La guerra in profondità russo-ucraina tra droni, missili e intercettazioni

La guerra in Ucraina non è più soltanto un conflitto di artiglierie, trincee, fanterie consumate e territori conquistati metro dopo metro. È diventata una guerra dei cieli bassi, dei missili che arrivano da centinaia o migliaia di chilometri, dei droni costruiti in serie, delle esche, dei sistemi antiaerei che lavorano fino allo sfinimento, delle munizioni che finiscono prima ancora delle idee. E soprattutto è diventata una guerra di contabilità: quanto costa attaccare, quanto costa difendersi, quanto può durare una nazione sotto una pioggia costante di vettori aerei.
Dietro le percentuali di intercettazione si nasconde quindi la vera natura della guerra moderna. Dire che l’Ucraina abbatte l’80, il 90 o perfino il 95 per cento dei droni russi può sembrare rassicurante. Ma se la Russia ne lancia migliaia al mese, anche una piccola quota che passa produce centinaia di impatti. In un mese con oltre 6.000 droni lanciati, un tasso di intercettazione del 90 per cento lascia comunque arrivare circa 600 vettori. È qui che la statistica diventa ingannevole. La difesa vince quasi sempre sul singolo bersaglio, ma l’attaccante può vincere sul volume.

Le percentuali non bastano più. Bisogna guardare alla massa, alla qualità del bersaglio, al costo dell’intercettore, alla disponibilità delle scorte, alla densità della difesa, alla distanza percorsa, alla capacità dell’industria di sostituire ciò che viene consumato. La guerra aerea russo-ucraina non premia necessariamente chi possiede l’arma più sofisticata. Premia chi riesce a trasformare la tecnologia in produzione continua.
La menzogna necessaria della guerra
Ogni analisi dei tassi di intercettazione deve partire da un punto scomodo: entrambi i campi manipolano la rappresentazione dei risultati. Non sempre mentono nel dettaglio, ma selezionano, enfatizzano, omettono, deformano. È normale nella guerra. Kiev pubblica statistiche quotidiane molto dettagliate: droni abbattuti, missili da crociera intercettati, missili balistici neutralizzati, vettori non arrivati a bersaglio.
Questa trasparenza apparente ha però una funzione politica. Serve a dimostrare agli alleati occidentali che i sistemi forniti funzionano, che i Patriot, gli Iris-T, i sistemi a corto raggio e i velivoli impiegati per la difesa aerea producono risultati concreti. Ogni missile abbattuto è anche un argomento per chiedere nuovi missili.

Mosca procede in modo diverso. Comunica spesso il numero dei droni o dei missili ucraini abbattuti, ma raramente fornisce una distinzione completa per tipo di vettore o un tasso globale verificabile. Quando raffinerie, depositi o impianti industriali vengono colpiti, il danno viene talvolta attribuito ai “frammenti” dei droni abbattuti, non all’impatto del vettore. Anche questa è una forma di guerra psicologica: non concedere mai all’avversario il successo pieno.
La differenza informativa è importante. In Russia, nonostante una legge introdotta nell’aprile 2026 per vietare la diffusione di immagini e video degli attacchi ucraini, canali civili e locali continuano spesso a documentare incendi, esplosioni, danni a infrastrutture, fiamme su raffinerie e depositi. In Ucraina, invece, la disciplina informativa è molto più rigida: la pubblicazione di immagini sensibili può comportare pene severissime.
Ne deriva un paradosso: gli effetti degli attacchi ucraini in Russia sono talvolta più verificabili attraverso fonti indipendenti di quanto lo siano le conseguenze reali degli attacchi russi in Ucraina.
Le esche: quando abbattere non significa vincere
Il primo grande inganno statistico riguarda i droni e le esche. Dal 2024 la Russia impiega in grandi quantità vettori di disturbo come Gerbera, Italmas e Parodya, costruiti per imitare il comportamento dei Geran-2, derivati dagli Shahed iraniani. Non sono sempre armi vere nel senso classico. Sono spesso strutture leggere, economiche, pensate per ingannare radar, sensori acustici e procedure difensive. Alcune possono trasportare piccole cariche, altre servono soprattutto a saturare.
Se una batteria ucraina abbatte una Gerbera, può contabilizzarla come intercettazione. Tecnicamente non è falso: un vettore nemico è stato neutralizzato. Strategicamente, però, l’attaccante ha ottenuto parte del suo obiettivo: ha costretto il difensore a rilevare, inseguire, assegnare risorse, talvolta sparare una munizione più costosa del bersaglio.
Se le esche rappresentano il 38-40 per cento dei lanci russi, il tasso globale di intercettazione risulta gonfiato di 10-15 punti. Il dato reale contro i droni d’attacco veri, esclusi i falsi bersagli, scende probabilmente verso una fascia del 75-82 per cento.

