo Reparto Operazioni del Comando Operativo di Vertice Interforze (COI) e, in ambito NATO, Capo J3 (operazioni interforze) del Centro Operativo di SHAPE e Direttore delle Operazioni presso lo Stato Maggiore Internazionale della NATO a Bruxelles. Ha frequentato il Royal Military College of Science britannico e si è laureato con lode in Scienze Internazionali e Diplomatiche a Trieste.

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