Lo stesso meccanismo vale dall’altra parte. L’Ucraina impiega nelle proprie salve una quota di droni di diversione che può arrivare intorno al 30 per cento. Mosca li abbatte e li include nei successi difensivi. Anche qui la statistica sale, ma il significato militare cambia. Non tutti i vettori hanno lo stesso valore. Una cosa è abbattere un drone da ricognizione povero, un’altra fermare un vettore carico di esplosivo diretto contro una raffineria o una base aerea.
Geran-2: l’arma povera che logora il sistema ricco
Il Geran-2 è l’immagine più chiara della guerra d’attrito tecnologico. Vola lentamente, intorno ai 180-200 chilometri orari, a bassa quota. Ha un motore rumoroso, facilmente riconoscibile. Non è un capolavoro di furtività.
Può essere abbattuto con missili a corto raggio, gruppi mobili armati, mitragliatrici, cannoni, droni intercettori e sistemi antiaerei leggeri. Nel gennaio 2026, una quota molto elevata delle distruzioni di Geran sarebbe stata ottenuta proprio da droni intercettori ucraini, segno che Kiev sta cercando di rispondere al problema del costo con una soluzione proporzionata.

Il punto è che il Geran non deve essere perfetto. Deve essere producibile, ripetibile, economico, abbastanza preciso da colpire infrastrutture e abbastanza numeroso da costringere l’Ucraina a difendere tutto: città, centrali, depositi, stazioni elettriche, aeroporti, fabbriche, nodi ferroviari. La Russia nel 2025 avrebbe lanciato circa 56.700 vettori aerei contro l’Ucraina, il 96 per cento dei quali droni. Nel 2026 il ritmo sarebbe cresciuto ancora: marzo con oltre 6.400 droni, aprile oltre 6.600, maggio con livelli ancora più alti nella competizione complessiva fra i due campi.
Questa è la vera rivoluzione: non il missile supersonico, non l’arma miracolosa, ma la banalizzazione industriale dell’attacco a lungo raggio. Il drone economico costringe uno Stato a vivere in allarme permanente. Anche quando viene abbattuto, produce consumo, paura, dispersione di forze, usura dei radar, pressione sulla popolazione, logoramento della rete elettrica. La Russia non cerca sempre il colpo decisivo. Cerca la fatica strategica.
Missili da crociera: efficacia, adattamento, consumo
I missili da crociera russi, come Kh-101, Kh-555, Kalibr, Kh-59 e Kh-69, appartengono a una categoria diversa. Sono più costosi, più veloci, più sofisticati. Volano in genere fra 700 e 900 chilometri orari, spesso a bassa quota, tentando di sfruttare il profilo del terreno per ridurre la finestra di reazione dei radar. Contro questi vettori l’Ucraina ha ottenuto risultati significativi grazie alla combinazione fra Patriot, Iris-T, SAMP/T, difese a medio raggio, sistemi a corto raggio e, in alcuni casi, velivoli F-16 usati come piattaforme d’intercettazione.

I tassi dichiarati da Kiev oscillano spesso fra il 70 e il 93 per cento. In alcuni mesi, soprattutto quando le scorte di munizioni sono sufficienti e la densità difensiva è alta, questi numeri possono essere realistici per determinate salve.
Tuttavia, una stima prudente porta la fascia reale a circa 65-80 per cento. La differenza dipende da molte variabili: direzione d’attacco, quantità di missili lanciati insieme, presenza di droni-esca nella stessa ondata, stato dei radar, disponibilità di intercettori, condizioni meteorologiche, grado di sorpresa.
La lezione è che nessun missile resta invulnerabile per sempre. Un vettore che all’inizio sorprende il difensore viene studiato, tracciato, compreso. Si identificano le rotte più probabili, si rafforzano i corridoi di difesa, si spostano radar e batterie, si creano procedure più rapide. La guerra in Ucraina è una guerra di apprendimento continuo. Ogni successo tattico contiene il seme della propria erosione.
Il caso Storm Shadow: da arma temuta a vettore esposto
Lo Storm Shadow, insieme allo SCALP-EG francese, mostra perfettamente questa dinamica. Quando entrò nel conflitto, nel 2023, rappresentava un’arma difficile da contrastare per la Russia. Volo a bassissima quota, profilo radar ridotto, capacità di seguire il terreno, precisione contro obiettivi di valore. All’inizio il tasso di intercettazione russo sarebbe stato basso, intorno al 15-20 per cento. L’arma funzionava perché rompeva le abitudini della difesa russa.
Poi Mosca ha reagito. Ha densificato i radar a bassa quota, riposizionato sistemi terra-aria lungo corridoi probabili, studiato i profili d’ingresso, migliorato la sorveglianza nelle aree più sensibili. Nel gennaio 2025, una salva di sei Storm Shadow contro l’area di Briansk sarebbe stata rivendicata come intercettata, con frammenti attribuiti al vettore documentati da ricercatori di fonti aperte. Fra il 2025 e il 2026 il tasso d’intercettazione stimato sarebbe salito verso il 40-60 per cento.

Non significa che Storm Shadow e SCALP siano diventati inutili. Significa che non possono più essere impiegati come nel momento della sorpresa iniziale. Diventano armi da usare con maggiore parsimonia, all’interno di salve complesse, accompagnate da diversioni, droni, disturbi elettronici, attacchi simultanei. Anche qui il problema è industriale: le scorte occidentali sono limitate, la produzione non è immediata, ogni lancio pesa sul bilancio strategico.
Kh-22 e Kh-32: il vecchio missile che umilia la modernità
Il dato più sorprendente riguarda il Kh-22 e la sua evoluzione Kh-32. È un missile nato in un’altra epoca, lanciato dai bombardieri Tu-22M3, concepito originariamente per colpire grandi bersagli navali. Eppure resta uno dei vettori più difficili da intercettare sul teatro ucraino. Il suo profilo è brutale: salita ad alta quota, fino a circa 40 chilometri, poi picchiata terminale a velocità attorno a Mach 4. Questa combinazione riduce enormemente la finestra d’ingaggio. Il difensore vede, calcola, reagisce, ma il tempo disponibile è minimo.

Fra il 2022 e l’agosto 2024 sarebbero stati intercettati soltanto 2 missili su 362, cioè circa lo 0,55 per cento. Nel 2025 non emergono miglioramenti sostanziali: al massimo poche intercettazioni su decine di lanci. È un dato che pesa più di molte dichiarazioni. Dimostra che l’età di un vettore non coincide automaticamente con la sua vulnerabilità. Un missile vecchio, se veloce, con traiettoria difficile e fase terminale estrema, può restare più pericoloso di sistemi molto più moderni ma più prevedibili.
Questo dice qualcosa anche all’Europa. Le difese antiaeree occidentali sono state spesso pensate per scenari limitati, non per una campagna prolungata contro una varietà enorme di vettori. Il Kh-22 dimostra che una minaccia apparentemente superata può diventare devastante se non esiste una difesa stratificata e abbondante.
Iskander, KN-23 e la guerra delle traiettorie
La categoria dei missili balistici è ancora più complessa. Gli Iskander-M russi, i KN-23 nordcoreani impiegati da Mosca e, in misura molto minore, i sistemi ucraini Sapsan o Hrim-2 non possono essere messi nello stesso paniere. La velocità è solo una parte del problema. Contano le manovre terminali, le contromisure, le esche, la precisione, la prevedibilità della traiettoria.
Dati attribuiti ad analisi occidentali indicano che, fino all’ottobre 2025, su 939 lanci balistici soltanto una parte relativamente contenuta sarebbe stata intercettata. In molte delle 345 ondate che comprendevano missili balistici, nessun vettore di questa categoria sarebbe stato fermato. Nel settembre 2025 si sarebbe verificato un crollo clamoroso del tasso di intercettazione: dei missili balistici da parte dei Patriot ucraini dal 37 per cento di agosto al 6 per cento.

La spiegazione più diffusa richiama l’introduzione o l’uso più sistematico di manovre terminali sugli Iskander-M e sui Kinzhal: picchiate brusche, virate laterali, traiettorie meno stabili, finestre di ingaggio ridotte per i PAC-3 MSE dei Patriot. Un intercettore ha bisogno di calcolare una traiettoria prevedibile per alcuni secondi. Se il bersaglio cambia comportamento nella fase finale, la soluzione di tiro diventa molto più difficile.
Ma c’è anche un altro elemento: la differenza fra Iskander-M e KN-23. Il KN-23 nordcoreano è strutturalmente meno sofisticato. Non dispone dello stesso livello di manovre terminali e contromisure.
È quindi più vulnerabile, soprattutto dove sono presenti Patriot attivi. È probabile che Mosca abbia imparato a usare in modo differenziato questi vettori: KN-23 contro aree meno protette, Iskander-M contro obiettivi coperti da difese più dense. In questo modo anche le statistiche diventano ingannevoli, perché mescolano armi diverse, usate contro difese diverse.
Kinzhal e Zirkon: fra realtà fisica e comunicazione strategica
I vettori ipersonici sono il territorio dove la propaganda diventa più forte. Il Kinzhal e lo Zirkon sono presentati da Mosca come armi quasi impossibili da fermare. Kiev ha rivendicato in alcune occasioni intercettazioni, soprattutto del Kinzhal, grazie ai Patriot. Il problema è che le prove pubbliche restano fragili. A differenza di frammenti di Iskander, KN-23, Kh-101 o Gerbera, non sono stati sempre mostrati rottami identificabili in modo convincente.

Per lo Zirkon la questione è ancora più delicata. Il profilo attribuito al missile, con velocità intorno a Mach 8-10 e formazione di plasma visibile durante il volo, rende poco plausibile l’idea di una facile intercettazione nella fase terminale. Un dato empirico citato nelle analisi parla di 580 chilometri percorsi in circa tre minuti, cioè una velocità media intorno a Mach 9,4. Per sostenere che il Patriot lo intercetti, si ipotizza talvolta una decelerazione terminale fino a Mach 2 o 2,5. Ma una perdita dell’80 per cento dell’energia cinetica in pochi secondi appare difficilmente compatibile con un vettore a propulsione attiva.
Qui bisogna essere prudenti. La guerra produce narrazioni. Mosca ha interesse a dire che le sue armi sono invulnerabili. Kiev e gli alleati hanno interesse a dire che anche le armi ipersoniche possono essere fermate. Ma senza prove tecniche solide, la conclusione più ragionevole è che il tasso reale di intercettazione di Kinzhal e Zirkon resti molto basso, probabilmente vicino allo zero, almeno nelle condizioni documentabili del teatro ucraino.
Le scorte: il vero tallone d’Achille
Il punto più importante non riguarda la velocità dei missili ma la quantità degli intercettori. Un Patriot senza missili è un monumento costoso. Una batteria senza PAC-3 MSE non può fermare un balistico, qualunque sia la qualità del radar. Nel gennaio 2026 il tasso di intercettazione ucraino contro i missili sarebbe sceso intorno al 36 per cento, contro una media storica più vicina al 60 per cento. La causa indicata è semplice: carenza severa di missili PAC-3 MSE. A marzo, dopo rifornimenti, alcune settimane avrebbero registrato risultati molto superiori, fino a livelli vicini all’89 per cento.

Questa oscillazione rivela la debolezza più profonda dell’Occidente. Non la tecnologia, ma la produzione. L’Europa e gli Stati Uniti hanno sistemi avanzati, ma scorte limitate. Hanno missili eccellenti, ma costosi. Hanno industrie capaci, ma spesso lente, frammentate, vincolate da procedure, bilanci annuali, catene di fornitura fragili. La Russia, sotto sanzioni e con limiti tecnologici evidenti, ha invece scelto la semplificazione e la massa. Produce, adatta, importa componenti, integra contributi iraniani e nordcoreani, accetta una qualità inferiore in cambio della continuità.
Questa è la geoeconomia della guerra. Non vince chi ha soltanto il sistema migliore, ma chi può permettersi di usarlo ogni giorno. L’Ucraina dipende dagli alleati per le difese più avanzate. Se Washington rallenta, Kiev diventa più vulnerabile. Se l’Europa non aumenta la produzione, ogni promessa politica resta sospesa alla realtà delle fabbriche.
L’Ucraina colpisce la profondità russa
Dal 2025 Kiev ha sviluppato con grande rapidità una capacità autonoma di colpire la Russia in profondità. È una trasformazione strategica decisiva. Finché l’Ucraina dipendeva esclusivamente da Storm Shadow, SCALP, ATACMS o altri sistemi occidentali, il suo raggio d’azione era condizionato dai limiti politici imposti dagli alleati. Con i vettori nazionali, invece, Kiev può colpire senza chiedere ogni volta autorizzazione.
I droni AN-196 Liutyi e FP-1 sono diventati strumenti centrali. Il FP-1 avrebbe una portata dichiarata intorno a 1.600 chilometri e un costo di circa 55.000 dollari. Non è poco in assoluto, ma è molto meno del costo di un missile da crociera.
Nel 2025 l’Ucraina avrebbe lanciato fra 18.000 e 22.000 droni verso la Russia, con un aumento enorme rispetto al 2024. Mosca rivendica circa 22.500 abbattimenti su una stima di 25.000-27.000 lanci, cioè un tasso dichiarato molto alto. Anche qui, però, bisogna correggere: molti vettori sono esche, altri cadono per guasti, altri vengono deviati dalla guerra elettronica.
La Russia difende molto bene Mosca e le aree strategiche più sensibili. In alcune zone attorno alla capitale i tassi di abbattimento possono arrivare a livelli altissimi. Ma il territorio russo è immenso. Raffinerie nel profondo, depositi in regioni lontane, impianti industriali negli Urali, infrastrutture energetiche sul Volga o nel Caucaso non possono essere protetti tutti con la stessa densità. L’Ucraina sfrutta questa sproporzione geografica: non deve distruggere la Russia, deve costringerla a disperdere la difesa.
FP-5 Flamingo: potenza più che furtività
Il FP-5 Flamingo rappresenta un salto di ambizione. Progettato sulla base di un turbogetto sovietico AI-25 ricondizionato, avrebbe una portata dichiarata fino a 3.000 chilometri e una carica di circa 1.150 chilogrammi. È una capacità strategica nazionale, non dipendente da autorizzazioni occidentali. Questo è il suo vero valore politico.
Dal punto di vista militare, però, il Flamingo non è un’arma invisibile. È grande, ha una struttura rilevabile, un motore a reazione, una firma radar e termica importante. Non possiede la discrezione dei missili da crociera più evoluti. È quindi vulnerabile dove esistono difese moderne. La sua efficacia dipende dalla scelta dei bersagli, dalla saturazione, dalle rotte, dalla possibilità di colpire aree meno protette.

Il suo impiego contro il complesso missilistico di Kapustin Yar nel gennaio 2026 e contro un impianto a Cheboksary nel giugno 2026 mostra però che Kiev non vuole limitarsi alla guerra difensiva. Vuole colpire il cuore industriale e militare russo, obbligando Mosca a pagare un prezzo anche lontano dal fronte.
Long Neptune
Il Long Neptune, versione allungata del missile antinave R-360, occupa una nicchia più raffinata. Il suo primo impiego documentato nel marzo 2025 contro la raffineria di Tuapse, a circa 480 chilometri dalla linea del fronte, mostra l’importanza del Mar Nero nella guerra aerea. Volando a bassa quota lungo corridoi marittimi e costieri, con velocità subsonica e carica intorno a 250 chilogrammi, il Neptune può essere meno potente del Flamingo ma più adatto a certe penetrazioni.

La sua efficacia non deriva dalla velocità estrema, ma dalla geografia. Il profilo radente sul mare riduce la finestra di scoperta. Le infrastrutture costiere russe, terminali petroliferi, raffinerie, porti, pompe, depositi, diventano bersagli naturali. La colpita Novorossiysk, con il terminale Sheskharis e il conseguente arresto delle pompe della Transneft, dimostra che l’obiettivo non è solo militare: è geoeconomico. Colpire il petrolio russo significa colpire entrate, assicurazioni, logistica, reputazione commerciale, capacità di esportazione.
Guerra elettronica: abbattere senza distruggere
Un altro fattore spesso nascosto nelle statistiche è la guerra elettronica. Non tutti i vettori che non arrivano a bersaglio vengono distrutti fisicamente. Alcuni perdono il segnale, vengono deviati, finiscono fuori rotta, precipitano per guasto, vengono soppressi dal disturbo dei sistemi di navigazione satellitare. Entrambi i campi tendono a includere questi casi nelle intercettazioni.

Questo può rappresentare il 5-10 per cento di una salva. Non è un dettaglio. Se un drone viene deviato e cade in un campo, il difensore ha ottenuto il risultato operativo. Ma dal punto di vista tecnico non ha dimostrato la capacità di abbattere il vettore. Anche qui la parola “intercettazione” copre realtà diverse: distruzione fisica, deviazione, soppressione elettronica, fallimento meccanico.
La guerra moderna crea una zona grigia fra il colpire e il far fallire. Questa zona grigia è destinata a crescere. Sensori, disturbi, falsi segnali, navigazione inerziale, intelligenza di bordo, sciami, esche e contromisure renderanno sempre più difficile capire cosa sia stato davvero abbattuto e cosa sia semplicemente uscito dalla battaglia.
Valutazione militare
Sul piano militare, il conflitto dimostra che la difesa aerea non può più essere costruita soltanto attorno a grandi sistemi costosi. Patriot, SAMP/T, Iris-T, NASAMS e sistemi analoghi restano indispensabili, ma non possono essere la risposta ordinaria a droni economici lanciati in massa. Sarebbe come sparare monete d’oro contro sassi. Serve una difesa stratificata: cannoni, missili economici, droni intercettori, radar distribuiti, sensori acustici, guerra elettronica, gruppi mobili, sistemi automatici a corto raggio.

La soglia critica dell’intercettabilità sembra collocarsi oggi intorno a Mach 4-5 quando il vettore manovra nella fase terminale. Sotto quella soglia, molto dipende dal profilo di volo, dalla quota, dalla furtività, dalla densità difensiva. Sopra quella soglia, soprattutto se il vettore manovra, le probabilità di intercettazione calano drasticamente. Il Kh-22 lo dimostra. Kinzhal e Zirkon, almeno per quanto è verificabile, restano ai margini delle capacità attuali.
La difesa del futuro dovrà quindi risolvere due problemi opposti: fermare migliaia di droni lenti senza rovinarsi economicamente e fermare pochi vettori velocissimi senza disporre di molto tempo. È una doppia sfida enorme.
Valutazione geopolitica
Sul piano geopolitico, la guerra dei vettori aerei lega ancora più strettamente Ucraina, Russia e Occidente. Kiev combatte, ma dipende da Washington e dalle capitali europee per le difese più sofisticate. Mosca combatte, ma integra componenti esteri, modelli iraniani, missili nordcoreani, reti di approvvigionamento parallele. Nessuno è pienamente autarchico. Anche la guerra nazionale è ormai una guerra di filiere internazionali.

Per l’Europa la lezione è brutale. Per trent’anni ha creduto che la guerra industriale fosse finita. Ha ridotto scorte, arsenali, capacità produttiva, formazione tecnica, cultura della mobilitazione. Ora scopre che una guerra ad alta intensità consuma in pochi mesi ciò che i bilanci ordinari prevedevano per anni. Il cielo ucraino diventa così uno specchio delle insufficienze europee: troppa fiducia nella qualità, poca attenzione alla quantità; troppa politica industriale dichiarata, poca fabbrica reale.
Valutazione geoeconomica
Il costo è il cuore del problema. Un drone può costare 20.000, 50.000 o 55.000 dollari. Un missile da crociera può costare centinaia di migliaia o milioni. Un intercettore avanzato può costare molto più del bersaglio che distrugge. Se l’attaccante obbliga il difensore a usare munizioni costose contro vettori poveri, ottiene un vantaggio anche quando perde la maggior parte dei mezzi lanciati.
In cinque anni di guerra, russi e ucraini si sarebbero scambiati quasi 200.000 vettori a lungo raggio. È una scala enorme, circa dieci volte il volume missilistico della guerra del Golfo del 1991. Ma la differenza decisiva è che la grandissima maggioranza di questi vettori è a basso costo: circa il 96 per cento del volume russo e una quota ancora più alta di quello ucraino. La spesa complessiva in munizioni aeree può essere stimata nell’ordine di 15-20 miliardi di dollari, esclusi i costi della difesa. Il dato economico è impressionante, ma ancora più impressionante è il dato industriale: chi, fuori da Russia e Ucraina, saprebbe sostenere una simile intensità per anni?
La discrezione come nuova potenza
La conclusione più importante riguarda il futuro della guerra. Fino a oggi le due risposte principali alla difesa sono state la velocità e la massa. La velocità rende difficile intercettare, ma costa moltissimo. La massa satura, ma richiede produzione continua. Esiste però una terza via: la discrezione. Non necessariamente la furtività costosissima dei grandi velivoli occidentali, ma la capacità di produrre in serie vettori piccoli, difficili da vedere, poco rumorosi, con profili radar ridotti, rotte intelligenti, firme termiche contenute.

Chi riuscirà a industrializzare la discrezione potrà ridurre la dipendenza sia dalla velocità sia dal numero. Non servirà sempre andare a Mach 9, né lanciare 6.000 droni al mese. Basterà rendere più incerta la scoperta, più corta la finestra di reazione, più costosa la decisione del difensore.
La guerra in Ucraina insegna dunque che il cielo non appartiene più soltanto agli aerei. Appartiene alle fabbriche, ai programmatori, ai motoristi, ai produttori di esplosivi, ai radaristi, agli operatori di guerra elettronica, ai contabili della logistica. È un cielo industriale, economico, politico. E in questo cielo si decide una parte decisiva del futuro della potenza.
La guerra moderna non cancella la vecchia lezione della storia: la strategia non è mai solo arte militare. È capacità di resistere all’usura. Chi riesce a produrre, riparare, sostituire, saturare e difendere più a lungo impone il proprio ritmo
Foto: TASS, Ministero Difesa Russo, Telegram, Ukrinform, Forze Armate Tedesche e Forze Armate Ucraine
Fonti:
https://static.rusi.org/SR-Russian-Air-War-Ukraine-web-final.pdf
https://www.csis.org/programs/missile-defense-project
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Monitoraggio satellitare, OSINT e verifica degli impatti
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Fonti ufficiali militari
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Droni russi, Geran-2, Shahed, Gerbera e falsi bersagli
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Missili russi: Iskander, Kh-101, Kalibr, Kinzhal, Zirkon, Kh-22
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Difesa aerea ucraina, Patriot, F-16 e carenze di munizioni
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Capacità ucraine di attacco in profondità: FP-1, Liutyi, Flamingo, Long Neptune
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https://www.businessinsider.com/ukraine-making-long-range-missile-flamingo-1000-kg-warhead-2025-8
Attacchi ucraini contro infrastrutture energetiche russe
Storm Shadow, SCALP-EG, ATACMS e adattamento delle difese russe
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Fonti economiche e infrastrutturali
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Giuseppe GaglianoVedi tutti gli articoli
Nel 2011 ha fondato il Network internazionale Cestudec (Centro studi strategici Carlo de Cristoforis) con sede a Como, con la finalità di studiare in una ottica realistica le dinamiche conflittuali delle relazioni internazionali ponendo l'enfasi sulla dimensione della intelligence e della geopolitica alla luce delle riflessioni di Christian Harbulot fondatore e direttore della Scuola di guerra economica (Ege). Gagliano ha pubblicato quattro saggi in francese sulla guerra economica e dieci saggi in italiano sulla geopolitica.








